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VEGLIA V SABATO DI QUARESIMA
Cattedrale, 24 marzo 2007


1. Cari catecumeni, il grande Vescovo Agostino nella seconda lettura, come avete appena ascoltato, ci dice quale è il dono che Dio vi farà mediante il santo battesimo. Riascoltiamo: "Egli unico Figlio di Dio, non ha voluto tuttavia essere solo. È unico; ma non ha voluto essere solo; si è degnato di avere dei fratelli". Ecco, miei cari, il dono che riceverete la notte di Pasqua: la divina filiazione. Vedete "quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente" [Gv 3,1a]. E pertanto, come ci ha appena insegnato Agostino, "è vero che abbiamo un padre e una madre qui in terra, che ci hanno fatto nascere alle fatiche e alla morte; ma abbiamo anche altri genitori: Dio Padre e la Madre Chiesa, che ci generano alla vita eterna".

Questa sera, cari catecumeni, sarete istruiti su una delle conseguenze più preziose e più belle della filiazione divina cui sarete generati la notte di Pasqua. Ve la dico con le parole di S. Paolo: "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!" [Gal 4,6]. Divenendo suoi figli noi possiamo rivolgere a Dio la nostra parola chiamandolo "Padre". Voi, cari catecumeni, questa sera riceverete in dono per sempre la possibilità di pregare colla preghiera che Gesù, l’Unigenito che diventa primogenito dei molti fratelli, ci ha insegnato.

Osservate: quale grande dignità ci è concessa! Ciascuno di noi può entrare in dialogo col Padre in Gesù. È questo dialogo la preghiera cristiana. Essa è sempre fatta "nel nome di Gesù".

Sono sicuro che voi già conoscete la preghiera insegnataci da Gesù. Un grande dottore della Chiesa insegna che essa "è perfettissima … Nella Preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate, cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti" [S. Tommaso, Somma Teologica 2,2,q.83,a.9].

Abituatevi a pregare la preghiera del Signore almeno una volta al giorno.

2. Ed ora mi rivolgo a voi, carissimi fedeli. Il rito di questa sera ci faccia riflettere seriamente sulla nostra preghiera: chiediamoci se preghiamo, come preghiamo, quanto tempo ogni giorno dedichiamo alla preghiera.

Non riduciamo la nostra preghiera alla preghiera comunitaria, e neppure alla preghiera liturgica. Abbiamo bisogno della preghiera personale; senza di essa anche quella comunitaria, anche quella liturgica verrà fatta progressivamente colle labbra e non col cuore. Gesù non ci ha donato solo la "formulazione" della nostra preghiera. Ci ha fatto dono del suo Spirito che vivifica quella formulazione.

Ma anche voi, questa sera, come i nostri fratelli catecumeni, dovete nutrire nel cuore frutti di gratitudine e di lode. Siamo stati ammessi alla presenza di Dio; siamo stati ritenuti degni di rivolgere a Lui la nostra parola. Niente mostra la misura della nostra dignità quanto la preghiera: siamo interlocutori di Dio. L’intimità col Mistero nella prima Alleanza era stata donata solo a Mosè: "il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro" [Es 33,11], con un suo amico. Nella Nuova ed Eterna Alleanza è concesso a ciascuno, è chiesto a ciascuno di intrattenersi familiarmente col Signore. È donato a ciascuno di essere "sollevato fino alla sua guancia", poiché il Signore si china su ciascuno di noi per darci da mangiare il cibo della verità e della libertà.