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SOLENNITÀ DEL CUORE DI CRISTO
Ritiro sacerdotale
27 giugno 2003

Il tema della giornata della santificazione sacerdotale è "l’Eucarestia e il sacerdote: inseparabilmente uniti dall’Amore di Dio". Vogliamo farlo oggetto della nostra meditazione e della nostra orazione.

È la connessione inscindibile fra Eucarestia e sacerdote che dobbiamo comprendere nella luce della fede.

Presupponiamo i dati della fede che il Magistero ci propone al riguardo, richiamati anche da S. Padre nella sua recente Enciclica sull’Eucarestia [cfr. soprattutto n° 29].

1. [Eucarestia "centro unificante" del ministero]. Se consideriamo la nostra giornata sacerdotale, vediamo quanto numerosi possono essere i nostri impegni, soprattutto in certi periodi dell’anno. Questa condizione può causare a lungo andare anche la tentazione di limitare le nostre fatiche apostoliche, vivendo una vita sfaticata ed annoiata; può anche farci vivere perennemente "distratti" o "fuori da se stessi".

Tocchiamo un problema fondamentale nella nostra vita, nella vita umana come tale: la sua unità. Una vita dispersa è una vita perduta. La riflessione sul rapporto fra Eucarestia e ministero sacerdotale ci aiuta a risolvere quel problema: nell’economia salvifica la celebrazione eucaristica è il centro unificante, la "chiave di volta" di tutto il progetto divino. Per una ragione semplicissima: l’Eucarestia è il memoriale del sacrificio di Cristo. Ciò che nell’economia salvifica è il sacrificio di Cristo, lo è allo stesso modo la celebrazione dell’Eucarestia. Fermiamoci un momento a meditare, a contemplare questa che è la verità centrale della fede della Chiesa nell’Eucarestia.

La celebrazione dell’Eucarestia è la nostra ri-presentazione all’Evento fondatore della morte-risurrezione del Signore. Nell’Eucarestia infatti noi comunichiamo alla morte e resurrezione del Signore nel segno della nostra partecipazione al pane e al calice sacramentali, che sono il Corpo e il Sangue del Signore. Non è l’atto pasquale di Cristo che comunica a noi, siamo piuttosto noi che mediante il segno del pane e del vino transustanziati comunichiamo alla sua morte e risurrezione; al suo sacrificio, divenendo così partecipi della sua vita divina.

L’atto redentivo di Cristo permane nella sua insuperabile perfezione, nella sua non iterabile unicità: nulla vi può essere aggiunto. È assolutamente perfetto. È il suo memoriale che noi ogni giorno rinnoviamo; è la nostra ri-presentazione ad esso che viene continuamente iterata, bisognosi come siamo di entrarvi sempre più profondamente. La celebrazione dell’Eucarestia è il sacramento iterabile dell’unico sacrificio di Cristo.

È in forza di questo rapporto fra Eucarestia e sacrificio di Cristo, che la celebrazione dell’Eucarestia è il fatto centrale dell’economia redentiva.

Dobbiamo fermarci a lodare, a ringraziare il Signore che ha inventato, che ha istituito questa modalità di ri-presentarci al suo sacrificio. Gustiamo nel cuore le grandi affermazioni di S. Tommaso: "in hoc sacramento totum mysterium nostrae salutis comprehenditur" [3,q.83,a.4]; "bonum commune spirituale totuinis Ecclesiae continetur substantialiter in ipso Eucharistiae sacramento" [3,q.65, a.1, ad 2um].

Ritorniamo ora, per così dire, alla nostra vita sacerdotale quotidiana, e al problema della sua unità.

Esiste un testo biblico di particolare suggestione: il discorso di Paolo agli anziani di Efeso [cfr. At 20,18-35]. Egli ritiene di essere giunto al termine della sua vita, e ne fa come una sintesi. Non narrandone gli avvenimenti, che sono solo accennati, ma rivelandone l’ispirazione unitaria fondamentale. Ad un certo punto l’Apostolo dice: "vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata col suo sangue" [28]. "Nell’esercizio del loro ufficio, gli anziani sono responsabili non solo dinanzi allo Spirito che li ha chiamati a tale compito e dinanzi a Dio al quale la Chiesa appartiene in proprio, ma anche dinanzi al Figlio di Dio che ha versato il suo sangue per ogni singolo membro della comunità affidata al loro ministero. Qualsiasi negligenza da parte loro li renderebbe colpevoli verso il sangue prezioso che ha servito da prezzo di riscatto per il più piccolo dei fratelli ai quali sono stati preposti; come potrebbero non cadere in colpa, se lasciassero che si perda anche uno solo di coloro per i quali Cristo è morto?" [J. Dupont Il testamento spirituale di S. Paolo, ed. Paoline, Roma 1980, pag. 279].

Il testo paolino ci fa capire che esiste una connessione profonda fra il senso della nostra responsabilità pastorale e l’effusione del Sangue di Cristo. È questa un’indicazione assai precisa per la nostra meditazione, che potremmo sinteticamente esprimere nel modo seguente: ogni attività pastorale ha la sua sorgente nella nostra ri-presentazione e comunione al sacrificio di Cristo per la redenzione dell’uomo.

La celebrazione dell’Eucarestia vissuta nella fede profonda di ciò che essa è, ci rende consapevoli ogni giorno più del prezzo di ogni uomo, della preziosità di ogni persona umana. Prezzo in ordine a che cosa? In ordine alla sua salvezza eterna.

Celebrando l’Eucarestia noi entriamo nella visione che Cristo ha dell’uomo, della misura con cui se ne prende cura: creatura amata e perduta, ricercata e ritrovata, reintegrata e rinnovata. E questo "mediante la effusione del Sangue", alla quale sono presente ogni volta che celebro l’Eucarestia. Quanto più la coscienza che ho di me stesso è marcata e configurata dalla celebrazione dell’Eucarestia, tanto più avrò cura di quell’uomo che mi è stato affidato.

2. [Eucarestia ed auto-coscienza]. L’ultima riflessione ci ha già introdotti nella seconda parte della nostra meditazione. Ho parlato di "coscienza che ho di me stesso", più brevemente di auto-coscienza. Tocchiamo un punto nevralgico, forse il punto nevralgico della nostra vita, dal quale dipende in misura completa la nostra felicità: felicità indistruttibile anche nelle più grandi tribolazioni.

Non sono necessarie molte riflessioni per renderci conto che nella costruzione del nostro io concorre in maniera determinante la qualità e il contenuto della nostra auto-coscienza. La qualità: una forte auto-coscienza ci impedirà di essere condotti da altri/da altro. Di un auto-coscienza priva di qualità ci ha dato una descrizione insuperabile Manzoni nel primo capitolo de I promessi sposi quando presenta don Abbondio: una vita senza soggetto che la viva, senza un "io" che la gestisca. Ma è più importante il contenuto della propria autocoscienza: la sua costruzione. La costruzione dell’auto-coscienza coincide colla costruzione del proprio io. Non ritenete queste cose delle … astruserie! Non lo sono per niente.

La coscienza di sé nasce dal prendere coscienza della propria origine: del rapporto meglio colla propria origine. Pensate alla vocazione di Geremia; alla vocazione di Paolo; alla chiamata di Pietro: in quel momento Geremia, Paolo, Pietro hanno "visto" che senso ultimo aveva il loro esserci; che cosa definiva il loro io. È stato l’incontro con l’origine che ha generato la loro auto-coscienza.

Essa poi è maturata attraverso l’impatto colla realtà: si leggano da questo punto di vista tutte le pagine autobiografiche di Geremia; si rilegga il Testamento di Paolo ad Efeso oppure la commovente pagina di 2Tim 4,6-8; si ripercorra tutta la commovente vicenda di Pietro nel Vangelo.

Proviamo ora a chiederci: che "ruolo" ha la celebrazione dell’Eucarestia nella costruzione del proprio io? Ho sempre più viva la convinzione che o l’io del pastore trova nella celebrazione eucaristica la sua radice permanente o è un io che poco o tanto vive nella menzogna e nel male. Per quale ragione?

Il mostro consenso alla vocazione ha coinciso col nostro consenso alla missione: essere chiamato equivale per noi ad essere mandato. Non solo. Ma questa vocazione-missione non si pone ai margini, alla periferia della nostra esistenza: la definisce.

È della stessa missione di Cristo, che noi siamo resi partecipi: del suo donarsi "fino alla fine" [cfr. Gv 13,1]. È questo donarsi che è sempre eucaristicamente presente in mezzo a noi.

Tu prendi coscienza della tua origine quando celebri l’Eucarestia: il tuo io nasce ogni giorno, quando celebri l’Eucarestia.

Conclusione

In questo giorno ci è chiesto in primo luogo di porci nella luce del sacramento eucaristico. Per due ragioni: per capirci nella verità; per realizzarci nel bene.

L’Eucarestia deve divenire ogni giorno più la chiave interpretativa di tutta la nostra vita.