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San Benedetto e l'attuale emergenza educativa
Claro, 20 ottobre 2012


Sembra che ad ogni tornante della storia la divina Provvidenza susciti una persona che, raccogliendo l’eredità passata, ponga le radici della nuova direzione che la società umana intraprende. Senza semplificare troppo, se osserviamo con uno sguardo sintetico la storia occidentale della Chiesa, vediamo come tre grandi tornanti e relative tre figure-guida. Il passaggio dall’impero romano alla costruzione di una nuova casa per l’uomo è il primo; il secondo è la costruzione della civiltà medioevale; il terzo, il passaggio dal Medioevo alla Modernità. La figura determinante del primo è Benedetto; del secondo sono Domenico e Francesco; del terzo è Ignazio di Loyola.

Noi dobbiamo riflettere questa sera su Benedetto, che non a torto quindi è chiamato il "patriarca dell’Occidente": colui che lo ha concepito, e da cui discende.

1. Possiamo partire da alcuni dati di facile costatazione che mostrano la verità di questa presenza di Benedetto, una presenza immensamente creativa.

Egli costituisce in Occidente il primo "ordo monachorum". Certamente l’esperienza della vita monastica era conosciuta e praticata in Occidente, prima di Benedetto [S. Martino di Tours; S. Eusebio di Vercelli, ed altri]. Ma uno "status", un "ordo" nella Chiesa non esisteva prima di lui. Egli pertanto scrive una Regola, che sostanzialmente fino a Francesco rimarrà unica, seguita anche fuori dai monasteri benedettini. La Regola agostiniana riguardava i chierici.

L’ordo benedectinus o Sancti Benedicti diventa quindi come un tronco da cui nascono altri ordines, ma che si riconoscono comunque figli di S. Benedetto. Il più grande di questi rami è stato sicuramente l’ordo dei cistercensi, col più illustre figlio del Patriarca, S. Bernardo di Chiaravalle.

Un’altra semplice constatazione. Lungo tutta la sua storia, dall’ordine benedettino sono usciti trenta papi, alcuni dei quali grandi tra i grandi, come S. Gregorio Magno e S. Gregorio VII.

Possiamo dunque concludere questo primo punto nel modo seguente. È constatabile in Occidente una presenza benedettina tale che non può non essere stata una delle forze plasmatrici dell’Occidente, assieme all’altra forza plasmatrice che è Agostino.

2. Desidero ora cominciare la discesa in profondità, se così posso esprimermi, dentro questa forza plasmatrice; tentare di coglierne il dinamismo generativo.

Benedetto, come è ben noto, vive uno dei momenti più tragici dell’Occidente: il crollo irreparabile dell’impero romano. Ci aiuta a capire come questo evento fosse vissuto fin dal principio del suo verificarsi una famosa pagina di Girolamo. Eremita penitente nel deserto di Giuda, venuto a conoscenza del fatto che Roma, per la prima volta, era stata occupata dai barbari, esclamò che il mondo era finito perché Roma era finita.

È l’esperienza dell’inconsistenza delle cose umane, della fragilità delle costruzioni dell’ingegno umano, che gli spiriti più pensosi sentivano e vivevano. Ciò è espresso in modo mirabile da un testo di S. Gregorio Magno nel quale narra per contrarium la vita monastica. "Il mio spirito triste … ricorda la sua condizione di un tempo in monastero, come allora tutte le cose effimere [labentia cuncta] gli fossero estranee, quanto fosse superiore a tutto ciò che passa … dopo aver gustato tutta la bellezza e la dolcezza della quiete, eccolo ora imbrattato della polvere delle occupazioni terrene" [Dialoghi, I, Prol. 3. 4; Opere di S. Gregorio Magno IV, CN ed., Roma 2000, 73]. La condizione monastica è pensata e vissuta come estraneità a tutte le cose effimere, e superiorità a ciò che è transitorio, e godimento della quiete. È la pax benedectina, una delle cifre della proposta di Benedetto.

Ma che cosa significava profondamente questa ricerca di ciò che è stabile, di ciò che è eterno? Più precisamente: che cosa metteva in moto, motivava questa ricerca? La ricerca di Dio nel Quale si gusta "tutta la bellezza e la dolcezza della quiete". Quaerere Deum: questo costituiva la vera ricerca di ciò che vale e permane in eterno. È una pace che dinamizza nel modo più profondo l’io nelle sue potenzialità più intime: Quaerere Deum. Quando Tommaso vuole indicare i connotati specifici dell’humanum come tale, li trova nel "in societate vivere" e "veritatem de Deo inquirere".

Abbiamo per così dire isolato la chiave di volta della proposta benedettina, il suo leitmotiv, da cui derivano gli altri elementi fondamentali, che ne sono come le membra o gli sviluppi interni, in un’unità che mostra la forma vivendi benedectina.

2, 1. L’elemento più intrinseco al quaerere Deum è la preghiera. Detto in vocabolario più benedettino: è l’opus Dei. Ad esso non dovrà essere preposto nulla nella coscienza benedettina.

La ricerca di Dio "non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto" [Benedetto XVI]. È Dio stesso che ha operato, ha agito dentro la storia, compiendo il suo atto supremo: l’incarnazione, la morte, la risurrezione, e l’ascensione al cielo del suo Unigenito. E questo opus salutis viene attuata in ogni luogo e tempo mediante la Liturgia. Nell’esperienza benedettina non esiste, non è pensabile alcuna mistica che non sia liturgica. Il fatto che questo – l’intrinseca connessione fra liturgia e mistica, nel cristianesimo – sia andato oscurandosi ha creato non pochi problemi sia alla cogitatio che alla vita fidei. In sostanza, il primato di Dio [nihil operi Dei praeponatur] è il messaggio fondamentale di Benedetto.

Ma sempre rimanendo dentro questa riflessione, dobbiamo fare un’esplicitazione di fondamentale importanza.

Dio si comunica all’uomo prima di tutto attraverso la parola, la quale fu anche messa per iscritto. L’uomo alla ricerca di Dio non vagava in un deserto senza indicazioni stradali. C’è una via che nella Sacra Scrittura è a disposizione dell’uomo per comprendere l’opus Dei, e trovare il Dio cercato.

È intrinseco alla proposta benedettina lo studio accurato della Lettera Sacra, e l’uso di tutto ciò che può aiutare questo studio. Ma non si tratta di un biblicismo coltivato mediante la strumentazione letteraria. L’amore della lettera santa nasce nel benedettino dal desiderio di incontrare il Signore nella sua opera. Non si esce, al fondo, dallo spazio liturgico.

Si comprende quindi perché l’opera del monaco calabrese Cassiodoro [480-575] ed il suo Vivarium morirono con lui. Non fu così per Benedetto, perché diversa era la sua impostazione. Non era un fatto culturale, eminentemente. Era la ricerca di Dio che esigeva anche un "amore delle lettere".

2, 2. Benedetto non parla nella sua Regola della scuola, della necessità di apprendere; parla invece del lavoro (al cap. 48). È un dato storicamente acquisito che la visione benedettina del lavoro fu un evento spirituale che ha segnato una svolta nel cammino dell’uomo. Mi limito a dire (le cose sono ormai ben note) che è la concezione stessa del lavoro che viene cambiata: non è opus servile; non è distrazione da ciò che è propriamente umano. È la continuazione umana dell’opera creativa di Dio. Il quaerere Deum esigeva una nuova visione e cultura del lavoro, e reciprocamente questa poteva custodirsi solo se non si sradicava dal quaerere Deum.

Detto in altro modo. Se scompare l’idea della creazione – della natura come creazione – il lavoro diventa o indegno dell’uomo o dominio del mondo e affermazione di sé.

3. Questa è la grande proposta benedettina, che resta come un’eredità spirituale a cui attingere da parte di tutti, non solo da parte di monaci e monache.

Vorrei ora pormi una domanda: questa proposta ha la capacità di orientarci nel trovare una risposta alla grande emergenza educativa che stiamo vivendo? È necessario che vi dica, prima di tutto, che cosa intendo per emergenza educativa.

Vi risponderò subito in maniera sintetica: per emergenza educativa intendo che l’io – la persona come io consapevole e libero – è a rischio di scomparire. L’emergenza educativa è diventata emergenza dell’io. E pertanto, la domanda sopra formulata può essere riformulata nel modo seguente: la proposta benedettina ha la capacità di mettere in salvo l’io-persona? Sia detto subito: non salvarlo nel senso rigorosamente cristiano; salvarlo nel senso di non devastarne e dissiparne la sua naturale struttura.

Ora posso procedere più analiticamente e con più ordine, cercando di descrivervi in primo luogo ed in modo assai succinto ciò che ho chiamato "emergenza dell’io".

La "rottamazione" dell’io è stata progressivamente condotta percorrendo in primo luogo un cammino di "distruzione metafisica", espungendo dalla considerazione dell’uomo il concetto di sostanza [in senso metafisico]. Il concetto di sostanza denota l’io che è la persona come un soggetto che esiste in se stesso e per se stesso. In breve: è sussistente.

Si può comprendere ciò che significa "sussistente" per via contraria. Sussistente, persona, significa che non è, e "non può entrare in relazione con le altre cose come parte di un tutto" [S. Tommaso, in III Sent. V, 2, 1 ad 2]. La persona non è parte: è un tutto, in sé completo.

Sussistente, persona, significa che non è ciò che è in forza della sua partecipazione ad un "universale" [Nazione, Stato, Chiesa …], fuori dal quale non sarebbe nulla. La persona è in se stessa e per sé, non in quanto in una comunità e in vista di una comunità.

Sussistente, persona, significa che la persona non appartiene, non è di nessuno [sui juris]. I padri greci parlavano di auto-dominio/auto-possesso.

La manifestazione e la realizzazione più alta della sussistenza della persona, nel triplice senso suddetto, è l’esercizio della libertà. L’atto libero infatti può essere descritto nel modo seguente: "posso, ma non sono costretto; e quindi sono io a decidermi ad agire o non agire". L’atto libero quindi non denota un’attività passiva [= la persona non agisce, ma è mossa ad agire]; non denota solo un’attività … attiva [= la persona agisce]. Denota un’attività riflessiva. Cioè: nell’atto libero è la persona che decide, muove, determina se stessa [ecco il carattere di riflessività] ad agire. Non è solo l’atto della persona, ma è la persona in atto; o, il che coincide, la persona che si realizza.

Di tutto questo ciascuno di noi è consapevole: l’atto libero è atto cosciente. Ma troviamo che la coscienza che ciascuno di noi ha di se stesso, non è solo riflettente: ho coscienza, per così dire "vedo" che prendo una decisione, che faccio una scelta. La coscienza di sé è anche riflessiva. Grazie alla coscienza non solo sono consapevole della mia scelta e decisione, ma grazie ad essa [riflessiva] vivo il mio io, ossia vivo me stesso come soggetto che "può, ma non è costretto, e quindi che decide se stesso, muove se stesso ad agire". La coscienza riflettente mi fa "vedere" questo; la coscienza riflessiva me lo fa "vivere", "sperimentare". S. Tommaso vede in questa esperienza interiore una delle prove incontrovertibili della spiritualità dell’io [= esistenza dell’anima].

Tenendo presente tutto questo, in che cosa è consistito tutto il processo di rottamazione dell’io? Rispondo molto brevemente, non essendo questo il nostro tema, tralasciando i vari passaggi, per parlare subito della situazione attuale.

L’io è pensato come risultato fortuito di processi biochimici cerebrali. Potremmo dire: è il nostro cervello.

Una tale posizione ha licenziato l’idea stessa di io. Essa, infatti, si reggeva sulla differenza fra l’agire e "l’essere-agito". Cioè: esistono attività che accadono nella persona, dinamizzano potenzialità presenti nella persona, ma non sono della persona. Si pensi, per fare un esempio, all’attività digestiva. Non esiste nessuna coscienza riflessiva della persona che digerisce, perché non può esistere.

Se la coscienza riflessiva, se l’io è il risultato di processi biochimici, essi sono ridotti ad un "altro genere di cose": sono in fondo "rottamati". O comunque sono in via di esserlo [cfr. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, ].

Mi interessa vedere uno dei segni più gravi di questa rottamazione in atto: la sovranità del desiderio staccato dalla ragionevolezza.

Il legame intrinseco fra desiderio e ragione e l’integrazione dei due era un cardine dell’antropologia cristiana, ben aliena da ogni proposta di apatia.

Esiste tuttavia una diversità essenziale fra desiderio e ragione: l’uno è radicato nella conoscenza sensibile e quindi incapace di tendere ad un bene in cui possono e debbono riconoscersi tutte le persone; la ragione è la capacità di conoscere beni universalmente tali e condivisibili, ed essa dà origine ad un desiderio puramente ragionevole, la volontà.

Se spezzo questo legame, poiché l’io è ridotto ad essere semplicemente il risultato fortuito e il crocevia di processi biologici, la tensione desiderante dell’uomo da una parte non può non volgersi a beni materiali, e dall’altra non troverà in linea di principio un ordine e un principio integrante. Sarà sempre semplicemente mosso ad agire non da se stesso, poiché semplicemente un "se stesso" non esiste.

È questa l’emergenza dell’io, che è la radice ultima dell’emergenza educativa. La proposta benedettina ha qualcosa da dirci e darci in questa situazione?

4. In linea di principio, è da presumere che la risposta sia affermativa, dal momento che, come abbiamo detto all’inizio, l’uomo a cui si rivolge Benedetto si trova a vivere in una condizione spirituale molto simile a quella in cui vive l’uomo di oggi.

Mi ha colpito un passaggio del Prologo della Regola, che trascrivo: "Questo grida il Signore cercandosi il suo operaio tra la moltitudine del popolo; continua poi dicendo: c’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene? Se, all’udirlo, tu rispondi: Io, così ti soggiunge il Signore: se vuoi avere la vera ed eterna vita …" [14 – 17 a].

I termini-chiave di questo testo mirabile sono: la parola [il grido, dice il testo] del Signore; il desiderio che ha per oggetto "la vera ed eterna vita"; la nascita dell’io. Vediamo in che rapporto stanno.

L’io nasce all’interno di un desiderio; il desiderio è suscitato da un "grido" di Dio che fa una proposta; il bene in questione è la vita vera ed eterna.

L’io in tutta la sua tensione nasce dal confronto diretto con Dio medesimo. Kierkegaard dice che la misura del proprio io, la grandezza della propria coscienza riflessiva è costituita dal referente con cui l’uomo si pone in rapporto. Un pastore si sente un io nei confronti delle pecore con cui passa le sue giornate: le guida, le domina, ne dispone. Tuttavia è un io di misura ben limitata! Un cittadino di sua maestà britannica dice: "nel mio tugurio entrano venti e pioggia senza il mio permesso; ma senza il mio permesso, la Regina non vi può entrare". L’io del cittadino di uno Stato di diritto è di misura ben superiore a quello del pastore! Pensiamo allora "essere io di fronte a Dio". È ciò che dice il Prologo.

Ciò che dinamizza, che mette in attività l’io non è un Dio assente e lontano; è un Dio che "grida" una proposta all’uomo. La proposta è: "c’è qualcuno che desidera la vita?". Il dinamismo interno dell’uomo come io è il desiderio: il nostro è un io desiderante. Homines sunt voluntates, scrisse Agostino. Dunque, l’io nasce quando la persona prende coscienza, in forza del grido del Signore, di "poter, senza esservi costretta", muoversi verso il possesso della vera ed eterna vita. Presa di coscienza riflettente e riflessiva di essere "un filo d’erba assetato"; di essere cioè una possibilità: la possibilità di vivere una vita vera ed eterna.

Ritroviamo il grande tema del quaerere Deum, da cui eravamo partiti.

Il Prologo della Regola offre un paradigma della pratica educativa adeguata alla situazione di un io in grave pericolo di morte.

Benedetto come abbiamo appena detto, inizia col suscitare l’io, la persona. È questa la questione pedagogica fondamentale: generare persone vere, cioè capaci di dire in tutta verità "io".

Quale è l’atto generativo di un "io"? Suscitare nella persona il desiderio di un bene, in vista del quale la persona si sente fatta. Non solo di un bene vero, ma di un bene sentito come tale: solo questo muove la persona. Faccio un esempio. Se voglio educare un bambino al rispetto di alcune regole fondamentali, devo fargli prima sentire come è bello vivere assieme. È il bene che genera le regole, non viceversa. Per muovere l’ "io", appunto per farlo nascere, devo mostrargli un bene totale che sente come il suo bene ultimo. Benedetto lo denota con l’espressione biblica: "lunghi giorni per gustare il bene", e "la vera ed eterna vita".

L’aver limitato il desiderio, sradicandolo dalla natura spirituale della persona, è stato un fatto devastante anche dal punto di vista pedagogico. Al massimo, si educa alla coesistenza regolamentata del proprio egoismo con altri egoismi.

E siamo arrivati al punto decisivo di ogni paradigma antropologico. Chi è in grado, chi è ultimamente capace di mostrare un bene ultimo, definitivo che sia al contempo sentito come tale perché corrispondente al proprio se stesso? Non può trattarsi del frutto di una ricerca condotta da se stessi e con altri; non può neppure trattarsi di un bene totalmente irrelato alla persona. E siamo all’agostiniano superior superiori meo et intimior intimo meo. Benedetto dice che è il "grido del Signore".

Si comprende come la proposta benedettina affronta alla radice la condizione attuale. È l’ascolto, l’obbedienza questo grido che fa nascere l’io. Si capisce l’importanza fondamentale che nella proposta benedettina ha l’obbedienza: "convinti che unicamente per questa via dell’obbedienza andranno a Dio" [71,2]. L’ "io" misura della realtà è la via che porta alla sua rottamazione, come la vicenda della modernità ha ampiamente dimostrato [cfr. 7,19-25].

Nessun paradigma antropologico chiuso alla trascendenza è capace di pratiche educative generatrici di un vero "io".

5. [Conclusione]. All’inizio del suo cammino, grandiosa metafora di ogni itinerario verso la luce, Dante, parlando di Virgilio, scrive:

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
[Inferno III, 19-21]

È una stupenda descrizione dell’atto educativo. La guida prende per mano il discepolo; questo dona conforto e sicurezza. Solo così la persona entra nel Mistero che dà consistenza a questa realtà umbratile, e vive "vera ed eterna vita".

La mia riflessione voleva dirvi che Benedetto è uno – sono pochi – che può "porre la sua mano nella mano dell’uomo di oggi", e rimetterlo in cammino "dentro a le segrete cose": a quel Mistero che tutto compie.