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Caritas, Servizi di carità e Servizi sociali
Istituto Veritatis Splendor, 5 febbraio 2011


La seguente riflessione ha un obiettivo: pensare con verità il rapporto tra il servizio della Caritas e l’assistenza sociale pubblica, al fine di collaborare rettamente nella distinzione e nel rispetto dell’identità di ciascuno.

Procederò nel modo seguente. Dapprima richiamerò la natura ecclesiale della Caritas e del suo operare (1); poi farò qualche osservazione sulla presenza e funzione della istituzione pubblica nei servizi sociali (2); infine darò alcuni orientamenti e norme pratiche coerentemente desunte dalle riflessioni precedenti (3).

1. Natura ecclesiale della carità.

Partiamo da un insegnamento della Lett. Enc. Deus caritas est, che sarà come la stella polare della nostra riflessione. "praticare l’amore…. appartiene alla sua [= della Chiesa] essenza tanto quanto il servizio dei Sacramenti e l’annuncio del Vangelo. La Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola" [22].

Per cogliere la forza teologica di queste affermazioni, dobbiamo tenere presenti alcune cose. Il Papa non sta parlando dell’esercizio della carità proprio del singolo cristiano come tale, o proprio delle associazioni private di fedeli che si uniscono per compiere un particolare servizio di carità. Sta parlando dell’esercizio della carità in quanto attività della Chiesa come tale; sta parlando della carità avente un carattere pubblicamente ecclesiale.

Il confronto coi Sacramenti può aiutare. Quando il Sacerdote celebra l’Eucaristia, egli agisce nomine Christi et Ecclesiae: a nome di Cristo e della Chiesa. E i fedeli, partecipandovi in forza del loro battesimo, compiono col sacerdote un’azione, l’azione liturgica, che è azione della Chiesa: è al contempo "opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa" [Cost. Sacrosanctum concilium 7, 4; EV 1/12].

In maniera analoga l’esercizio pubblico della carità manifesta ed implica l’intero corpo della Chiesa. E come non può esistere Chiesa senza liturgia e senza predicazione del Vangelo, così non può esistere Chiesa senza esercizio della carità. Questo appartiene alla natura della Chiesa tanto quanto la liturgia e la predicazione del Vangelo.

In occasione del Congresso Eucaristico Diocesano 2007 abbiamo voluto esprimere anche visibilmente questa verità teologica. Abbiamo collocato la sede della Caritas a fianco della domus Episcopi, della casa del Vescovo. E così questa viene ad essere posta fra la Cattedrale, il luogo dove il Vescovo celebra i divini Misteri e tiene la Cattedra della fede, e la sede Caritas, il luogo dove il Vescovo presiede l’esercizio della carità.

Vediamo ora più in profondità il legame essenziale fra Chiesa e carità, chiedendoci qual è il suo fondamento, la sua ragione d’essere.

Partiamo da un fatto: Gesù dona il suo precetto – il precetto della carità fraterna – all’interno dell’ultima cena, nel contesto della istituzione dell’Eucaristia. La cosa non è priva di significato, come viene confermato anche da un altro dato evangelico. Nel Vangelo secondo Giovanni, come è noto, non è narrata l’istituzione dell’Eucaristia. Ma Giovanni è l’unico che narra l’episodio della lavanda dei piedi. Unendo nella nostra riflessione questi due dati del racconto evangelico, possiamo giungere alle seguenti conclusioni.

La lavanda dei piedi è un grande gesto profetico mediante il quale Gesù profetizza la sua opera salvifica. In questo senso, i Padri della Chiesa dicevano che era stato un "sacramento". Non nel senso che diamo noi oggi alla parola quando diciamo "i sette sacramenti". Nel senso che quel gesto esprimeva visibilmente quanto Gesù stava per compiere, l’opera della redenzione dell’uomo.

Alla fine della lavanda, Gesù dice: "Vi ho dato … l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" [Gv 13, 15]. Teniamo a mente queste due parole: "come io" – "anche voi"; ci ritorneremo sopra fra poco. La lavanda dei piedi è quindi, nelle intenzioni di Gesù, anche un "comandamento": Sacramento e Comandamento / Sacramentum – Mandatum.

Ma Gesù nella stessa cena istituisce il sacramento dell’Eucaristia, perché resti indistruttibile nella Chiesa la memoria del suo atto redentivo, del suo sacrificio sulla croce. E’ memoria sacramentale: sotto le speci del pane e del vino è realmente presente Cristo nel suo sacrificarsi, nel suo donarsi sulla croce. Su questo "realmente" la fede della Chiesa non ha mai avuto e non ha mai ammesso dubbi.

Ne deriva che il discepolo del Signore può essere veramente presente all’evento redentivo, come lo furono Maria e Giovanni ai piedi della croce, anche se ovviamente con modalità diverse. Ma non è tutto.

L’Eucaristia è celebrata, e quindi l’atto di oblazione che Cristo ha fatto di Se stesso è reso realmente presente, perché noi ne partecipiamo attraverso la comunione eucaristica. Il realismo di questa partecipazione è espresso dai Padri della Chiesa con una forza sconvolgente. Mi limito a richiamare in estrema sintesi la loro dottrina, di cui la Chiesa si nutre; e a citare una pagina impressionante per il suo realismo.

Tutti noi, discepoli del Signore, siamo veramente una sola cosa con Cristo: un solo corpo. In Lui e da Lui noi riceviamo la vita nuova e divina, di cui Egli ha reso partecipe in pienezza la sua umanità generata da Maria.

Il mezzo attraverso cui questa unione perfettamente si realizza è la celebrazione e la partecipazione all’Eucaristia. E’ in essa che noi diventiamo un solo corpo, diventiamo la Chiesa. Prima che esercitare la carità, la Chiesa è la carità, che le deriva dal suo Sposo e la rende con Lui un solo corpo. Non stiamo dunque parlando di un dovere da compiere, ma di una realtà e di un modo di essere che ci è donato mediante l’Eucaristia.

Ritorniamo ora a quelle due parole" "come io" – "anche voi". Non si tratta semplicemente di imitare un esempio, ma di mettere in atto un dinamismo, una facoltà, una capacità che ci è stata donata: amare come Cristo ha amato [cfr. Deus caritas est 13 e 14]. Nell’Eucaristia noi riceviamo la capacità di amare che è nel cuore trafitto di Cristo: amiamo come Cristo, perché "nel nome del Signore Gesù" [cfr. Col 3, 17]

Ascoltiamo ora almeno un breve testo di un Padre della Chiesa. "(il Cristo) è nel Padre per la realtà della sua divinità, e noi in Lui a causa della sua nascita corporale, e Lui in noi mediante il Sacramento dell’Eucaristia" [S. Ilario, De Trinitate VIII, 15]. Vedete a quale profondità siamo guidati! Come una stupenda cascata: l’unità del Cristo col Padre da cui è generato nella vita divina; in forza della incarnazione – la sua nascita temporale – noi tutti siamo già, in radice, nel Verbo che comunica la vita divina alla sua umanità; mediante l’Eucaristia l’unione raggiunge il suo vertice.

Questa lunga riflessione sulla Chiesa e sull’Eucaristia ci ha fatto forse dimenticare il punto di partenza. Ci eravamo chiesti: perché la carità appartiene all’essenza della Chiesa tanto quanto i Sacramenti e la predicazione del Vangelo? Ora abbiamo tutti gli elementi della risposta.

L’esercizio della carità appartiene all’essenza della Chiesa perché la Chiesa stessa è carità, cioè unità fra i discepoli del Signore creata dall’Eucaristia.

Se chiedo: perché un medico deve curare gli ammalati? la risposta è semplice: perché la scienza medica esiste per curare le malattie. E’ il suo mestiere(!) Se chiedo: perché un avvocato difende in Tribunale il suo cliente? perché l’avvocatura esiste per questo. E’ il suo mestiere(!) Se chiedo: perché la Chiesa deve praticare la carità? perché la Chiesa è carità ed esiste per esercitare la carità. E’… il suo mestiere.

Da questo legame Chiesa – carità derivano alcune conseguenze assai importanti per il nostro tema. Prima però di dedurle, devo fare due considerazioni per evitare equivoci.

La prima. Da quanto detto finora qualcuno potrebbe pensare che la carità si esercita solo fra cristiani, solo dentro la Chiesa. Non è così. L’unità è creata dall’Eucaristia. L’Eucaristia mi attira però dentro all’atto d’amore di Cristo sulla croce, e mi coinvolge nella sua dinamica. E’ dottrina di fede che Cristo sulla croce è morto per tutti gli uomini. Nel cristianesimo quindi il concetto di prossimo è universalizzato: ogni uomo è mio prossimo [cfr. parabola dal samaritano].

La seconda. La carità può essere esercitata personalmente o comunitariamente. Non stiamo parlando della prima, ma della seconda. Esiste un esercizio della carità che è proprio della Chiesa come tale.

Fatte dunque queste due considerazioni, riprendiamo il filo del nostro discorso, deducendo alcune conseguenze.

A) Nella Chiesa deve esistere un esercizio della carità che esprima la Chiesa come tale: non basta la carità del singolo.

L’esercizio ecclesiale della carità esige di essere organizzato, come ogni attività pubblica esige una sua intrinseca organizzazione. E’ una organizzazione che esprime anche la struttura gerarchica della Chiesa.

La storia della Chiesa documenta ampiamente questi fatti. Il Sacramento del diaconato è nato come risposta a questa esigenza della Chiesa.

Attualmente la Chiesa in Italia ha espresso e realizza la sua costituzione di carità mediante lo strumento della Caritas.

B) La Caritas diocesana e le sue ramificazioni nelle Caritas parrocchiali o interparrocchiali è un’istituzione essenzialmente ecclesiale. E’ presieduta dal Vescovo, quindi. Non è una qualsiasi associazione privata di fedeli che si propone l’esercizio della carità, come potrebbe essere una confraternita. E’ espressione pubblica della Chiesa come tale. In essa è presente ed opera la Chiesa locale che è carità.

C) Data la natura ecclesiale della Caritas, essa nell’esercizio della carità ha l’autonomia e l’originalità propria della Chiesa. E’, lo ripeto, il servizio ecclesiale della carità. Non è dunque il supplente di nessuno; non è parte di programmazioni sociali. Le modalità esterne in cui la carità della Chiesa si esprime e le modalità di associazioni anche laiche sono spesso simili. Ma ciò non deve trarci in inganno. Inoltre la carità ecclesiale non rende inutili altre forme associative, al contrario. Mi si consenta l’analogia ancora colla celebrazione dei Sacramenti, colla liturgia.

E’ la liturgia la preghiera della Chiesa. Ciò però non significa che il cristiano non debba avere una sua preghiera personale. Anzi la Chiesa la raccomanda vivamente, sia sul piano individuale sia sul piano comunitario quando raccomanda i pii esercizi della pietà cristiana. Si pensi al Rosario.

Analogo è il rapporto fra la Caritas e le altre associazioni di fedeli dedite alla carità. La Caritas non ha una funzione sostitutiva, ma ispiratrice, regolatrice e promozionale.

2. I servizi sociali della Stato.

Tralascio la storia di queste istituzioni, non sempre gloriosa. Mi limito a richiamare la loro natura, così che possiate coglierne la differenza dall’esercizio ecclesiale pubblico della carità. Cercherò di fare un discorso molto semplice.

L’esistenza di un servizio sociale pubblico è giustificata dal fatto che esiste una "soglia" al di sotto della quale la persona è detronizzata dalla sua dignità come tale; che esiste il dovere dello Stato, della società politica [nelle sue varie espressioni: Stato, Regione, Municipio…] di intervenire perché questa detronizzazione non accada.

Lo stesso concetto può essere espresso in altro modo. Esistono beni umani fondamentali di cui la persona umana non può essere privata. Il servizio sociale pubblico esiste per assicurare questo possesso, senza del quale la persona non può vivere umanamente.

Fino a questo punto – almeno spero – è tutto chiaro e preciso. Tuttavia a questo punto intervengono due fattori che turbano questa chiarezza e confondono questa precisione.

Il primo fattore è costituito dalla progressiva espansione dei diritti soggettivi dei singoli o – il che equivale – dei beni umani. Non voglio ora dire altro su questo fattore. Mi limito a questo: si va verso una progressiva identificazione del proprio desiderio col proprio diritto. "Desidero A; A è tecnicamente possibile: dunque ho diritto ad A; quindi lo Stato ha il dovere di assicurarmi A".

Il secondo fattore è che le risorse economiche dello Stato… non sono infinite. E quindi si pone il problema di scelte, che comportano esclusioni, circa la loro allocazione. Donde il problema: che cosa privilegiare? che cosa escludere? I bilanci non si fanno solamente coi buoni sentimenti.

(A) A questo punto possiamo già individuare la prima proprietà del servizio sociale pubblico. Esso ha un carattere sussidiario. "Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio della sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto". [Deus caritas est 28 b]. Sono stati fatti computi precisi: un bambino alla scuola gestita da enti privati costa molto meno allo Stato che gestire esso stesso la scuola.

La scienza economica e la sociologia – non la teologia cattolica o il Magistero dei Papi – più avanzate [cfr. le riflessioni di Zamagni, Donati ed altri] hanno già da anni dimostrato che solo una grande alleanza tra l’Ente pubblico ed il Terzo settore può assicurare un efficace servizio sociale.

La società civile non va intesa come lo spazio in cui gli individui si incontrano per il soddisfacimento dei loro desideri, ma come lo spazio in cui persone e gruppi scoprono identità personali e comunitarie e si costituiscono assumendosene responsabilità. Penso, per fare un esempio, alle Fondazioni di privati o Cooperative sociali che gestiscono scuole nella nostra Diocesi. Pertanto la società civile precede lo Stato che ha un ruolo sussidiario. Detto in altri termini: i servizi sociali spettano in primis alla società civile non allo Stato. Purtroppo le cose non stanno così, e ogni giorno ne vediamo le tristi conseguenze.

(B) Una seconda caratteristica del servizio sociale pubblico è la sua burocraticità. Non diamo subito un carattere negativo a questa parola.

Nei servizi pubblici, in ogni servizio pubblico, il rapporto è coll’istituzione. E’ colla persona che lo compie certamente, ma solo in quanto rappresenta l’istituzione. Si tratta infatti della prestazione di un servizio che deve essere adeguatamente pagato.

La cosa ha i suoi vantaggi. La burocratizzazione assicura continuità; il volontariato è per definizione aleatorio, incerto. Ma la burocratizzazione ha due gravi inconvenienti. E’ noto a tutti che il capitolo spese – servizi sociali può essere devoluto in quantità notevole alle persone che lo svolgono anziché ai destinatari del servizio stesso: in alcune organizzazioni internazionali ciò accade nella misura del 50%. Il secondo inconveniente è che può mancare ciò di cui l’uomo sofferente ha soprattutto bisogno: l’amorevole dedizione personale; la vicinanza alla persona in difficoltà non in modo burocratico, ma da persona a persona.

(C) Infine, ma non dammeno, la consistenza del servizio e delle sue scelte di fondo possono essere determinate da ragioni politiche generali, o dalla preoccupazione di assicurarsi comunque il consenso dei futuri elettori.

Non aggiungo altro. Sono perfettamente consapevole che questo tema si radica in una tematica di dottrina politica ed economica ben più profonda e vasta: la fondazione filosofica-politica di un nuovo welfare in Italia, dopo il fallimento progressivo dei welfares che ci hanno preceduto. Come dimostra il fatto che le disuguaglianze sono aumentate più che proporzionalmente rispetto all’aumento del reddito nazionale, nonostante che la spesa pubblica per il sociale sia andata aumentando negli ultimi decenni, eccetto che negli ultimissimi anni.

3. Caritas, servizi di carità e servizi sociali.

In questo terzo punto della mia riflessione, tenendo conto soprattutto di quanto detto nei due numeri precedenti, cercherò finalmente di dirvi come deve essere il rapporto fra i servizi sociali pubblici e i servizi ecclesiali di carità.

La "stella polare" che deve orientare questa parte della nostra riflessione è quanto scrive la Deus caritas est.

"Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono… un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura" [30].

Da ciò deriva il primo principio; il principio di autonomia responsabile.

Esso significa che: a) l’attività caritativa propriamente ecclesiale dipende dal Vescovo che la governa attraverso il Vicario episcopale per la carità, e localmente deve fare capo al Parroco o, là dove si agisce come unità pastorale, al Vicario e responsabile dell’Unità pastorale; b) l’attività caritativa propriamente ecclesiale deve programmarsi in fedeltà alla logica interna del servizio ecclesiale secondo il profilo operativo che le è proprio, di cui parlerò fra poco; c) l’attività caritativa propriamente ecclesiale non deve entrare in nessuna programmazione di politica sociale gestita dalla Amministrazione locale, senza il consenso del Vicario episcopale per la carità, il quale lo darà solo per casi particolari, in via del tutto eccezionale.

Il secondo principio è il principio della custodia della propria identità. Positivamente questo principio significa che l’attività caritativa della Chiesa deve mantenere sempre inalterato il profilo suo proprio. Negativamente significa che essa non deve dissolversi "nella comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante" [Deus caritas est 31].

Concretamente, ciò significa che: a) l’attività caritativa ecclesiale deve essere sempre orientata a rispondere, in una determinata situazione, alle necessità immediate [cibo a chi ha fame e vestiti a chi ne ha bisogno, visita a chi è solo e versa in necessità…]; b) l’attività caritativa ecclesiale deve essere assolutamente estranea a partiti ed ideologie politiche, evitando anche qualsiasi forma di supporto collaterale; c) i responsabili dell’attività caritativa ecclesiale possono, in alcuni casi devono, in forza della loro autonomia, esercitare una funzione critica nei confronti dell’organizzazione e/o gestione dei servizi sociali pubblici; d) l’attività caritativa ecclesiale non ha altra finalità che aiutare chi ha bisogno, gratuitamente, senza secondi fini o alcuna forma di proselitismo religioso o ancor meno politico. La gratuità è la "cifra" del servizio ecclesiale della carità. Se si toglie questa, la risposta al bisogno dell’altro cambia natura. E’ ovvio che ciò non toglie che ci possano essere, anzi ci debbano essere persone che sostengono il servizio ecclesiale della carità colla loro competenza professionale, e che quindi debbano ricevere un adeguato compenso.

Il terzo principio è il principio dell’ordine: è questo un insegnamento costante della Chiesa. Soprattutto tenendo conto che non siamo in grado di sopperire a tutte le necessità.

Il principio dell’ordine significa che: a) esiste un "prima" e un "poi" nell’esercitare la carità; b) il "prima" ed il "poi" vanno determinati in rapporto ad alcuni criteri, che sono la comunione nella fede, la gerarchia dei beni umani [cibo, vestito, e casa sono i beni fondamentali].

Concludo. La predicazione del Vangelo è la trasmissione fatta all’uomo della divina Rivelazione: essa deve essere ortodossa. E’ l’ortodossia che impedisce di mascherare e veicolare pensieri umani come pensieri divini.

La celebrazione della Liturgia è la glorificazione di Dio e la santificazione dell’uomo: essa deve essere santa e santificante. E’ la santità che impedisce alla celebrazione di essere opera umana [opus hominum] anziché opera divina [opus Dei].

L’esercizio della carità è l’ingresso nel mondo della stessa vita divina: Dio è carità. Lo splendore del vero affascina; la bellezza della Liturgia commuove, il calore dell’Amore attrae.