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Domenica Ventiseiesima per Annum (Anno C)
Cento, 29 settembre 2013


Cari fratelli e sorelle, abbiamo accompagnato il Signore fra le vostre case, lungo le vostre vie, nei luoghi dove si svolge la vostra vita. Come accadeva quando Gesù percorreva le strade della Palestina, anche oggi a voi Egli vi dice una Parola di vita. Mi conceda di aiutarvi a farla risuonare dentro al vostro cuore; a farla diventare "luce al vostro cammino".

1. Gesù ci istruisce attraverso un racconto di vita quotidiana del suo tempo. In esso si parla, come avete sentito, di due personaggi. Un ricco vestito elegantemente, che allegramente e sontuosamente faceva ogni giorno festa; e un povero, chiamato Lazzaro, bramoso di sfamarsi di ciò che cadeva dalla mensa del ricco.

Ma Gesù vuole richiamare la nostra attenzione su ciò che accade dopo la morte. E’ narrato da Gesù nel modo seguente. "Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto". In una parola: la condizione nell’eternità si capovolge, ed in maniera definitiva. Ma che cosa Gesù ha voluto, vuole dirci con questo racconto?

La prima cosa è che non tutto finisce colla morte. Nel momento della morte noi entriamo in una condizione di vita che è definitiva. Ma questo non è tutto. Quella che sarà la nostra condizione definitiva è una conseguenza coerente dell’esistenza che si è vissuta.

Chi ha vissuto in un tale egoismo da non dare al povero nulla più che le briciole, ed il povero che soffre la fame per la responsabilità di chi ha troppo e non condivide, non finiscono allo stesso modo: un pugno di cenere in una tomba.

Madre Teresa e A. Hitler non possono finire allo stesso modo. Esiste il giudizio definitivo di Dio sulla nostra vita. Esiste una giustizia. Esiste la revoca della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto [Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 43].

E qui troviamo il secondo ed ancora più importante insegnamento che oggi Gesù ci dona. Vogliate pestarmi attenzione.

Noi facilmente possiamo scambiare la realtà con l’apparenza, pensare che sia reale ciò che è solo apparenza. Vi faccio un esempio molto semplice. A noi sembra che il sole si muova da oriente ad occidente. In realtà, è la terra che si muove.

Quando il Signore viene, quando entriamo nella luce del suo giudizio definitivo, allora noi vediamo come stanno realmente le cose. E come allora le vedremo? Ecco cari fratelli e sorelle, il grande dono che oggi Gesù ci fa: anticipa la risposta a quella domanda.

Se vogliamo vedere le cose come sono in realtà, constatiamo "allora che il ricco non possiede proprio nulla, perché tutta la ricchezza terrena agli occhi di Dio non conta niente per se stessa, se non si è tramutata in carità. Il povero possiede, invece, ciò che resiste allo sguardo del Signore: egli è quello che è diventato attraverso la sua umiliazione e sofferenza" [F. Rossi de Gasperis, Sentieri di vita 2.2, Paoline, Milano 2007, 478].

Cari fratelli e sorelle, Gesù oggi ci educa a guardare la realtà e non le apparenze; ciò che resta e non ciò che passa.

2. Il modo di guardare le cose insegnatoci oggi da Gesù, si realizza in grado eminente quanto veneriamo il mistero eucaristico.

Mediante la celebrazione dell’Eucarestia noi veniamo trasformati nel nostro cuore, perché siamo resi capaci di amare e di donare noi stessi. Entriamo nella realtà dell’amore. S. Paolo ha scritto ai cristiani di Corinto "la carità non avrà mai fine" [1 Cor 13,8].

Se noi ci nutriamo con fede e devozione dell’Eucarestia, progressivamente ci lasciamo penetrare dall’amore di Gesù, e siamo di conseguenza aperti al nostro prossimo. L’Eucarestia è il pane della vita eterna: "chi mangia questo pane vivrà in eterno" [Gv 6, 38], ha detto Gesù. In fondo, la vita eterna è vivere nella verità dell’amore con Dio in Gesù e col nostro prossimo. Così sia.