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Primi Vespri nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Cattedrale di S. Pietro, 28 giugno 2009


1. Carissimi fedeli, la seconda lettura e il S. Vangelo ci parlano rispettivamente della vocazione di Paolo e di Pietro: narrano l’evento fondatore dello loro esistenza.

Iniziamo dall’apostolo Paolo. Egli lo narra nel modo seguente: «quando colui che mi scelse fin dal seno materno e mi chiamò colla sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi ai pagani…». Ciò che ha trasformato Paolo è stata la rivelazione che il Padre gli fece del suo Figlio Gesù. Sicuramente hanno dunque un carattere autobiografico le parole che in seguito l’apostolo scriverà ai cristiani di Corinto: «E Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» [2Cor 4,6].

Ma da queste stesse parole deduciamo anche che Paolo capì che fino a quel momento era vissuto nelle tenebre. Ed infatti scriverà ai cristiani di Filippi: «tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» [3,8].

Cari fratelli e sorelle, tenete presente che prima di questo incontro con Gesù Paolo non viveva da dissoluto. Al contrario, come ci ha appena detto lui stesso, superava «nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito come ero nel sostenere le tradizioni dei padri». Ma l’apostolo capì che la sua vita non era più sotto una legge sia pure religiosa, ma che la sua vita era semplicemente il rapporto con Gesù. Al punto tale che potrà scrivere ai cristiani della Galazia: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» [2,20].

Anche Pietro vive sostanzialmente la stessa esperienza, sia pure con modalità profondamente diverse. È detto nel santo Evangelo.

Pietro veniva da una esperienza terribile: aveva tradito il Signore, vergognosamente. Egli poteva pensare che tutto il progetto di Gesù su di lui era stato abbandonato: non meritava più fiducia. Che cosa chiede il Signore a Pietro? Semplicemente se lo ama. Viene cioè interrogato sulla qualità del suo rapporto personale con Cristo. Non viene chiesto altro, perché questo è semplicemente tutto. Anzi più profondamente: Pietro ritrova pienamente se stesso nella certezza che Gesù sa, conosce il suo amore. Ed il dolore che l’apostolo vive per un momento è perché ritiene che forse Gesù dubita del suo amore. Forse Pietro si ricordò in quel momento delle promesse che aveva fatto prima della passione, promesse clamorosamente smentite dal tradimento. Forse, egli pensa “Gesù non si fida più delle mie parole”. Ma l’apostolo supera questo scoramento: «Signore, tu sai tutto …».

Cari fratelli e sorelle, alla luce di questa pagine possiamo comprendere il ministero conferito a Pietro e nella sua persona ad ogni suo successore, fino a Benedetto XVI.

È un servizio che nasce dall’amore per Cristo, e quindi è un servizio di amore. Pietro ed ogni suo successore avrà solo la libertà dell’amore: andare solo là dove Cristo lo porta, fino a morire come è morto Cristo.

2. Cari fedeli, la riflessione sui due grandi apostoli ci aiuterà a capire e a vivere meglio la nostra vita cristiana.

In primo luogo a non dimenticare mai che la vita cristiana non è prima di tutto un comportamento, un modo di agire; non è prima di tutto una dottrina. È la vita vissuta con Gesù: è la sua Persona che sta al centro.

Ma, per terminare, non posso non fare anche un altro accenno. Abbiamo aperto qualche giorno fa l’Anno sacerdotale. Pregate, cari fedeli, perché l’intercessione e l’esempio dei santi apostoli ci rendano pastori delle vostre anime secondo il cuore di Cristo.