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Primi Vespri della Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Solenne apertura dell’Anno Paolino
Basilica di San Paolo Maggiore, 28 giugno 2008


1. Carissimi fratelli e sorelle, le parole appena ascoltate che sono l’inizio della lettera ai Romani, ci introducono dentro alla coscienza che l’Apostolo aveva di se stesso, e quindi della sua missione.

La prima qualifica è impressionante: "servo di Gesù Cristo". È la più perfetta espressione della coscienza che l’Apostolo ha di se stesso: lo "schiavo di Cristo" non si appartiene più; è stato espropriato di se stesso. In una pagina autobiografica della lettera ai Filippesi l’apostolo ci rivela la causa di questa espropriazione: egli è stato ghermito, afferrato da Cristo [cfr. Fil 3,12]. È stato sequestrato da Lui. Nella lettera ai Galati egli ci dice il contenuto più profondo di questa espropriazione: "non sono più io che vivo; Cristo vive in me".

La seconda qualifica è "apostolo per vocazione". È da notare questa aggiunta "per vocazione". La sua qualità di apostolo non è dovuta ad una sua decisione. Essa è dovuta esclusivamente ad una chiamata, ad una elezione divina: ad un insindacabile e gratuito atto della volontà di Dio per la mediazione di Cristo risorto. Ne deriva che Paolo non dovrà rendere ragione del suo apostolato se non a Cristo.

Quale sia il contenuto del suo apostolato, la ragione della sua chiamata, è spiegato nel modo seguente: "prescelto per annunciare il vangelo di Dio". Le parole suggeriscono ciò che di più intimo vive l’Apostolo: il suo rapporto con Dio. Scrivendo ai Galati egli dice che Dio "mi ha messo a parte fin dal seno di mia madre … perché lo [= il Signore Gesù] evangelizzassi fra le genti" [1,15]. È come se l’apostolo avesse scoperto l’origine ultima del suo esserci. Essa non è un fatto storico semplicemente – l’evento della strada verso Damasco – ma è una decisione presa dalla benevolenza divina nei suoi confronti fin dall’eternità e rivelatasi nel tempo.

L’apostolo infine ci dice che la scelta è avvenuta in vista di un compito preciso: l’annuncio del Vangelo il cui autore è Dio stesso, ed il cui contenuto è semplicemente la persona di Gesù.

Miei cari fratelli e sorelle, questo testo ci introduce veramente nella coscienza che Paolo ha di se stesso, dentro al mistero della sua identità. Egli è tutto in riferimento a Cristo. In se stesso e per se stesso egli ha la consapevolezza di non essere nulla. È di Cristo e vive per Cristo. La sua identità, ciò che egli è, coincide colla sua missione, con ciò che egli compie. Sta in questa coincidenza la suprema grandezza di Paolo.

2. Cari fratelli e sorelle, con questa solenne liturgia la nostra Chiesa apre solennemente l’Anno Paolino, in unione con tutta la Chiesa.

Siano rese grazie al Signore per questo dono. Trascorrendo questo anno in una speciale comunione con Paolo, noi saremo guidati da lui ad un ascolto docile del "vangelo di Dio… riguardo al Figlio suo". È di questo ascolto che si nutre la Chiesa.

L’Apostolo, se staremo in sua compagnia, introdurrà anche noi in quell’appartenenza a Cristo, che costituisce l’unico bene della nostra vita. Con l’Apostolo diremo in verità: "Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene" [Sal 16,2].

Mi piace concludere con una preghiera che oggi le venerabili Chiese orientali elevano all’Apostolo.

"Araldo di Cristo che ti fai vanto della Croce, tu hai sinceramente preferito a tutto l’ardentissimo amore divino, come ciò che lega gli amanti all’amato: perciò ti sei dichiarato prigioniero di Cristo: … supplicalo di salvare e illuminare le nostre anime".