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Apertura del nuovo anno della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna
Aula Magna della Facoltà, 20 novembre 2007


1. La prima lettura della Parola scritta di Dio, come è noto, si riferisce al difficile momento della storia di Israele durante il quale l’identità del popolo eletto e della sua elezione era insidiata da una progressiva assimilazione alla maniera greca di vivere e di concepire l’uomo. Assimilazione imposta dalla forza politica e militare seleucide.

Come accade in situazioni come queste, anche all’interno del popolo di Dio si formarono due reazioni differenti ed opposte. Ci furono coloro che si "aprirono" al nuovo modo di pensare e di vivere; e ci furono coloro che "resistettero" alla seduzione della proposta ellenistica per "conservare" l’eredità dei padri. La pagina appena letta fa memoria di Eleazaro, un venerando anziano che in nessuna maniera intende venire a patti colla nuova "visione del mondo", e subisce il martirio.

La coincidenza dell’inaugurazione dell’Anno Accademico della nostra Facoltà Teologica con la lettura di questa pagina ci offre materia di seria riflessione proprio in ordine al vostro lavoro di docenti e studenti. Mi limito ad alcuni suggerimenti.

Eleazaro perde la vita non precisamente in ragione di una convinzione di fede, ma in ragione della consapevolezza che la sua convinzione era vera. Non era possibile per lui neppure la simulazione, separare cioè il comportamento esterno del convincimento interno, dal momento che simulare significava in fondo porsi fuori della realtà: la realtà della Alleanza. Questa non era semplicemente un modo di vivere, una cultura elaborata lungo i secoli. Era una realtà: era realmente accaduto che Dio si era alleato con Israele e che Israele aveva accettato la divina alleanza. L’essenza della fede di Israele è contenuta proprio in questo fatto. Qui era in gioco, per Eleazaro, la fedeltà a Dio.

Il martirio è la posizione più inequivocabile del realismo della salvezza. E la fede, come scrive Tommaso, non termina ad enunciati, a proposizioni: non è un fatto linguistico. Termina alla realtà stessa creduta.

La grandezza, la bellezza della teologia insegnata o studiata consiste proprio in questo: nell’introdurre la persona dentro alle realtà divine. Il che equivale a dire che la Teologia, come ogni esercizio della ragione, deve rispondere ad una domanda di verità.

2. La pagina evangelica ci fa compiere un passo ulteriore di decisiva importanza sia per chi insegna sia per chi impara la Teologia. Essa infatti risponde alla domanda: e che cosa è la verità? più precisamente: dentro quale realtà mi introduce la Teologia?

"Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". È qui significato un evento ben più grande di ciò che era visibilmente verificabile: in Gesù Dio invita l’uomo a sedersi a tavola con Lui. È qui narrata la mirabile condiscendenza divina che introduce l’uomo nel possesso della sua stessa vita divina. È la rivelazione della carità di Dio verso l’uomo.

La Verità coincide con la Carità. La Teologia in quanto e perché è "scientia Veritatis" è "scientia Amoris". Chi dice "Verità" denota l’accesso della persona alla realtà. La realtà è la Carità.

"Anch’egli è figlio di Abramo". L’esattore delle tasse, colui che rappresentava quel potere che, sia pure con ben altra saggezza politica, continuava l’imposizione contro cui Eleazaro diede la vita, diventa "figlio di Abramo": entra nell’Alleanza. È la remissione dei peccati arrecata da Gesù la definitiva visita del Signore all’uomo.

La realtà, Dio e il mondo, nell’atto di Gesù che ama l’uomo riceve il suo vero volto, la sua definitiva configurazione. Nel momento in cui Dio in Gesù invita alla sua tavola ogni uomo, anche il "principe dei pubblicani", l’umanità stessa diventa unita, poiché riceve la forma di una comunione intrinseca che si esprime nell’amore del prossimo: "Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri".

La Teologia è lo sforzo di comprendere questa verità, cioè di accedere a questa realtà.