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V DOMENICA DI PASQUA
Giornata diocesana della Famiglia
18 maggio 2003

1. "Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me". Carissimi, in queste domeniche di Pasqua la Chiesa ci invita a meditare su alcuni brani del lungo discorso che Gesù tenne coi suoi discepoli dopo l’ultima Cena, prima di affrontare la sua Passione.

La situazione o condizione spirituale in cui si trovavano gli apostoli è, da un certo punto di vista, uguale alla nostra. Essi erano consapevoli, o per lo meno sospettavano che stavano per finire quei tre anni straordinari, unici, vissuti in compagnia con Gesù. Essi si chiedevano turbati: come faremo quando Egli non sarà più con noi? È la stessa condizione nostra. Gesù non è più visibilmente fra noi; non possiamo più sentire la sua voce; non possiamo più vedere le sue opere. Ed allora, siamo come orfani? La pagina evangelica ascoltata è la risposta a questa domanda.

Gesù, pur avendoci lasciati senza la sua presenza visibile in mezzo a noi, realizza un modo di presenza dentro di noi. Ci ha abbandonato con la sua presenza visibile fisica: non è più presso di noi. È "dentro" di noi. Lui stesso dimora nel nostro cuore mediante la fede; Lui stesso dimora in noi mediante il suo Spirito. Ed allora a noi che cosa resta da fare per godere, per vivere di questa presenza? È semplice. Se Gesù è in noi, noi dobbiamo rimanere in Lui: "rimanete in me ed io in voi". Fate bene attenzione: Gesù vuole, ha deciso di rimanere in noi. Ed Egli non ritorna mai sulle sue decisioni per cambiarle. Ora dipende da noi se rimanere o no in Lui: se consentirgli o no di dimorare in noi.

E che cosa vuol dire "rimanere in Gesù"? Vuol dire perseverare nella fede [cfr. la stessa idea in S. Paolo: 1Cor15,2; 1Tim 6,20], quella fede che si nutre dell’ascolto costante e docile della Parola di Dio. Vuol dire perseverare nelle esigenze della fede, che poi tutte si sintetizzano nel comandamento dell’amore. Se noi dunque rimaniamo in Cristo, Egli resto in noi e diventa ciò che è il ceppo di una vite nei confronti dei tralci: il principio vitale, l’ispiratore, la causa, il movente di tutta la nostra vita e di tutte le nostre scelte. S. Paolo rimase in Gesù, e quindi scrisse di se stesso: "non sono più io che vivo, ma in me vive il Cristo perché vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" [Gal 2,20]. Il tralcio separato dalla vite secca, non fa cioè nessun frutto; allo stesso modo, ciascuno di noi se non è in Cristo, non può portare nessun frutto di giustizia, di pace, di amore.

Fate attenzione a quanto dice Gesù, quando contrappone il "molto frutto" di chi rimane in Lui al "nulla" di chi è senza di Lui. Non ci sono vie di mezzo: molto-niente. Un bambino che è in Gesù fa molto frutto nelle sue azione apparentemente piccole; un grande che non è in Gesù non fa nulla, anche se tutti ammirassero la grandezza delle sue opere.

2. Carissimi sposi, carissimi genitori: quanto questa Parola di adegua al vostro stato di vita! Essa in un certo senso è il fondamento di tutto quanto abbiamo detto nella catechesi di questa mattina.

Mediante il santo vincolo coniugale Cristo è venuto a dimorare in voi: Cristo abita in voi in quanto sposi. Se voi rimanete in Lui, Egli farà germogliare nel e dal vostro cuore il frutto della carità coniugale; ma se non rimanete in Lui, il vostro matrimonio verrà gradualmente corrotto dal vostro egoismo.

Se rimanete in Cristo, mediante voi accade dentro la storia umana un grande avvenimento: l’amore, la comunione delle persone, la realizzazione di sé nel dono di sé. Chi rimane in Cristo, porta molto frutto: i frutti sono questi.

Preghiamo dunque con la Chiesa, perché il Padre vi inserisca come tralci nella vera vite, così che amandovi gli uni gli altri di vero amore coniugale, diventiate primizie di umanità rigenerata.