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GIUBILEO DEL MONDO DELLA SANITÀ
Comacchio 11 febbraio 2000

1. "Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre". Celebrando oggi il Giubileo del mondo della sanità, poniamo subito gli occhi su questa icona evangelica: Gesù che guarda una persona inferma e la prende per mano. E’ l’icona della vicinanza di Dio all’uomo, dell’incontro giunto fino al contatto fisico di Dio coll’uomo. Questa contemplazione ci introduce profondamente nel "mondo della sanità" abitato, costituito da due esperienze fondamentali: quella della sofferenza umana che prende la forma della malattia, quella dell’amore umano che prende la forma della vicinanza a chi è infermo. Il mondo della malattia invoca senza sosta il mondo dell’amore. Come Gesù, l’uomo che è prossimo di ogni uomo, non può restare indifferente, ma deve "guardare colui che giace a letto": fermarsi, commuoversi ad agire.

Questa fondamentale esigenza umana e cristiana ha assunto nel corso dei secoli forme istituzionali e professionali. Forme istituzionali: la Chiesa ha inventato gli ospedali. Forme professionali: la professione del medico, dell’infermiere/a ed altre simili. Professioni che in ragione del loro contenuto profondamente umano ed evangelico siamo portati a pensare come missione piuttosto che come professione. Certamente la missione-professione medica era già nata prima del Cristianesimo, ed aveva raggiunto un’alta consapevolezza morale: basta pensare al giuramento di Ippocrate. E’ però indubbio che dentro a questa tradizione umana il Vangelo ha introdotto una visione della dignità della persona umana, di ogni persona umana, assolutamente nuova.

Celebrando oggi il Giubileo del mondo della sanità, vogliamo in primo luogo ringraziare il Signore perché colla sua vicinanza all’uomo ha reso possibile la costruzione di una cultura incentrata sul primato della persona. E pensando a voi tutti, medici, infermieri/e e personale amministrativo, che colla vostra scienza e la vostra dedizione rendete ogni giorno molteplici servizi alla persona inferma, non posso esimermi dal dirvi il nostro ringraziamento e la nostra stima. Stima e ringraziamento particolarmente sentiti, ben conoscendo le condizioni di obiettiva difficoltà in cui svolgete la vostra missione.

Ma tenendo sempre davanti ai nostri occhi l’icona evangelica, Gesù che si avvicina al letto della suocera inferma di Pietro, non posso nascondervi anche le mie preoccupazioni, ben sicuro che sono anche le vostre.

Il relativismo morale, sempre più invadente e persuasivo, che nega l’esistenza di una verità sul bene, ha gradualmente condotto l’esercizio della medicina e la politica sanitaria a non aver più nessun criterio certo per la scelta dei valori più importanti, per l’individuazione degli obiettivi primari sia della pratica sanitaria sia della politica sanitaria. In una tale cultura relativista, diventa impossibile rispondere alla domanda di fondo: "ma che cosa è assolutamente dovuto alla persona inferma e da parte del personale sanitario e da parte dell’amministrazione?". Il rischio è di rispondere alla fine nel modo seguente: "ciò che e solo ciò che i bilanci preventivi consentono". Risposta che ha una parte di verità, ma che se diventa l’unica, insidia gravemente quella cultura del primato della persona di cui parlavo. Il relativismo morale genera sempre l’utilitarismo politico e l’utilitarismo politico non venera, ma usa la persona.

E’ oggi più che mai necessario in tutti voi un "supplemento" di sapienza che sappia vedere sempre chiaramente quale è il bene intangibile della persona ed individuare correttamente ciò che in difesa di esso deve essere assicurato ad ogni persona. La Chiesa, la nostra Chiesa, sarà sempre disponibile per aiutarvi in questo secondo la sua competenza propria.

2. "Portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo". Il mondo della sanità è soprattutto costituito dalla sofferenza umana che prende la forma della malattia. Le parole dell’apostolo svelano l’intima verità e l’intimo significato della malattia: di questa particolare espressione della condizione umana.

Si deve dire, alla luce della fede, che a causa della passione, morte e risurrezione di Gesù ogni sofferenza umana si è trovata in una nuova situazione, anche la malattia. Nella Croce di Cristo non è accaduta solamente la nostra redenzione attraverso la sua sofferenza, ma in conseguenza di ciò anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. "Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi, anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo" (Giovanni Paolo II; Lett. Ap. Salvifici doloris 19,3). E’ ciò che ci ha detto l’apostolo: quando nel corpo umano già agisce la morte, è allora che paradossalmente la persona diventa partecipe della vita del Risorto. La potenza salvifica di Cristo si manifesta con piena evidenza proprio là dove regna l’impotenza del morire.

Fra poco celebreremo precisamente il sacramento che esprime al massimo questa certezza di fede della Chiesa. L’unzione che santifica il corpo di questi nostri fratelli e sorelle infermi, significa e conferisce a loro il dono dello Spirito Santo. Egli rinnova in loro la fede e la fiducia. Essi pertanto, "animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto "ho creduto, perciò ho parlato", usciranno di qui più intimamente convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche loro con Gesù e li porrà accanto a Lui per sempre".

Sia davvero questo giorno giubilare giorno in cui tutti siamo resi più capaci e più disposti a far accadere nel mondo della sanità quanto narrato dal Vangelo: vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve. Giorno cioè in cui impariamo " a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre" (ib. 30).