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San Giuseppe lavoratore
Cattedrale
1 maggio 2003

1. "Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro". La Rivelazione, come avete sentito, presenta l’atto creativo come un lavoro fatto da Dio: la parola "lavoro" è attribuita al Mistero stesso di Dio.

È per questo che la stessa Parola di Dio pone nel fatto che l’uomo sia chiamato a lavorare una delle ragioni del suo essere "ad immagine" di Dio: "riempite la terra; soggiogatela". Il lavoro quindi fa parte della condizione originaria della persona umana; precede la sua caduta; non è né punizione né maledizione. Nel Vangelo Gesù dirà: "Il Padre mio opera sempre e anch’io opero" [Gv 5,15]. Dio non ha dato all’universo uscito dalle sue mani creatrici forma definitiva: ha affidato all’uomo il compito di perfezionarlo. L’operare umano si inserisce in questo progetto creativo di Dio per portarlo a termine. "Gli uomini e le donne infatti, che per procurare il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto pensare che col loro lavoro prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai loro fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia" [Cost. pasr. Gaudium et spes 34,1; EV1/1426].

Abbiamo la conferma migliore di questa visione nel fatto che quando Dio si è fatto uomo, si è fatto dato a come "il figlio del carpentiere", passando la quasi totalità della sua vita umana nel lavoro.

Questa connessione fra persona umana-immagine di Dio e lavoro, conferisce a questo una qualità essenzialmente etica.

La qualità etica del lavoro consiste nel fatto che esso "porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Laborem exercens, intr; EE 8/206]. Il valore quindi del lavoro umano non può essere misurato prevalentemente né ancor meno esclusivamente in termini economici. Considerato prevalentemente od esclusivamente secondo la sua dimensione economica, il lavoro viene separato dalla persona che lavora, e prima o poi ridotto ad una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari mondiali, accettati come entità sovrane ed insindacabili, irresistibili ed irreformabili.

Accettando questa supremazia, diventa irrilevante e non degno di considerazione il fatto se un impresa produce beni utili o inutili o dannosi per la società, lo faccia con metodi legittimi, e con quali conseguenze per l’ambiente sociale. In una parola: diventa irrilevante la distinzione umano/non umano.

Penso che tocchiamo qui uno dei punti nodali dell’attuale "questione-lavoro", pensata – come lo deve essere – in primo luogo come questione dell’uomo: come prendersi cura della dignità della persona che lavora.

Mentre la dignità di essa veniva fino a pochi anni orsono insidiata "dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori e, che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile" [ibid. 113; EE8/253], oggi la questione si pone in termini nuovi.

Oggi si tratta di riaffermare in modo non astratto, ma concreto il primato del lavoro dell’uomo e quindi la natura strumentale e subordinata al lavoro dell’uomo di tutto l’insieme dell’economia: il primato dell’uomo nei confronti del processo di produzione dei beni. Si dimentica questo primato, per fare solo un esempio, quando imprenditori, proprietari o rappresentanti di proprietari dei mezzi di produzione, in visti di progetti più cospicui e celeri, preferiscono investire in borsa senza preoccuparsi eccessivamente per il destino dei dipendenti o piccoli proprietari.

2. Prendersi cura dell’uomo significa prendersi cura della dignità etica del suo lavoro. Ed è impresa questa che compete a vari soggetti; in ultima analisi a chi ha la cura istituzionale del bene comune. Credo però che oggi, primo maggio, il pensiero vada soprattutto ai sindacati e alle loro responsabilità.

La modalità nuova con cui oggi si pone il problema della difesa dei diritti dell’uomo che lavora, compito originario dei sindacati, devono spingerli a rinnovarsi profondamente, arricchendo in primo luogo il loro senso e la loro responsabilità di rappresentanza. Essi cioè non devono difendere solamente chi ha già un lavoro, ma chi non ha un’occupazione; chi per mancanza di formazione professionale è espulso dal mondo del lavoro in età già matura o non vi può più entrare. La preoccupazione principale oggi di un sindacato non deve più essere la difesa di chi già lavora, ma di chi attende di lavorare, soprattutto giovani.

Inoltre, anche nei confronti di chi lavora, "La protezione sociale del lavoro più che essere rivolta alla difesa della stabilità del posto di lavoro, dovrà indirizzarsi al sostegno solidaristico del tragitto lavorativo" [M. Toso, Umanesimo sociale, LAS – Roma 2001, pag. 180].

È chiesto quindi al sindacato di divenire veramente corresponsabile della vita economico-sociale nel suo insieme, secondo quella sapienza che pone la dignità del lavoro umano al primo posto.

Carissimi fedeli, concluderemo questa celebrazione chiedendo a Dio, nostro Padre, di godere i frutti della giustizia e della pace. Dimensione costitutiva di una società giusta è il riconoscimento adeguato del lavoro umano: quel riconoscimento che abbiamo imparato oggi dalla parola di Dio.