home
biogr.
english
español
français
Deutsch
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


INAUGURAZIONE S.A.V.
Ferrara, 18 settembre 1997


 Vi ringrazio di essere venuti a questo incontro: un incontro che ritengo carico di significato non solo per la comunità dei credenti, ma anche per la comunità civile. E’ proprio sulla dimensione civile di questo servizio che vorrei richiamare brevemente la vostra attenzione.
 Di che cosa si tratta? Si tratta di una comunità di persone che si pongono al servizio della persona umana già concepita e non ancora nata: un servizio completamente gratuito. Perché è importante che in una comunità civile esista un tale servizio? Perché è importante che esso esista anche nella nostra comunità ferrarese?

1.  La convivenza civile oggi si è veramente cacciata in un vicolo chiuso. Diviene sempre più profondamente incapace di costruire una vera comunità umana, di dare origine ad un popolo nel senso forte del termine. Per quale ragione? per essersi costruita su una visione della persona umana ridotta ad un individuo mosso ad agire solo dalla ricerca del proprio utile. E’ questa riduzione che attiene sia all’essere dell’uomo (la persona umana è considerata originariamente un individuo) sia all’agire dell’uomo (l’individuo è mosso ad agire solo dalla ricerca del proprio utile), a rendere impossibile una vera comunità umana.
 Consideriamo in primo luogo la riduzione attinente all’essere umano. Essa consiste nel passaggio, compiuto all’interno del percorso della modernità, dalla definizione dell’essere umano come persona alla definizione dello stesso come individuo. E’ una svolta davvero “epocale”, della quale non ci rendiamo conto pienamente, tanto è vero che il dire “individuo” o “persona” è per noi sinonimo. Ma c’è una diversità sostanziale: anche le piante, anche gli animali sono individui, ma non sono persone.
 L’idea e l’esperienza di persona denota la realtà di un soggetto che sussiste in se stesso (non come parte di un tutto) e per se stesso (non finalizzato al bene di un tutto di cui egli sarebbe una parte). Ma un soggetto che si trova originariamente, cioè per sua stessa costituzione o natura, in relazione  con le altre persone. A causa di questa sua condizione ontologica, la persona, ogni persona è irripetibile, non entra a far parte di nessuna serie. E’ la realtà più perfetta, più preziosa che esista: il mondo intero vale meno di una sola persona. Quando si riduce la persona a mero individuo? Quando si nega che ogni uomo sia costituzionalmente o naturalmente in relazione con l’altro; quando si nega che l’uomo sia capace di autotrascendersi, cioè di cercare il bene dell’altro in quanto altro; e quindi si affermano soltanto diritti e non doveri. Di conseguenza la società non esiste e non è pensabile indipendentemente dagli interessi degli individui: si sta assieme se, nella misura in cui e fino a quando ho un interesse per farlo. La società umana nasce dal compromesso di interessi opposti e la giustizia non è altro che una ragionevole composizione di egoismi contrastanti.
 Ci siamo già addentrati nella riduzione antropologica attinente all’agire della persona. Essa consiste  nel ritenere che o comunque nel vivere come se, ciascuno sia mosso ad agire solo dal proprio interesse individuale. Ad un esercizio della propria razionalità teso alla conoscenza di un bene che è tale non solo per me, ma in sé e per sé e quindi per ogni persona ragionevole, subentra un esercizio della propria razionalità semplicemente auto-interessata. In tale esercizio della propria razionalità può radicarsi solo un esercizio della propria libertà governato non più dalla c.d. regola d’oro: “fai all’altro ciò che vuoi che l’altro faccia a te”, ma da quella che venne chiamata la regola di rame: “fai all’altro quello che l’altro fa a te”.
 Perché una tale visione è incapace di dare origine ad un vera società umana, ad un popolo nel senso più forte del termine? Perché il fatto umano originario che fa sì che una moltitudine di persone diventi ciò che chiamiamo comunità o società umana è che ciascuno sia capace di intravedere e di volere un bene che sia veramente bene comune. Cioè: il bene della persona umana come tale e quindi di ogni persona singolarmente presa. Se questo “auto-superamento cognitivo (= non conosco solo i miei interessi) e morale (= non voglio solo il mio bene proprio)” non fosse possibile, saremmo inevitabilmente condannati ad una mera distribuzione di vantaggi. Come non ricordare a questo punto il poeta Eliot? “Siamo gli uomini vuoti/ siamo gli uomini impagliati/ che appoggiamo l’un l’altro/ la testa di paglia”.
 Esperienze come questa che si esprime nel SAV si pongono in radicale opposizione pratica con quella visione della società, che ci sta devastando. Se la “regola di rame” fosse l’unica regola della vita associata, sarebbe impossibile fondare obblighi di giustizia verso la persona umana già concepita e non ancora nata. “Infatti, una mera razionalità del vantaggio distributivo non può fondare quelle esigenze di giustizia o solidarietà che non si basano su un contraccambio di solidarietà” (M. Ronheimer, La filosofia politica di Thomas Hobbes, Armando ed., Roma 1997, pag. 267). Quella persona semplicemente non ha importanza: è superflua! E pertanto, come di ogni realtà superflua, me ne posso anche disfare. Il porsi al servizio precisamente di essa significa che la persona umana, ogni persona umana, vale in sé e per sé; che ogni persona umana deve essere affermata-voluta in sé e per sé, cioè amata. L’amore è l’unica risposta adeguata al valore della persona.
 Non solo. Il servizio alla persona già concepita e non ancora nata ha un valore profetico supremo. Esso mostra in modo inequivocabile, più che ogni altro servizio all’uomo, la verità dell’amore e quale sia il modo giusto di rapportarsi ad una persona umana.

2. Vorrei ora fare alcune riflessioni circa l’importanza di questo servizio nel contesto della nostra città.
 Essa, lo sappiamo, detiene il triste primato di uno dei più bassi tassi di natalità.
 

 Nati vivi Morti Saldo naturale
 
1990 2120 4354 -2234
1991 2154 4503 -2349
1992 2135 4444 -2309
1993 2043 4486 -2443
1994 2014 4455 -2441
1995 1962 4355 -2393
 

Non possiamo più tacere su questi fatti; non possiamo fare come se non fossero. So bene che molte sono le cause che possono essere alla loro origine.
A ciò si aggiungano i dati relativi agli aborti volontari effettuati da donne residenti nell’Azienda USL 109 di Ferrara.

 1994 %1994  1995 %1995
 
Totale aborti effettuati 787 100  705 100
 
Età fino a 24 anni 182 23,1  188 26,66
Età oltre i 24 anni 605 76,9  517 73,33
 
Nubile 312 39,6  310 43,97
Coniugata 393 49,9  344 48,79
 
Con attività lavorativa 448 56,9  418 59,29
Senza attività lavorativa 320 40,6  276 39,14
 
 

L’aborto è sempre la soppressione di una persona umana innocente, e pertanto non può mai, per nessuna ragione, essere giustificato. La sua “carica” negativa è incommensurabile: esso corrompe il rapporto sociale nella sua originaria sorgente. Se una persona non è più sicura neppure nel grembo di sua madre e nei confronti di sua madre, dove potrà esserlo?
 Vorrei soffermarmi però un momento sulla individuazione delle cause del basso tasso di natalità che caratterizza la nostra città.
Sono sicuro che nessuno vorrà negare che fra di esse ci sia anche, e non ultima in importanza, una estenuazione della speranza nel cuore di molti, tale che li porta a rinchiudersi dentro all’istante presente, senza più il coraggio e la forza di progettare un futuro. Le persone sembrano voler, poter disporre solamente dell’istante presente. Ed il figlio è sempre una “scommessa” sul futuro. Non solo. Ma spesso il matrimonio è pensato e voluto come un “contratto” fra due individui dagli interessi opposti, stipulato sulla presunzione tacita che “il dare e l’avere” tornino sempre in parità, in termini di felicità-realizzazione individuale. Se questa parità non ritorna, ciascuno si ritiene libero di ritornare sulla sua strada. In questa visione ed esperienza di matrimonio, il figlio è un “disturbo” notevole. Ho individuato due cause: non sono le uniche. Ma di altre avrò altre occasioni per parlare. E’ un immane opera educativa che ci viene chiesta perché il Vangelo della vita risuoni dentro al cuore della persona. Il Vangelo della vita: il lieto annuncio che vivere è bello poiché la vita si costruisce nello spazio di una Presenza, la Presenza dell’Amore di Dio.  Di questo impegno educativo, il S.A.V.  è un segno e una realizzazione. Se non riusciamo a vincere questa sfida che un nichilismo sempre più invadente sta lanciando anche alla nostra città, essa non avrà futuro, poiché si è già spiritualmente sterilizzata.
 Il S.A.V. è un piccolo segno che assieme a tanti altri di servizio all’uomo, la nostra comunità cristiana sta lanciando. Un segno che essa vuole porre al centro della nostra preoccupazione la persona e il suo infinito valore. Al centro del Vangelo c’è la presenza della persona: la presenza (eucaristica) della persona di Cristo, di Maria, di ogni povero con cui Cristo si è identificato. Ed è nell’incontro con Cristo che uomini e donne hanno ricevuto la forza per amare la persona umana più inutile che esista e per questo la più preziosa: quella già concepita e non ancora nata.