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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Congresso dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù sul tema dei problemi posti dalle tecniche rianimative nei soggetti con “morte cerebrale”
Roma, 15 febbraio 1985


Vorrei cominciare il mio intervento indicando quali sono i problemi principali che sono posti alla coscienza morale dal tema di questa tavola rotonda.

 

1. In primo luogo si pone il problema se esista sempre e comunque il dovere morale di ricorrere a tutte le tecniche rianimative del soggetto con “morte cerebrale”. E una volta risposto a questa domanda, esiste il problema successivo di chi, trattandosi nel caso nostro di persona incapace di dare comunque il proprio consenso, chi debba dare il giudizio sul ricorso o meno alle tecniche rianimative, se siano i genitori o il medico. E alla fine, quali sono i parametri o criteri in base ai quali questo giudizio deve darsi. In sostanza, come si vede, i problemi etici sono fondamentalmente tre:
(a) obbligatorietà del ricorso alla rianimazione e misura in cui questa obbligatorietà si estende;
(b) persona che deve giudicare della esistenza o non di questo obbligo e/o della sua cessazione;
(c) criteri in base ai quali il giudizio deve essere dato.

Consentitemi, prima di prendere in esame singolarmente questi tre problemi, di fare ancora una riflessione di carattere generale e, in un certo senso, ancora introduttiva. La riflessione riguarda il valore (etico) della vita fisica nell’insieme dell’esistenza personale.

Si può e si deve parlare della vita fisica come del “valore primario” fra tutti i valori, nel senso che esso è il valore che condiziona tutti gli altri. Dalla affermazione, tuttavia, del valore primario della vita fisica non si deve concludere che esso sia il valore supremo: “ci sono valori più alti, per i quali potrà essere lecito, o anche necessario, esporsi al pericolo di perderla” (Dichiarazione sull’aborto procurato della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 9). Da questa distinzione fra valore primario e valore supremo deriva già una conseguenza importante per tutta la nostra successiva riflessione: non sembra che si possa parlare di un dovere assoluto di curare la vita fisica. Assoluto significa un dovere che obbliga la nostra coscienza sempre e comunque (semper et pro semper, come diceva l’etica classica).

 

2. Nel secondo punto della mia riflessione vorrei prendere in esame singolarmente i tre problemi sopra indicati.

 

2, 1. Esiste il dovere morale di ricorrere alle tecniche rianimative nel caso nostro? A me sembra che si debba rispondere, in linea generale, in maniera affermativa. La ragione per cui affermo l’esistenza di questo dovere è duplice: (a) il dovere che ciascuno ha di conservare la propria vita crea il correlativo dovere di ricorrere a quei mezzi che sono a disposizione per conservarla; (b) il rapporto medico-paziente è costituito da una sorta di atto fiduciale col quale il paziente si affida al medico col patto che questi metta in atto ciò che scienza e coscienza mettono a sua disposizione. Ho detto, tuttavia, “in linea generale”, per le ragioni che dirò fra breve, affrontando il problema dei parametri di giudizio etico.

 

2, 2. Il secondo problema riguarda le persone che sono chiamate a dare questo giudizio. Parlando, infatti, del valore della vita fisica, ho detto che si tratta di un valore primario, ma non sommo e che da questa affermazione deriva che il dovere di curare la propria vita non obbliga sempre e comunque. Ciò può esigere la sospensione dell’intervento rianimativo o, addirittura, di non iniziarlo neppure.

Alla domanda su chi deve dare questo giudizio, le parti in causa sono il medico e i genitori. Escludo che possa essere lo Stato: esso, colle sue leggi, è chiamato solo a difendere i diritti di chiunque. A quale dei due compete il giudizio decisivo? Confesso che non sono ancora giunto ad una risposta che mi sembri del tutto certa. Allo stato attuale della mia ricerca e riflessione, sono maggiormente propenso a ritenere che il giudizio decisivo debba competere al medico. Le ragioni sono le seguenti.
(a) Come apparirà chiaro da ciò che dirò fra poco, questo giudizio implica per essere obiettivamente fondato, una serie di conoscenze tecniche che solo il medico possiede.
(b) In difetto di queste conoscenze, il giudizio dei genitori rischia — anche supponendo in essi un’impossibile assenza di forti cariche emotive che rischiano di dare al giudizio contenuti non razionali — di divenire violazione del diritto inalienabile e proprio che il bambino possiede alla vita.
(c) Se affermassimo che il giudizio dei genitori è quello ultimamente decisivo, in realtà si toglierebbe al medico quell’autonomia decisionale che costituisce, non solo per il caso che stiamo studiando, un valore fondamentale in ogni cultura degna di questo nome.

 

2, 3. Il terzo problema è quello di individuare i criteri o parametri in base ai quali il medico deve giudicare se iniziare o non, se sospendere o non il trattamento rianimativo. A me, sembra che i parametri siano almeno i seguenti.
(a) Il rapporto fra mezzo e risultato: se la proporzione fra essi è tale che al massimo dei mezzi oggi disponibili corrisponde un minimo di risultati, il medico può interrompere o non iniziare il trattamento; al contrario nella proporzione inversa. All’infuori di queste due ipotesi estreme di proporzione, si dovrà — alla luce di questo primo criterio — presumere piuttosto per il dovere morale di iniziare e/o continuare.
(b) Nella considerazione del risultato, si deve tener presente che esso deve essere definito nel contesto delle cognizioni scientifiche e strumentazioni tecniche oggi in nostro possesso. Mi spiego meglio. Il risultato non deve essere definito alla luce di un’ideale e soggettiva idea di vita, di felicità, di qualità della vita; esso deve essere definito sulla base di dati obiettivi (allo stato attuale, il risultato sarà sia a livello di vita di relazione, di psicomotricità, etc... questo e questo) e non dimenticando mai che la vita fisica non può essere distrutta semplicemente perché non perfetta. In una parola: il concetto “qualità della vita” da sé solo non può fungere da parametro di giudizio.
(c) Nella concreta impossibilità di assicurare a tutti il trattamento rianimativo e, pertanto, nella necessità di dover operare una scelta su chi applicarlo, a me sembra che il criterio fondamentale debba sempre essere quello della proporzione indicata nel primo criterio.
(d) In ogni caso, sempre cioè e comunque, deve essere assicurato a tutti e ciascuno la “cura”. Per “cura” intendo l’ordinario sussidio che si offre al malato: igiene, alimentazione.

Mi rendo conto che si tratta di parametri che lasciano un ampio spazio di movimento alla facoltà giudicante del medico. Ma penso che sia impossibile restringere questo campo fino al punto di annullarlo. Donde l’esigenza prima che alla competenza scientifica si aggiunga nel medico un profondo rigore morale.