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"Quella notte ha cambiato la vita"
Intervista pubblicata sul settimanale diocesano "la Voce di Ferrara-Comacchio
aprile 2001
a cura di Chiara Bolognini

L’Arcivescovo richiama l’attenzione sul momento centrale della celebrazione della Pasqua: la Veglia Pasquale. Attraverso semplici simboli, fondamentali nella vita dell’uomo, la Chiesa ci introduce profondamente nell’avvenimento che ha dato all’uomo una nuova coscienza di sé.

Nell’intervista rilasciata in occasione della Pasqua, Mons. Carlo Caffarra ci invita a riscoprire il valore della Veglia Pasquale e della "notte che ha cambiato la vita dell’uomo nei suoi momenti fondamentali". Un pensiero speciale è rivolto ai giovani che sono chiamati a rigenerare la società nella sequela del Cristo.

Di quali nuove valenze si riveste la Pasqua alla luce delle considerazioni espresse dal Papa nell’enciclica "Novo Millennio ineunte"?

Una narrazione evangelica, costituisce il leitmotiv della "Novo millennio ineunte" ed è la pesca miracolosa che Pietro ottiene per un atto di fede compiuto sulla parola di Cristo. E il testo evangelico che in quel documento ritorna con più frequenza è proprio l’ordine dato da Gesù a Pietro "Duc in altum": "prendi il largo". Dopo la grandissima esperienza dell’Anno Santo, una grandissima esperienza di conversione di fede anche per la nostra Chiesa, dobbiamo fare nostro l’invito a "gettare le reti". Questa è una rete un po’ singolare perché chi ne resta impigliato viene liberato. Dentro alla rete si trova la totale libertà. Gettare le reti significa che la Chiesa in questi mesi dovrà assumersi come impegno suo fondamentale quello di chiedersi come far penetrare sempre di più la Grazia dell’Anno Santo dentro alla vita quotidiana delle persone. E’ una certezza che ci guida, la certezza che Cristo con la sua morte e risurrezione (ecco la centralità del mistero pasquale) ha veramente generato nell’uomo che crede in lui una nuova coscienza di se stesso, come cercherò di spiegare nell’omelia di Pasqua. E’ stata la risurrezione del Signore a generare la vera cultura cristiana, perché ha dato all’uomo una nuova coscienza di se stesso.

Vuole anticipare qualche tema dell’omelia pasquale?

Il messaggio di quell’omelia è duplice. Il primo è strettamente legato alla pagina del Vangelo di Luca, nella quale si configurano i tre atteggiamenti possibili di fronte al fatto della risurrezione: il primo è rappresentato dal governatore Festo che dice a Paolo, quando gli annuncia la risurrezione "La troppa scienza ti ha dato al cervello" liquidando il suo annuncio come "vaneggiamenti dei cristiani"; l’altra posizione è quella che in quella pagina è raffigurata da Pietro, che va al sepolcro per verificare ciò che le donne avevano detto e poi, infine, c’è l’atteggiamento delle donne che hanno creduto. L’altro messaggio centrale che intendo comunicare in quell’omelia è quello che ricordavo prima: la risurrezione di Cristo ha cambiato l’idea che l’uomo aveva di se stesso e quindi ha generato una nuova cultura.

Quali sono gli elementi della liturgia pasquale che hanno rilevanza nella quotidianità?

E’ attraverso dei simboli molto semplici, fondamentali nella vita dell’uomo, che la Chiesa ci introduce profondamente dentro nell’avvenimento pasquale. Sappiamo che il momento centrale della celebrazione della Pasqua è la veglia Pasquale. Quante notte umane sono possibili! E’ un pensiero che mi veniva alla mente nelle notti insonni del S. Anna durante la mia degenza. C’è, infatti, la notte insonne di chi è triste, di chi è ammalato e non riesce a dormire a causa della sofferenza che la malattia causa; la notte di chi pensa di avere il diritto di dimenticarsi di vivere almeno una notte alla settimana, cioè il sabato ( proprio in quella notte che il Cristo è risorto, tra sabato e domenica); la notte delle Carmelitane che si alzano come dice Dante "a mattinar lo sposo"; la notte del vero amore, quello coniugale, degli sposi, che genera la vita e, infine, c’è la notte di Pasqua. E’ la notte che ha salvato la notte dell’ammalato perché ha dato un senso alla malattia, la notte che ha liberato il mondo dall’insidia di considerare la vita una maledizione perché comunque destinata alla morte, la notte che ha generato delle creature la cui vera vita è diventata puro olocausto di lode come quella di Maria che versa sui piedi il profumo più prezioso, la notte che ha ricostruito l’unità originaria tra l’uomo e la donna.

Davvero in quella notte tutta la nostra vita è stata cambiata proprio nei suoi elementi, nei suoi momenti fondamentali. E quindi quella notte si è conclusa nel giorno fatto dal Signore. Se Egli mi darà tempo, vorrei scrivere a lungo su questi temi.

La Domenica delle Palme è stata la domenica dei giovani della GMG. Quale eredità è stata raccolta da quella giornata, come possono i giovani, in vista della Pasqua, sentirsi protagonisti nella vita della città?

Prima di tutto devo dire che la giornata mondiale che abbiamo celebrato quest’anno è stata la migliore fra quelle celebrate. Ho visto una partecipazione, un coinvolgimento, anche durante la lunga liturgia nella Cattedrale, quale prima non avevo mai visto. Ancora una volta, dal nostro giornale, devo dire un grazie alla Consulta giovanile, a don Marco Bezzi, a Emanuele Pirani e a tutti i loro amici che hanno preparato la GMG. La Giornata Mondiale della Gioventù ha richiamato i giovani a una sequela di Cristo sempre più fedele, anche se è difficile, come continua a dire il Papa. In questo, cioè nel loro seguire Cristo, sta la vera possibilità dei giovani di rigenerare davvero questa società, di essere davvero le sentinelle del nuovo millennio, quelle che annunciano l’alba di una nuova età. Non è retorica. E’ una possibilità concreta se davvero, come abbiamo detto nella giornata mondiale dei giovani, si impegneranno a seguire Cristo nella totale fedeltà, nella loro vita quotidiana, affrontando le loro gravi difficoltà, di cui spesso noi adulti non ci rendiamo conto.

Al disorientamento giovanile, che sfocia talvolta, come testimonia la cronaca, in tragedia abbiamo dedicato il mensile di marzo...

Questo è un tema tragico. C’è un passo della Sacra Scrittura, in un Salmo di straordinaria attualità, in cui si parla di un giusto, al quale viene detto: "quando si muovono le fondamenta, il giusto che cosa può fare"? Il giusto risponde a questa provocazione con la frase "Getta nel Signore il tuo affanno, ed Egli ti proteggerà". Questo Salmo risuona continuamente nella mia mente quando penso a questi fatti tragici: le fondamenta si sono smosse e stanno per crollare. Quale rapporto sembra essere più intangibile del rapporto tra la madre e il figlio? Eppure anche questo si è smosso. Siamo perciò tentati di dire: "il giusto che cosa può fare?". Abramo ha pregato Dio; Mosè ha detto "distruggi anche me". E’ questa attitudine profonda di condivisione, che dobbiamo avere, di compassione, ma nel senso profondo del termine, per queste tragedie che stanno capitando anche dietro le facciate apparentemente tranquille delle nostre case. Dall’altra parte, però, dobbiamo dire con grande coraggio che questo è il risultato di una società costruita da noi adulti, nella quale si è detto che la passione per la verità è una passione inutile; si è detto che non esiste nessuna vera distinzione tra giusto e ingiusto, tra bene e male, ma che è tutto una questione di opinioni. Una società nella quale si è detto che non esiste possibilità di amare, ma solo di coesistenza tra egoismi opposti, ritenendo che il problema fondamentale fosse la regolamentazione. Abbiamo svuotato la vita di verità e di amore per riempirla di regole. Era inevitabile che in un tale spaesamento, in un tale sradicamento dalla verità del proprio essere costituzionalmente chiamato alla comunione con l’altro, succedano questi fatti.

Non crede che si siano spenti i sogni dei giovani, che manchi il sostegno alla loro progettualità?

Sono perfettamente d’accordo. Non è una crisi dell’educazione, è la mancanza di educatori. Diciamo la parola più grande ancora: è la mancanza di padri, perché la stoltezza più grave degli anni passati è stata quella di aver detto ai giovani "sarete liberi se uccidete i padri". Sarebbe come dire a una pianta che sarà più rigogliosa se si sradica dal terreno. E’ la stoltezza più grande, satanica. Questo significava mettere i giovani sulla strada che porta alla morte: e adesso lo vediamo.