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SETTIMANA SANTA 2005
Via Crucis
25 marzo 2005 - Venerdì Santo


1. Carissimi, questa sera assieme ai dolori di Cristo, alla sua Via Crucis, abbiamo sentito dentro di noi anche il dolore nostro, il dolore dell’uomo: è stata anche la Via Crucis dell’uomo. E le stazioni di questa via Crucis sembrano ripresentare in maniera impressionante quella di Cristo. La condanna a morte di tanti innocenti uccisi dall’aborto, dalle guerre, dall’iniqua distribuzione delle ricchezze, dalla discriminazione. Il peso delle tante croci quotidiane messe sulle spalle di tanti uomini e donne. La caduta, le cadute di chi non ce la fa più: la caduta della disperazione, della fuga dalla realtà. Ripercorriamole tutte, le stazioni della Via Crucis dell’uomo.

2. Sono due percorsi paralleli destinati a non incontrarsi mai? Nelle prime pagine della S. Scrittura è narrato che Dio condusse davanti all’uomo la creazione intera per vedere quale nome avrebbe imposto alle cose.

La narrazione biblica nasconde un profondo significato. Dare il nome significa riconoscere la possibilità di un senso. L’uomo ha cercato di "dare il nome" anche alla sua sofferenza, anche al dolore degli innocenti: non vi è riuscito.

Noi questa sera, carissimi fratelli e sorelle, siamo resi capaci di dare il nome anche alla sofferenza: il nome è la Croce di Cristo. Essa è la possibilità di riconoscere un senso anche nel dolore umano in tutti i suoi aspetti: perfino quando – in più delle volte – non è cercato; quando è subito senza alcuna responsabilità.

Noi questa sera, meditando sulla passione del Signore abbiamo appreso un modo nuovo di considerare il dolore. Non abbiamo pensato: nella realtà esiste inspiegabilmente la presenza del male che ha colpito anche Gesù il Cristo. Ma di fronte alla Croce abbiamo pensato: "ecco il vero nome, il vero senso di ogni dolore, la Croce di Gesù". Essa non è un caso emblematico di un destino universale che colpisce tutti e ciascuno; essa è l’unica chiave interpretativa vera del dolore umano.

3. Che cosa significa chiamare il dolore col nome della Croce di Cristo? pensare che la propria via crucis è percorsa – può essere percorsa – da Cristo stesso?

Significa percorrere la propria via crucis con due attitudini spirituali legate fra loro: arrendendoci al dolore; resistendo al dolore.

La "resa al dolore" non è la rassegnazione che consiste nel "subire" il dolore, ma un abbandono totale al Padre che è vicino anche quando sembra così distante. È un sentirsi disarmato totalmente e proprio per questo appoggiato completamente al Signore.

Questa "resa al dolore" genera la "resistenza al dolore": la resistenza, il perdurare, il pazientare nell’abbandono a Dio. "È aver la forza di dire: io sono più grande del dolore che vivo, perché trovo il segreto della mia esistenza nell’arrendermi non tanto alla sofferenza, alla malattia, alla ingiustizia, ma a Colui che dà senso ad ogni esistenza, che di ogni esistenza è la speranza assoluta" [G. Moioli].

Quando ci arrendiamo al dolore in questa forma, allora la nostra resa genera in noi una resistenza che ci consente di dare un nome al dolore, il nome della Croce di Cristo. Ci consente perfino di prenderlo nelle nostre mani, e di offrirlo come dono per il bene di tutti.

Cristo crocefisso: insegnaci e donaci la forza di chiamare con il nome della tua santa Croce il nostro dolore.