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Veglia di preghiera nel corso della quale quattro seminaristi verranno ammessi come Candidati al Presbiterato
Cattedrale di S. Pietro, 12 aprile 2008


1. "Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime". Le parole con cui l’apostolo Pietro si rivolge questa sera a noi traggono il loro significato da una lunga ed antica tradizione biblica. In essa, il pastore che vigila sul suo gregge, che lo conduce al pascolo, che ne ha cura perché nessuna pecora si disperda divenendo preda di ladri o di lupi, è l’immagine perfetta di chi governa un popolo. Per converso, quando la parola di Dio, i profeti soprattutto, criticano implacabili un modo di governare ingiusto e prepotente, parlano di un gregge che lasciato a se stesso, si disperse. "Per colpa del pastore" dice il profeta Ezechiele "[le pecore] si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore, in tutto il paese" [34,5-6a].

L’apostolo Pietro si inserisce in questa tradizione biblica, e alla luce della fede comprende la vicenda umana come la vicenda di un gregge errante che ritrova finalmente il suo pastore ed il suo guardiano: Gesù che "portò i nostri peccati sul suo corpo sul legno della croce". Ed a causa delle sue piaghe l’uomo ritorna. Dove? a chi? al pastore che lo guida e lo nutre: dentro al "gregge di Gesù", cioè nella sua comunità, nella sua Chiesa.

L’apostolo Pietro, dunque, vede nella passione redentiva del Signore la svolta, il tornante decisivo della condizione umana: da una condizione di vagabondaggio ["eravate erranti"] ad una condizione di comunione con chi può guidarci.

Forse il vagabondaggio è la cifra adeguata anche della nostra attuale condizione. Il vagabondo non ha una meta; vive nel provvisorio che gli si offre giorno dopo giorno; non ha nessuna dimora propria. Nella sua passione Gesù ci ha riaperto la porta della nostra vera dimora, dando una consistenza indistruttibile alla nostra dispersione dentro il tempo.

2. Cari fedeli, questa sera alcuni giovani siglano un patto colla nostra Chiesa. Essi le manifestano pubblicamente un segreto finora rimasto nascosto nella loro coscienza: la convinzione di essere stati chiamati da Cristo al sacerdozio. E la Chiesa, da parte sua, si impegna pubblicamente con ciascuno di essi ad aiutarli autorevolmente a verificare la fondatezza di questa convinzione, e quindi a camminare verso il sacerdozio.

La luce che emana dalla parola di Dio dettaci attraverso l’apostolo Pietro, illumina in profondità il mistero del sacerdozio cristiano.

Esso è il sacramento vivente del "pastore e guardiano delle nostre anime". Noi sappiamo che cosa è il sacramento. È una realtà visibile capace di significare una realtà invisibile, e di renderla presente. Il sacramento dell’Ordine rende presente mediante la persona ordinata l’unico sacerdozio di Cristo. Quel sacerdozio che la parola di Dio questa sera ci ha spiegato coll’immagine del pastore.

Mentre affidiamo al Signore la persona dei neo-candidati al sacerdozio, preghiamo perché Egli non faccia mai mancare alle nostre comunità il segno vivente della sua presenza.