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VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI
Seminario, 12 aprile 2005

INTRODUZIONE

Carissimi giovani, la ragione per cui questa sera siamo qui è di una tale importanza da rendere il nostro incontro assai intenso. Vi ho chiamati perché riflettiate, cominciate a riflettere se non lo avete mai fatto sulla vostra vocazione. È la domanda fondamentale riguardo a se stessi: come vivere la mia vita?

È l’errore più grave quello di mettere già in anticipo delle preclusioni davanti al Signore: "sì, come vorrà il Signore … però non come sacerdote – non come religiosa". La vita non ci appartiene; chi la vuole acquistare in proprio, la perde.

Vi ho chiamato perché riflettiate, cominciate a riflettere e – soprattutto – a pregare: per questo soprattutto.

1. La pagina evangelica, carissimi giovani, ci fa comprendere a quale servizio all’uomo è chiamato chi riceva da Cristo l’invito ad essere suo apostolo.

Si parla, come avete sentito, di due uomini privi di speranza, delusi della vita. La ragione dell’amarezza e della desolazione che dimora nel loro cuore è che la persona cui avevano affidato, in cui avevano posto il senso della loro vita era stato vinto. La loro speranza ora si trovava in mano uno morto e sepolto: fine di tutto!

Nella vita di queste due persone accade una presenza: "Gesù in persona si accostò e camminava con loro". Notate bene: Gesù in persona. Di Gesù avevano già sentito parlare in quello stesso giorno: "alcune donne, delle nostre ci hanno sconvolti … son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo". Non basta "sentir parlare di Cristo"; c’è bisogno che Egli in persona si accosti a noi e cammini con noi. Non è una dottrina che ci fa rivivere, è l’incontro con una persona.

È la presenza di Cristo in persona che ridesta nel cuore dell’uomo la speranza e comincia a fargli gustare subito i beni sperati. È solamente questa presenza che sostiene il duro cammino dell’esistenza, e senza di essa la speranza, urtandosi colla realtà, o si estingue ed è la disperazione o si accontenta ed è il compromesso. Oppure – il che è il peggio del peggio – si sostituisce la speranza col sogno. I due uomini del Vangelo non sono salvati da questa deriva perché hanno sentito parlare di Gesù: occorre che nella loro vita accada la presenza di Cristo. La pagina evangelica descrive questo avvenimento.

Ma fate bene attenzione. Non si tratta di una presenza fisica: essi camminano con Cristo e non lo riconoscono. È una presenza reale ma sacramentale. Che cosa significa? Prestatemi bene attenzione, perché ciò che vi sto dicendo è di un’importanza decisiva.

Cristo si fa riconoscere, dunque si rende di fatto presente, compiendo due gesti: spiegando le Scritture in riferimento a se stesso; spezzando il pane, cioè celebrando l’Eucarestia. Vedete? Egli si rende presente attraverso delle azioni, dei gesti, desunti in fondo dalla vita quotidiana. Ed è ciò che accade anche oggi. Gesù si accosta a ciascuno di noi e cammina con noi perché è presente, in persona, mediante il grande sacramento della sua presenza: la Chiesa. E nella Chiesa si spiega la Scrittura, si celebra l’Eucarestia.

Che cosa fanno i due dopo che nella loro vita è accaduto l’avvenimento della presenza di Cristo? "e partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme … riferirono ciò che era accaduto loro lungo la via".

Sono nati due apostoli, due testimoni di Cristo: sono stati generati dall’incontro con Cristo. Carissimi giovani, il sacerdozio è generato dall’avvenimento della presenza, dell’incontro. E come quei due diventano a loro volta il segno visibile che Cristo è risorto e che quindi l’uomo ha una ragione incontrovertibile di sperare, così coloro che sono chiamati al sacerdozio sono il segno visibile di Cristo che si accosta all’uomo che non spera o perché è disperato o perché è un pusillanime o perché è un sognatore, e cammina con lui.

È questa la vocazione sacerdotale: se amate l’uomo, se non volete inaridirvi in un egoistico possesso della vostra vita, chiedetevi davanti a Cristo se è questo che Lui vi chiede.

Una parola a voi, carissime ragazze. Certo, a voi – alla donna – Cristo non chiede questo servizio all’uomo. A voi, alla donna a cui Cristo chiede di unirsi con Lui con cuore indiviso nella verginità consacrata, propone di rigenerare l’uomo alla speranza nella modalità propria della vostra femminilità. Maria il sabato in cui Cristo rimase nel sepolcro, fu l’unica a custodire la speranza. La custodì per tutta l’umanità. Fu ad una donna, Maria Maddalena, che Cristo risorto si mostrò ed affidò di testimoniarlo perfino agli apostoli. Non sentite che in tutto questo è racchiuso e per ciascuna di voi un grande mistero? Non dilapidate e neppure diminuite la misura della grandezza della vostra femminilità: chiedetevi davanti a Cristo se la sua custodia non sia nell’unirvi a Lui nella verginità consacrata.

2. Carissimi, inizio la mia riflessione sulla pagina evangelica leggendovi una poesia:

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio – è una barca che anela al mare eppure lo teme.

[Edgar Lee Master, L’antologia di Spoon River]

Nel dialogo fra Gesù e Pietro è racchiuso tutto il senso del nostro trovarsi qui questa sera.

Anche Pietro ha faticato a lungo, duramente, ma per niente: "abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla". Pietro vive il momento più critico della vita: lo scontro fra realtà e desiderio, da cui esce sconfitto il desiderio. Momento critico perché quando ci troviamo a vivere questa esperienza, siamo tentati ad imboccare una delle due strade che portano al nulla: o dare ragione alla realtà smentendo i nostri desideri o sradicare i nostri desideri dalla realtà trasformandoli così in illusioni. Alla fine le due strade portano nella stessa landa desolata: l’infelicità e la schiavitù.

Pietro però percepisce, intravede una via, una terza via di uscita: "prendi il largo e calate le reti per la pesca". È l’irruzione dentro la sua vita di una presenza che misteriosamente ma realmente dona a Pietro la capacità di ri-prendere in mano la sua vita, di riprendere il suo lavoro. È questa presenza di Cristo sulla barca della sua esistenza, che consente a Pietro di non posare più lo sguardo sul suo passato ["abbiamo faticato tutta la notte"] e sulla sua negatività ["non abbiamo preso nulla"], ma di attraversare tutte le difficoltà in cui egli è posto, riconoscendo in esse, perfino una vera positività. Non possiamo usare il nostro limite per limitare la possibilità di Dio, la nostra misura per misurare la potenza del Signore.

E Pietro prende il largo: "sulla tua parola getterò le reti". Egli capisce che nella sua vita, sulla sua povera barca, è venuta a dimorare una Potenza che lo rende capace di tutto e ne è come "spaventato": "allontanati da me che sono un peccatore"

Carissimi giovani, anche a ciascuno di voi il Signore dice: "prendi il largo! Non avere più paura, perché è l’Amore assoluto che ti viene offerto; non temere più gli imprevisti della traversata. Alza le vele e prendi i venti che la chiamata di Dio fa soffiare dentro la tua vita".

Prendere il largo; cosa significa? Non rimanere più chiuso e fermo dentro a nessuna pregiudiziale circa il tuo futuro. Non dire: "tutto, Signore, ma non sacerdote! – tutto, Signore, ma non vergine consacrata a te!" prendi il largo!

3. Carissimi giovani, queste ultime riflessioni conclusive ci portano al "nodo della questione" sulla quale stiamo riflettendo questa sera. E ci guida l’apostolo Paolo. Egli pronuncia la parola decisiva e definitiva: amore. Sì, carissimi, alla fine siamo costretti a riflettere sull’amore. "Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore ecco la fonte del dramma. Questo è uno dei più grandi drammi dell’esistenza umana. La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino, questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore – non lo hanno sfiorato nemmeno. Sono felici un istante, quando credono di aver raggiunto i confini dell’esistenza, e di aver strappato tutti i veli, senza residui. Si, infatti: sull’altra sponda non è rimasto niente, dopo il rapimento non rimane nulla, non c’è più nulla" [K. Woitila, Tutte le opere letterarie, Bompiani ed., Milano 2001, pag. 821].

Come fa l’apostolo a risolvere il dramma dell’amore, divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è la realtà? Non affidandosi ad emozioni passeggere, ma osservando un fatto: "uno morì per tutti". E questi che morì per tutti è Dio fattosi uomo per accostarsi all’uomo, per camminare con l’uomo, per liberare l’uomo dalla paura della morte.

Questo amore, non un altro, penetra dentro alla nostra miseria impastata di egoismo e di concupiscenza, e fa sì che diventiamo capaci di non vivere per se stessi, ma per Lui. È lo stesso amore che rigenera la nostra umanità: "se uno è in Cristo, è creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove".

Carissimi giovani, comprendete ora che cosa significa "prendere il largo"? che cosa significa non temere più di intraprendere la traversata? Riascoltiamo ancora il S. Padre: "Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione un’esistenza ed un amore – come farne un insieme che abbia senso? Eppoi questo insieme non può mai essere chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri, dall’altro riflettere sempre l’Essere e l’Amore assoluti. Deve rifletterli almeno in qualche modo. È questo anche il senso ultimo delle nostre esistenze" [ibid. pag. 867].

Carissimi giovani, questa sera Cristo vi chiede di fare della vostra vita il luogo dove si riflette l’Essere e l’Amore assoluti: il sole non sta dentro alla piccola goccia di rugiada rendendola tutta luminosa? Sulla povera barca di Pietro non aveva posto la sua dimora la Potenza che fa tremare gli angeli? Questo è il miracolo che Cristo vi chiede di compiere in voi e che compiate voi con Lui: riflettere nella vostra vita l’Amore assoluto.

È il sacerdozio questo miracolo: vaso d’argilla – dice Paolo – che contiene un tesoro mirabile. È la verginità consacrata questo miracolo: la ricchezza della vostra femminilità centuplicata nell’unione sponsale con Cristo. Cristo è presente e raggiunge ciascuno di noi e vuole riprodurre Se stesso.

"L’Amore è una sfida continua. Dio stesso forse ci sfida affinché noi sfidiamo il destino" [K. Woitila].