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RITO DELL’ELEZIONE
Cattedrale, 9 febbraio 2008


Carissimi catecumeni, voi sapete che quando nasce un bambino, deve essere registrato all’anagrafe del Municipio; chi compie, a nome del bambino, questo atto, deve dare tutte le generalità del neonato.

L’iscrizione nel registro pubblico è importante, poiché da quel momento la nuova persona diventa un cittadino in senso pieno, con diritti e doveri.

Fra poco tempo, voi scriverete il vostro nome su un registro. Questa iscrizione è infinitamente più importante dell’iscrizione ad un registro civile: questa vi dà una "cittadinanza terrena", quella che farete fra poco una "cittadinanza celeste". Di ciascuno di voi diventa vero quanto dice l’Apostolo: "La nostra patria … è nei cieli" [Fil 3,20 a]. Che cosa vuol dire che noi abbiamo una cittadinanza celeste? Troviamo la risposta a questa domanda nella Parola di Dio che abbiamo ascoltato.

1. "Il Signore disse ad Abram: vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo Padre verso il paese che io ti indicherò".

Abramo è chiamato dal Signore e riceve l’ordine di lasciare la sua patria, perché ne riceverà in dono un’altra migliore.

Così è accaduto ed accade anche a ciascuno di voi. Fra poco vi chiederò: "volete essere ammessi ai sacramenti di Cristo…?, e voi risponderete. "Sì, lo vogliamo". Certamente è stata una scelta e decisione vostra quella di ricevere i sacramenti. Ma questo atto della vostra persona ha il profilo della risposta: la vostra scelta è stata preceduta dalla divina elezione che il Padre ha compiuto di ciascuno di voi; la vostra decisione è stata suscitata in voi dalla decisione divina che il Padre ha preso di farvi partecipi della sua stessa vita. La vostra persona "è stimolata dallo spirito della grazia a compaginarsi volontariamente in una costruzione unica", dice S. Leone Magno [Sermo XLVIII, 1,5]. Questa "costruzione unica" è la Chiesa. Voi non siete più solo cittadini di una nazione terrena, ma anche di una nazione santa, la Chiesa; voi non avete solo la cittadinanza di una patria terrena, ma ora anche di una patria celeste, la Chiesa; siete inscritti non solo nei registri di una città umana, ma anche nei registri della città di Dio, la Chiesa.

2. "E i due discepoli … seguirono Gesù". Come Abramo, anche i due discepoli si mettono in cammino. Come Abramo non sapeva quando si mise in cammino, dove sarebbe andato, anche i due discepoli non sapevano bene la meta. "Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui": ecco la meta raggiunta. I due discepoli vanno a vivere nella "casa di Gesù"; vivono nella sua stessa dimora.

Miei cari catecumeni, la pagina del Vangelo ci offre la risposta più profonda alla domanda fatta sopra. E’ ancora S. Paolo ad aiutarci. Egli ci dice: "la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio" [Col 3,3b], ed anche: "la nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo" [Fil 3,20].

La nostra patria è la stessa patria di Gesù; la nostra dimora è la stessa dimora di Gesù. L’Apostolo indica questa patria e dimora con la parola "cieli". Non ha un significato fisico. Significa la vita stessa di Dio, la vicinanza al Padre. "La vostra patria è nei cieli", perché, mediante i sacramenti, sarete così intimamente uniti con Gesù da formare con Lui un solo corpo, la Chiesa, e stare con Lui nella casa del Padre.

3. Sempre l’Apostolo Paolo ci dice che avendo la nostra patria nei cieli, dobbiamo cercare e pensare alle "cose di lassù". Poiché il battesimo che riceverete "non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza", "mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi" [Col 3,5].

Avere una "patria celeste" significa vivere una vita nella giustizia, nella santità, nella purezza del cuore, nella carità.

Il Signore vi custodisca sempre nel vostro santo proposito. Egli, che vi ha chiamati alla comunione con Cristo, porterà a termine in voi la sua opera.