home
biogr.
english
español
français
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


DISCORSO IN TRIBUNALE
15 dicembre 1995

Consentitemi di iniziare la mia riflessione con una citazione poetica desunta da “I Sepolcri” di U. Foscolo:  “Dal dì che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose”. Dunque secondo il poeta il passaggio dal regno animale al regno umano avviene attraverso l’istituto matrimoniale, l’amministrazione della giustizia ed il culto di Dio: gli animali non si sposano (al massimo convivono), non hanno tribunali, non costruiscono chiese. Il luogo in cui mi trovo, le persone alle quali mi rivolgo e l’intenzione di chi mi ha benevolmente invitato, mi inducono a parlare solo della seconda tappa, i tribunali, del cammino che, secondo il poeta, l’uomo ha percorso per esser “pietoso”. E l’inizio, o primo punto della mia riflessione non può allora non essere che la seguente domanda: che rapporto esiste fra amministrazione della giustizia e dignità della persona umana? o più precisamente: perché la persona umana “nasce” come persona umana anche attraverso l’amministrazione della giustizia? Nel primo punto della mia riflessione, cercherò di rispondere a questa domanda.

1. PERSONA UMANA E GIUSTIZIA

Penso che uno dei guadagni più consistenti dal punto di vista della civiltà umana, ricevuti definitivamente dalla cultura greca, sia la distinzione fra una ragionevolezza puramente speculativa e una ragionevolezza pratica e, come sottodistinzione di quest’ultima, fra ragionevolezza pratica di carattere tecnico e ragionevolezza di carattere etico. Al di sotto di una terminologia ben lontana dal nostro linguaggio quotidiano, si trova una profonda intuizione. Quale?
L’affermazione dell’esistenza di una ragionevolezza pratica distinta da quella speculativa, denota la presenza nell’uomo di una capacità non solo di capire, di sapere “come stanno le cose”, ma anche di proporsi obiettivi non ancora esistenti e di “produrli”. Non solo di conoscere un “ordine” già esistente, ma anche di “fare ordine”. Così detta, la prima distinzione non sembra dire molto. La sua portata credo che verrà meglio colta, mostrando come due siano i tipi di ragionevolezza pratica insiti nell’uomo. Infatti, una semplice osservazione su noi stessi, ci fa immediatamente vedere che due sono i tipi di attività umana, l’uno è costituito dall’attività che produce qualcosa (costruire una casa, riparare un paio di scarpe, coltivare un campo...), l’altro costituito dall’attività che non produce nulla, ma cambia semplicemente colui che agisce (capire un teorema di matematica, gustare una pagina musicale, godere della compagnia di amici, adorare Dio...). Chiamiamo la prima, attività  transitiva, nel senso che il loro risultato sta “al di fuori” del fare; chiamiamo la seconda, attività immanente, nel senso che il “risultato” sta “dentro al soggetto che agisce”.  Consentitemi un esempio molto semplice.
Osservo un medico che cura  un ammalato. E mi chiedo: che cosa sta facendo il dottore x? Rispondo: sta mettendo in atto tutta una serie di operazioni fra loro ordinate, secondo un modello già verificato, atte a produrre nel paziente un effetto, la salute. Sta, appunto, curando un ammalato. L’effetto ottenuto è, alla fine, indipendente da chi lo ha prodotto. Così indipendente che, se anche il medico morisse, il prodotto della sua attività, la salute del malato non ne rimarrebbe compromessa. Tuttavia, la mia domanda: “che cosa sta facendo il dottore x?” può anche avere un altro significato. Ed infatti, io potrei rispondere anche nel modo seguente: sta guadagnandosi da vivere col suo lavoro, oppure, sta facendo un atto di carità verso il povero; oppure, sta verificando una sua ipotesi di ricerca. Nel primo senso, ho considerato l’agire del medico in quanto orientato a produrre un effetto che resta indipendente ed estraneo a chi lo ha prodotto: attività transeuente. Nel secondo caso, ho considerato l’attività del medico in quanto inerisce al medico stesso e lo fa essere in un modo e nell’altro: attività immanente. Su questa base, scopriamo un’altra distinzione di importanza fondamentale per tutto il nostro discorso. Se, infatti, mi chiedo: “il dottore x è un buon medico?”, la domanda può avere due significati. E’ un buon medico, perché, avendo scienza ed esperienza, guarisce gli ammalati; è un buon medico, perché, si guadagna onestamente da vivere col suo lavoro, perché col suo lavoro aiuta i poveri. Due significati, vedete, di bontà: nel primo caso, si riferisce alla produzione e dunque all’effetto prodotto; nel secondo caso, si riferisce al soggetto che agisce e dunque alla realizzazione del suo modo di essere. Chiamo bontà in senso tecnico il primo significato; chiamo bontà in senso morale il secondo significato. E quindi c’è una ragionevolezza pratica di carattere tecnico, nel primo caso (per brevità la chiameremo d’ora in poi, ragione tecnica); c’è una ragionevolezza pratica di carattere morale, nel secondo caso (per brevità la chiameremo d’ora in poi, ragione morale). La ragione tecnica è profondamente diversa dalla ragione morale. Mi limito solo al punto più importante.
La ragionevolezza tecnica riguarda e si fonda sulla qualità del prodotto, poiché la tecnica è “realizzare qualcosa fuori di noi”. La ragionevolezza morale riguarda la e si fonda sulla qualità della persona in quanto è il risultato del proprio agire, poiché la morale è “realizzazione di ciò che possiamo essere, del proprio essere umano”. Rubando, divento un ladro, costruendo un ponte, non divento un ponte.
Voglio soffermarmi ancora un poco su questo punto che è la base di tutta la riflessione seguente. La prospettiva della ragione morale è quella della realizzazione del bene nel soggetto che agisce. Si tratta di ciò che i Greci e poi il cristianesimo chiama la vita buona. Essa non è semplicemente una vita riuscita in modo soddisfacente e neppure uno stato della società, ma quel modo di condurre la vita che rende l’uomo veramente buono, anche se dovesse rimetterci la vita.
Ciò posto (vedete come queste distinzioni siano importanti), possiamo e dobbiamo chiederci: l’amministrazione della giustizia a quale tipo di attività appartiene e quindi, quale ragionevolezza è in atto quando si amministra giustizia? Si tratta di una “tecnica” oppure di un agire morale?
Mi rendo conto che formulata in questo momento, la domanda possa sembrare talmente generica e grezza da non consentire se non risposte altrettanto generiche e grezze. Ed allora cercherò di rigorizzarla all’estremo. Ed il punto di partenza di questa rigorizzazione è la definizione del concetto di giustizia. Poiché giustizia connota una attitudine permanente della nostra volontà a fare il giusto, devo prima definire il concetto di giusto. Ritengo che dal modo con cui si definisce “ciò che è giusto” dipende il destino di ogni società umana. Dunque non stiamo discutendo del sesso degli angeli.
Già Platone aveva individuato due modi fondamentali di definire ciò che è giusto e quindi la giustizia, a seconda che si ammetta o non si ammetta la possibilità per l’uomo di concepire il bene (in senso morale, come ho spiegato) che non sia semplicemente e necessariamente il mio proprio bene. Agostino mediterà lungamente e profondamente su questa visione platonica e ne trasmetterà definitivamente l’eredità alla nostra cultura giuridica. Dunque: esiste un bene che è tale (cioè bene) non perché è il mio bene (è bene per me), ma perché è bene in sé e per sé e quindi per ogni persona ragionevole? in una formulazione più moderna (e più agostiniana): il bene si riduce al mio interesse  o utile oppure prescinde dal mio interesse ed utile? Se è vera la riduzione del bene all’interesse la giustizia è il compromesso fra opposti interessi; la ragione giuridica consiste nella ricerca tecnica di far convergere il più possibile opposti interessi; l’amministrazione della giustizia nel tutelare un interesse ritenuto prevalente,  sull’interesse di un altro. Se la riduzione del bene all’interesse o all’utile è falsa, la giustizia consiste nel riconoscere ciò che appartiene all’uomo in quanto uomo; la ragione giuridica consiste nell’ordinarsi all’altro come a se stesso; l’amministrazione della giustizia nel riportare ciascuno nel suo ordine.
Le due alternative riguardanti la definizione di giustizia in realtà si radicano in due visioni contrarie della persona umana. Quali? Per individuarle, vorrei partire da un testo di S. Tommaso (cfr. 1,2, q.56, a.6) nel quale egli si chiede se l’uomo ha bisogno di un perfezionamento morale spirituale. La sua risposta affermativa è motivata nel modo seguente. Il bene dell’altro è solo oggetto della ragione; i sensi non possono cogliere e desiderare un bene per un altro, ma solo un bene per lo stesso soggetto. La pagina tomista offre molta materia di riflessione. Un vero e proprio concetto di giustizia non può trovar posto in una definizione dell’uomo puramente sensista o materialista. La riduzione della persona umana ad un “fascio” di meccanismi psichici e/o sensitivi conduce inevitabilmente alla riduzione del concetto di  giustizia al concetto di utilità; lo psichismo e la sensibilità non sanno andare oltre alla ricerca del “bene per me” e giungere a ciò che è “bene in sé e per se”.  E quindi si rischia continuamente di chiamare giustizia, l’utilità di una parte (di alcuni o di molti) socialmente vincente. Ciò che voglio dire in sostanza è che se si parte da una visione materialista dell’uomo si riduce il concetto di giustizia al concetto di utilità; se si parte da una visione adeguata della persona umana si può affermare l’esistenza di una giustizia non riducibile ad utilità. Vorrei soffermarmi un poco su questo punto, data la sua importanza centrale.
In che cosa essenzialmente si distingue la giustizia dalla utilità? l’utilità è per definizione il bene di qualcuno come tale. Pertanto l’affermazione e la ricerca di ciò che è utile per me non esclude, in linea di principio, un conflitto con ciò che è utile per l’altro. Al contrario, ciò avviene molto spesso. Di qui deriva che la ricerca dell’utile ti colloca potenzialmente in una relazione con l’altro di contra-posizione: l’altro non è come te stesso. Di qui deriva ancora che una socialità dominata dalla ricerca dell’utile, è una società fortemente conflittuale: non è una società di uguali, poiché l’altro non è come te stesso. Di qui, infine, in una società così vissuta, l’amministrazione della giustizia rischia di essere asservita ad una delle parti in conflitto per raggiungere la propria utilità o di limitarsi ad essere una sorta di “amministrazione degli urti”.
Ben diversa è la giustizia. Essa infatti aspira al bene dell’altro nella stessa misura in cui aspira al suo bene: l’altro è come se stesso. “Apprehendit eum - dice S. Tommaso - ut alterum se, inquantum scilicet vult ei bonum sicut et sibi ipsi” (1,2,q.28,a.1). Come è possibile questa “apprehensio” di cui parla Tommaso (...ut alterum se)? Cioè: come nasce nell’uomo questo riconoscimento dell’altro come un “altro se stesso”? e quindi, come nasce il “senso di giustizia”? Si tratta di una evidenza originaria, cioè non motivabile, non ricostruibile. Nello stesso momento in cui vedo me stesso come soggetto degno di un rispetto assoluto perché persona, come soggetto che non ha prezzo perché ha dignità, ogni altro uomo non può non apparirmi dotato della stessa dignità. Nel famoso capitolo su “Signoria e servitù”, Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, ha tentato di ricostruire la genesi di questo riconoscimento, facendolo dipendere dal lavoro e dalle prestazioni, attraverso le quali chi le compie (lo schiavo) si emancipa a soggetto degno di riconoscimento. Sappiamo che quelle pagine stanno all’origine della teoria e tragedia marxista. Dunque: giustizia è riconoscimento dell’altro come sé, per cui, in fondo, il “principio-giustizia” è: “non fare ad un altro quello che non vuoi sia fatto a te”. Mentre il principio-utilità crea conflitti, il principio-giustizia crea ordine nella pace, poiché l’altro non è il potenziale avversario del proprio bene, ma è come te stesso. Il principio-utilità crea disuguaglianza poiché nasce dall’affermazione che l’altro non è come te, il principio-giustizia crea la vera uguaglianza, poiché consiste precisamente nell’affermazione di questa uguaglianza. E qui scopriamo la vera definizione di amministrazione della giustizia: rendere a ciascuno il suo che era stato tolto o nel pericolo di essere tolto. E’ cioè l’affermazione dell’uguale dignità di ogni persona: essere  asserviti solo ed esclusivamente all’uomo, senza ulteriori aggiunte. Non essere asserviti a nessun potere, soprattutto neppure a quello politico.
Ora possiamo capire in che senso profondo la giustizia e la sua amministrazione pertiene all’essenza umana come tale e come il male sociale per eccellenza sia la malvagità della volontà.

2. GIUSTIZIA ED EDUCAZIONE

Nel primo punto ho cercato di mostrarvi come la nascita del concetto di giustizia coincida colla nascita della coscienza che l’uomo ha della sua dignità. In questo secondo punto vorrei, più brevemente, svolgere alcune riflessioni su come questa “nascita” possa essere impedita o aiutata. Non sarà ovviamente un discorso completo, mi limito ai punti più importanti.

2.1 La formazione concreta del principio-giustizia è strettamente correlata all’organizzazione concreta di una società, al suo ethos e a ciò che in essa è determinato come giusto e ingiusto attraverso una fondazione positiva. Insomma, la legge civile è un fattore di fondamentale importanza per la formazione concreta del principio-giustizia. Eraclito scrisse che bisogna lottare di più per avere buone leggi che per costruire solide mura. Ci sono leggi che educano al senso della giustizia e ci sono leggi che diseducano ed inducono una mentalità, un costume ingiusto. A me sembra che oggi questo sia un problema di una urgenza drammatica. Non credo di esagerare. per le seguenti ragioni.
La prima. Si può legiferare sulla base del principio che non esiste una giustizia, ma solo l’utilità. Sto facendo, per il momento, ipotesi di lavoro. Se così legifero, inevitabilmente privilegio una parte contro l’altra e genero un costume di permanente, strutturale conflittualità sociale. Ho creato cioè un ethos sociale in cui pretendere che il cittadino abbia un senso di giustizia è come ... pretendere che un uccello voli dopo avergli tagliato le ali.
La seconda. L’adozione del principio-utilità o del principio-giustizia come principio base della nostra convivenza sociale, dipende, come ho già detto, dalla nostra visione dell’uomo. Il che equivale a dire che non c’è giustizia dove non c’è verità, che l’accettazione di un relativismo antropologico porta diritto all’affermazione dell’utilità come unico movente dell’uomo e base della società. Le pagine della Repubblica di Platone contro i Sofisti dimostrano ampiamente questa connessione fra relativismo scettico e utilitarismo sociale. Ma qui si pone oggi forse il problema più serio. Si afferma un legame inscindibile fra relativismo teorico e democrazia: credo che questo sia uno degli errori più gravi di oggi. Questa connessione, infatti, toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento a ciò che è giusto, privandola di ogni riconoscimento di ciò che è giusto. E si instaura, di fatto, un regime di anti-democrazia subdolo, ma reale, poiché non esiste più nessuna verità ultima che guidi ed orienti l’agire politico.
La terza. Rifiutare il legame fra relativismo e democrazia, non significa rifiutare il pluralismo delle concezioni dell’uomo, del mondo, che prendono corpo in varie tradizioni e comunità. La legge educa veramente al principio-giustizia quando sa garantire questo pluralismo: una libera, pacifica, convivenza nella quale ogni soggetto possa veramente esprimersi nella sua proposta educativa.

2.2. Mi chiedo, e concludo,  se è possibile un concetto di giustizia, fondare la società sul principio-giustizia, amministrare la giustizia e non l’utilità, senza una coscienza profonda e vissuta della dignità della persona umana. Tutta la riflessione precedente, se ha un senso, è proprio questo : non ci può essere giustizia né amministrazione della giustizia, se non si afferma la dignità incondizionata di ogni persona umana. In fondo, è questa affermazione il principio di tutta l’architettura giuridica di una società. Per questa ragione, sono convinto che il cristianesimo abbia dato un decisivo apporto all’amministrazione della giustizia. Fu il cristianesimo ad affermare che ogni uomo possiede una dignità infinita: nessuno prima o fuori di esso aveva detto una tale sconvolgente verità. Ed il cristianesimo fonda questa verità sul rapporto unico, singolare, immediato di appartenenza che ogni persona umana ha con Dio creatore. Ed allora mi chiedo: l’ateismo non è anti-umanismo? Certo: può esistere uno Stato non cristiano, ma non credo che possa esistere uno Stato ateo.

CONCLUSIONE

Ho finito. Vorrei solo lasciarvi con la presunzione di avervi aiutato a condurre una riflessione seria sui fondamenti stessi della amministrazione della giustizia e dunque della società. per il bene dell’uomo e per la difesa della sua dignità. Poichè l’uomo oggi è esposto ad essere sempre più trattato come uno che deve limitarsi a cercare esclusivamente la propria utilità, e così gli viene tolta la sua più preziosa dote: la libertà di essere giusti.