home
biogr.
english
español
français
Deutsch
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


Intervento alla Tre Giorni del Clero «Per un rinnovato impulso missionario»
16 settembre 2014


Ciò che mi propongo è di offrirvi alcune nostre marginali osservazioni alla prima parte del cap. quinto dell’EG. Vi confido che sono stato tentato varie volte di dirvi semplicemente: "rileggete quelle pagine e meditatele". Ma poi ho ritenuto che sarei venuto meno al mio dovere di servire la Parola. So che per molti di voi [o pochi, o tanti] ascoltarmi è un esercizio di pazienza. Anche per questo cercherò di essere molto breve.

1. Il primo pensiero che desidero comunicarvi è che – secondo EG – non è possibile una vera evangelizzazione, se non si è fatta, se non si fa esperienza di ciò-di chi parla l’evangelizzare. [cfr. tutto il n. 264].

Che cosa significa "fare esperienza"? Il S. Padre risponde percorrendo due strade: una più di carattere teologico; una di carattere più spirituale.

La prima. Significa lasciarsi guidare, condurre, illuminare dallo Spirito Santo [cfr.275-276]. Tutti i grandi dottori della Chiesa hanno individuato la funzione dello Spirito Santo nell’interiorizzare la divina Rivelazione nel cuore del credente.

Esiste un istinto dello Spirito Santo in noi, mediante il quale diventiamo capaci di discernere in noi e nella storia il bene dal male.

La seconda. Significa esercitare i "sensi spirituali". E’ questa una dottrina spirituale molto tradizionale nella Chiesa [cfr. 264]; costituisce il "pilastro della dottrina cristiana della percezione" [H.U. von Balthasar, Gloria I, pag. 352]. Nelle pagine del S. Padre, forse si comprende bene questa via mediante la categoria dell’incontro di cui pure fa un largo uso [264-265]. Possiamo dire: non si evangelizza se lo Spirito non ci dona di sapere [sapienza] ciò che–chi evangelizziamo; se non ci siamo mai incontrati con Colui che evangelizziamo.

Concludo questo primo punto. L’incontro con l’amore di Gesù che ci salva, è la motivazione fondamentale per un rinnovato impulso missionario.

 

2. Il secondo pensiero che desidero comunicarvi è il seguente: chi ha la missione di evangelizzare deve assumere l’esperienza archetipa di Gesù [cfr. 267 e 269], e farla propria.

L’esperienza archetipa di Gesù è narrata in modo molto suggestivo ai n. 267-269. Possiamo cercare ed individuare la "chiave teologica" per comprendere il senso di questa narrazione? Mi rifaccio alla riflessione teologica di von Balthasar.

E’ soprattutto il quarto Vangelo che mostra "l’assoluta unicità della persona del Figlio per mezzo della doppia assoluta unicità della sua relazione trinitaria al Padre e con la meta soteriologica della sua missione" [Teodrammatica II\2, pag. 145]. La missione è la forma storica della processio a Patre. In Gesù si ha un’identità fra il suo io e la sua missione salvifica. La narrazione che di questa ne fa il S. Padre nei numeri citati mostra bene la stretta correlazione tra la missione da una parte e la processio a Patre dall’altra [cfr. 267].

Perché questa esperienza è archetipa? Perché ciascuno di noi è chiamato ad identificare il proprio io e la coscienza del proprio io con la propria missione di evangelizzare. C’è un’affermazione letteralmente formidabile: "io sono una missione [il corsivo è del S. Padre] su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo" [273]. Cioè: ciascuno di noi è stato creato in vista della missione; è la missione il fattore personalizzante.

Il S. Padre suggerisce anche un metodo di assimilazione dell’esperienza archetipa di Gesù: lo spirito contemplativo [Ignazio: la repetitio degli Esercizi Spirituali] [cfr. 264].

Concludo questo secondo punto. L’assimilazione dell’esperienza archetipa di Gesù [io=missione] è la motivazione fondamentale per un rinnovato impulso missionario.

3. Esiste poi uno stile esistenziale [cfr. 269] che viene suggerito dal S. Padre in varie parti. Una forte esperienza di salvezza: "non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù e non conoscerlo" [cfr. tutto il 266]; il coraggio di evangelizzare [263]; il gusto di rimanere vicini alla gente, condividendone le condizioni [cfr. 268 e 270]; la preghiera di intercessione [cfr. 281-283]; la capacità di discernere l’azione di Dio nelle vicende umane [cfr. 279]. E’ una sorta di "analitica esistenziale" di chi evangelizza, che il S. Padre compie.

Tento di sintetizzare. Quali fattori possono rinnovare il nostro impulso missionario? E’ l’incontro sperimentale con Gesù che redime l’uomo; incontro che conduce dentro l’esperienza archetipa di Gesù: l’identificazione del proprio io con la missione; un incontro che produce uno stile di vita: gli "esistenziali" di chi evangelizza.

 

"La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre più" [264].