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Meditazione per la Tre Giorni del Clero
«Una conoscenza piena della sua volontà» [Col 1, 9]
Tre Giorni del Clero, 16 settembre 2013


"Fra i tempi, gli uni sono quelli della discesa di Dio fra gli uomini;
gli altri, della salita degli uomini verso Dio".
[Massimo il Conf., Questioni a Talassio 22; SCh 529, pag. 266]

Questa meditazione teologica è in continuità con quella che vi dettai lo scorso anno. In essa avevo cercato di indicarvi quelle "regole di comportamento" [regulae divinae sapientiae] che Dio segue nel suo agire dentro la storia. In questa, che sto per dettarvi ora, vorrei indicarvi come noi dobbiamo porci dentro la storia: intendo come ministri della Nuova Alleanza. Il nostro tempo, la storia in cui e che viviamo, sono la nostra casa. Se non siamo in un rapporto di "famigliarità" con essa, delle due l’una: o si diventa nostalgici [laudatores temporis acti] o si diventa utopisti. Posizioni ambedue sbagliate e fonti di grave malessere.

1. Tutta la meditazione seguente è ispirata da un testo della lettera ai Colossesi: "non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con [έν= piuttosto “per mezzo”] ogni sapienza ed intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore" [Col 1, 9-10a].

Penso che la parola chiave sia volontà di Dio. Tenendo conto di tutto il corpus paolino, il termine connota "la ragione di fondo, la norma suprema, la fonte unica nella quale tutta l’opera divina di salvezza è come ricapitolata; potremmo dire: la ragione pretemporale determinante" [GLNT IV, 296].

Non si è veramente dentro al tempo, dentro alla storia se non si ha una "piena conoscenza" della volontà di Dio. Essa, infatti, è "il criterio di comprensione dei fatti umani, attraverso la rivelazione biblica ed evangelica, che richiede per altro una scienza nuova, una filologia sacra capace di scrutarne i misteri" [V. Cilento, cit. da P. Borgomeo, L’Église de ce temps dans la prédication de Saint Augustin, Etudes Augustiniennes, Paris 1972, 201 n. 45].

Vorrei che questa meditazione ci aiutasse ad imparare un poco questa "filologia sacra".

Dato l’oggetto, questa conoscenza "si effettua allorché lo Spirito agisce sulle facoltà intellettive dell’uomo, conferendogli una capacità nuova di chiaro e profondo intendimento" [GLNT IV, 298]. Il testo biblico dice: sapienza e intelligenza spirituale [σοφία – σύυέσιs πνευματική].

Si tratta dunque di una conoscenza che non è equiparabile alle discussioni sul bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, le quali introducono nella comunità cristiana la distinzione fra ottimisti e pessimisti. Distinzione che nel vocabolario cristiano non ha nessun senso.

Si tratta di una conoscenza che non è confondibile con quelle ricerche socio-culturali di cui poi si sono servite molte programmazioni pastorali, imprudentemente non di rado.

Non è una conoscenza che possa ridursi all’esegesi biblica e/o alla teologia sistematica, che sono necessarie. E’ una conoscenza che ci rende capaci di pensare teologicamente il proprio tempo. E’ questa la conoscenza della volontà di Dio, quando è frutto dell’azione dello Spirito Santo sulle nostra facoltà intellettive.

E’ necessaria? Senza di essa viviamo fuori dal nostro tempo, chiusi nelle nostre iniziative. E’ da questo rischio che il S. Padre Francesco sta mettendo in guardia tutta la Chiesa, noi pastori in particolare: il rischio di una Chiesa tutta ripiegata su se stessa. Appunto: fuori dal tempo in cui vive.

2. La conoscenza della volontà di Dio, operata in noi dallo Spirito Santo colla cooperazione della nostra ragione elevata dalla sua grazia, deve realizzarsi secondo un paradigma fondamentale. Esso ci è rivelato dalla S. Scrittura, meditata dalla Tradizione della Chiesa.

Per paradigma fondamentale intendo l’insieme delle convinzioni di fede che offrono la chiave di lettura del tempo in cui viviamo; che sono come le "indicazioni stradali" per muoverci e non perderci in quel guazzabuglio che è la storia umana. Il paradigma fondamentale ha dunque una funzione regolatrice e dinamica in merito al nostro stare dentro la storia. Regolatrice perché ci guida; dinamica perché ci spinge ad approfondire sempre maggiormente la verità ed il senso della nostra "famigliarità" col nostro tempo. Cercherò ora di offrire alla vostra meditazione quelle convinzioni di fede che nel loro insieme costituiscono il paradigma.

Parto da una metafora. Se paragoniamo la storia ad un libro, i primi capitoli preannunciano già il Cristo; i capitoli centrali narrano la sua vicenda umano-divina; i seguenti narrano la crescita contrastata di Cristo mediante la sua Chiesa, che è il suo corpo. L’epilogo è l’ingresso di tutta la vicenda storica nell’eternità.

Figura e realtà in questo dramma si confondono: il vecchio Testamento profetizza Cristo; il Cristo storico realizza; ma a sua volta Cristo prefigura la sua Chiesa. Ogni suo gesto è al contempo evento storico e sacramento di salvezza. [cfr. P. Borgomeo, L’Église …op. cit. 201].

E’ questo il paradigma secondo il quale impariamo a vivere dentro la storia. Quali convinzioni di fede lo costituiscono? Mi sembra che siano fondamentalmente quattro. Una meditazione teologica deve solo suggerire qualche riflessione su ciascuno di essi.

2.1 Tutta la vicenda storica ha un suo fine, e quindi un suo significato, una sua intrinseca ragionevolezza. Nulla in essa è ultimamente casuale [cfr. Rom 8, 28].

La divina Rivelazione ci dice chiaramente mediante la Scrittura quale è il logos interno di tutta la vicenda storica: è la ri-capitolazione di tutti e di tutto in Cristo. E’ il Corpo mistico di Cristo il vero senso della storia: cfr. Col 1, 15-20; Ef 1, 3-10; 1 Cor 8,6.

Esiste nel N.T. una dossologia di grande importanza: "a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli" [Ef 3, 21].

Al Padre è dovuta, perché da Lui fluisce, la Gloria: questa risplende in Cristo e nel suo corpo, la Chiesa, nei cui membri la grazia di Cristo è stata effusa.

2.2 Tutta la vicenda storica ha un prot-agonista, un ant-agonista, un deuter-agonista. E’ un vero dramma, e gli attori sono tre.

Il protagonista è lo Spirito Santo, lo Spirito del Signore risorto. In che modo? Il b. Giovanni Paolo II ha dedicato una mirabile enciclica a questo tema: l’Enciclica Dominum et vivificantem.

La vera forza che agisce in profondità, che muove tutta la realtà verso il Risorto, che "cristifica" l’universo, è lo Spirito Santo che è stato definitivamente mandato in questo mondo il giorno di Pentecoste. "La fine della sorte terrena di Gesù – assunto di nuovo in cielo con la resurrezione e l’ascensione – diviene un inizio, un esordio che prima non si sarebbe potuto presagire, mediante la missione dello Spirito" [H.U. von Balthasar, Spiritus Creator, Morcelliana – Brescia 1972, 325]. Come agisce il protagonista? Quale è la sua parte nel dramma?

Terminando la sua presenza visibile fra noi, Gesù aveva assicurato che la missione dello Spirito Santo era collegata alla testimonianza apostolica: "riceverete forza dallo Spirito Santo, che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra" [At 1, 8]. Nel Cenacolo Gesù aveva detto: "Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza" [Gv 15, 26].

Sempre nel Cenacolo, Gesù aveva specificato il contenuto, o per così dire la funzione della testimonianza dello Spirito Santo: "egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio" [Gv 16, 711].

Vediamo allora il protagonista, lo Spirito Santo, in azione la prima volta, nel momento in cui entra in scena. Di questa entrata ci dà testimonianza preziosa Luca negli Atti. Leggendo e meditando attentamente il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste possiamo già vedere come lo Spirito agisce.

Egli rende chiara testimonianza mediante l’apostolo del mistero della morte e risurrezione di Gesù [cfr. At 2, 23-25]. In questa testimonianza, per bocca di Pietro lo Spirito "convince il mondo quanto al peccato". Prima di tutto, quanto al peccato che è il rifiuto di Cristo giunto fino a condannarlo alla crocefissione. Ma fin dall’inizio della sua missione, lo Spirito convince il mondo quanto al peccato non in vista di una condanna, ma perché si convertano e vivano [cfr. At 2, 37 ss]. "In questo modo "il convincere quanto al peccato" diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito Santo…La conversione richiede la convinzione del peccato….e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore: "riceverete il dono dello Spirito Santo" [At 2, 38 b]" [Giovanni Paolo II, lett. Enc. Dominum et vivificantem 31,2].

Potremmo narrare tutta l’azione dello Spirito Santo dentro la storia colle seguenti parole: la presenza di un Amore invincibile che non condanna ed ha soltanto pietà. E’ il mysterium pietatis in atto. Mistero che si esprime massimamente nella giustificazione del peccatore.

Mi piace aiutarvi a comprendere questo, attraverso ciò che il b. Giovanni Paolo II ha scritto in Memoria e Identità [Rizzoli, Milano 2005, pag. 198]. Parlando della presenza del male nel mondo durante il XX secolo, scrive: "Non è stato un male in edizione piccola…E’ stato un male di proporzioni gigantesche, un male che si è avvalso delle strutture statali per compiere la sua opera nefasta". Esiste una forza più grande? Sì, la misericordia di Dio. E’ il dono dello Spirito.

2.3 Lo Spirito Santo è il proto-agonista; il Principe di questo mondo è l’ant-agosnista.

Fin dal principio egli si oppone e costruisce una sorta di anti-creazione. Egli si rivela soprattutto in tre momenti fondamentali: al Principio; nel deserto, insidiando il popolo eletto che si va edificando per distruggerlo; affrontando Cristo all’inizio della sua missione salvifica.

Facendo come una sinossi fra le tre "rivelazioni" del Satana, verifichiamo che l’attacco fondamentale è sempre identico: la deturpazione del Volto di Dio, la menzogna cioè circa il Mistero di Dio, da cui consegue immediatamente il rifiuto del rapporto dell’uomo con Dio. S. Paolo dice: "soffocano la verità nell’ingiustizia" [Rom 1, 18]. E’ il mysterium iniquitatis in atto.

Mi limito ad una sola riflessione. L’anti-creazione del Principe di questo mondo si sta ora esprimendo con una chiarezza inequivocabile.

Dalla lettura dei primi due capitoli della Genesi si evince che due sono le colonne portanti dell’edificio della creazione: l’uomo è il vertice ontologico ed assiologico dell’universo creato; la persona umana è uomo e donna. Il principe di questo mondo sta esattamente edificando un’anti-creazione dove le due colonne sono tolte e distrutte. E’ l’anti-creazione dell’anti-umano e dell’anti-femminile.

2.4 Dove avviene l’incontro-scontro fra il mysterium pietatis e il mysterium iniquitatis? Quale è il "campo di battaglia"? Rispondo subito: è il cuore dell’uomo. La trama storica è tessuta anche dall’uomo, attraverso le sue scelte libere, posto come è in mezzo allo scontro fra il Protagonista e l’Antagonista. Ma inevitabilmente la lotta prorompe anche all’esterno; prende corpo anche visibilmente, oggettivamente.

In primo luogo la linea che separa i due campi di azione è una linea invisibile, tracciata nell’intimità delle coscienze. Non mi soffermo molto. Vi rimando ai grandi testi di S. Paolo, dove l’Apostolo descrive la tensione, la lotta che agita il cuore umano: "vi dico, dunque, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne" [Gal 5, 16ss]. E’ nella persona che avviene lo scontro, la tensione.

Tuttavia, i Padri della Chiesa, ad iniziare soprattutto da Origene, hanno mostrato che il cristiano non lotta con sé solo o per sé solo. Ogni vittoria od ogni sconfitta che il cristiano riporta in se stesso, contribuisce alla grande vittoria o sconfitta che la Chiesa di Cristo riporta contro l’antagonista. La lotta intima ha le dimensioni del mondo.

Esiste una pagina di Gregorio il Teologo molto illuminante. Partendo da 1 Cro 15,28, si chiede se Cristo ora non è sottomesso. E continua: "Considera questo: come è stato detto "maledizione", a causa mia, colui che elimina la maledizione; e come è stato chiamato "peccato" colui che toglie il peccato dal mondo…così anche fa sua la mia insubordinazione, perché è la testa di tutto il corpo. Allora, fino a quando io sarò insubordinato e litigioso, perché rifiuto Dio e cedo alle passioni, si dice che anche Cristo è insubordinato per ciò che mi riguarda" [Discorso 30, 5; Tutte le orazioni, Bompiani, Milano 2000, pag. 725].

E’ questa la vicenda storica reale, la quale si svolge dentro e al di sotto della storia di cui parlano i mezzi della comunicazione sociale. E’ l’azione di Cristo che sottomette tutta la creazione al Padre e trova l’opposizione nella costruzione di una anti-creazione, opera del Satana attraverso coloro che lo seguono. E’ il grande combattimento, il cui preludio si svolse in cielo, e prosegue tra gli uomini attraverso tutta la storia [Su tutto questo si veda: H. de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Jaca Book, Milano 1978, pag. 122-123; e Storia e Spirito, ibid. 1985, pag. 210-211].

3. In che modo noi, ministri della N. Alleanza, siamo inseriti dentro la storia? Come vi dimoriamo? Semplicemente non è cristiano vivere evadendo da questa dimora.

3.1 "Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero" [2 Cor 2, 14]. Siamo realmente partecipi del trionfo di Cristo se e in quanto mediante il nostro ministero si diffonde la conoscenza di Cristo.

Noi, dunque, in primo luogo siamo dentro la storia come ministri di Cristo, vices gerentes Christi. Il fattore che costituisce la nostra identità di abitanti della storia, è la nostra relazione a Cristo; è essa che definisce la nostra presenza. Su questo S. Paolo non ci lascia dubbi: l’io dell’apostolo è determinato da Cristo e dai suoi misteri.

Per questo modo di essere dentro la storia, acquistano piena luce i tre "esistenziali" della nostra persona: verginità per il Regno, obbedienza, e povertà.

In che modo "partecipiamo al trionfo in Cristo"? Mediante, in primo luogo, la predicazione del Vangelo. Non abbiamo più coscienza viva della potenza salvifica della parola predicata. La nostra predicazione, il nostro kerigma, è la riattualizzazione dell’opera divina compiutasi nel Cristo: ciò è detto esplicitamente in 1 Cor 1.18. "L’annuncio cristiano dunque non è vuota parola, ma potenza salvifica, e lo è tanto nel senso del suo contenuto, costituito da una dynamis già esercitata dal Padre sul Cristo crocefisso, quanto dal suo autore principale, perche hic et nunc, è Cristo che agisce, chiama, ed accoglie" [R. Penna, L’apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Ed. paoline, Milano 1991, pag. 210].

E’ inevitabile quindi che la predicazione del Vangelo avvenga in mezzo a molte lotte [cfr. 1 Tess 2, 2], poiché essa mira ad abbattere le fortezze del Satana, e liberare l’uomo dalla sua schiavitù.

Lo scontro è radicale. Il dio di questo mondo è sempre all’opera per accecare l’uomo mediante l’incredulità, perché non veda lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo. E noi predichiamo precisamente il Vangelo [cfr. 2 Cor 4, 4-5].

Non ritiriamoci da questo "scontro escatologico", fuggendo come soldati paurosi. Lo facciamo quando anziché predicare il Vangelo, preferiamo predicare ciò che in un momento dato ottiene il consenso, sia esso evangelico o non.

L’altro modo con cui partecipiamo al trionfo di Cristo, è la celebrazione dell’Eucarestia. Essa è la presenza dell’Atto con cui Cristo prende su di Sé tutto il male del mondo; affronta il Principe di questo mondo e lo caccia fuori. E questo Atto resta fissato in un eterno "oggi". Più precisamente: in forza della sua passione, morte e resurrezione, Gesù resta per sempre nell’Atto che lo esprime in massimo grado; e quindi sempre presente. S. Tommaso scrive che la passione di Cristo "non ebbe un’efficacia legata ad un momento e transitoria, ma eterna", per cui "non ebbe un’efficacia maggiore allora di quanto non ne abbia oggi" [3. q. 50, 8]. Questo Atto, senza del quale la Storia sarebbe inghiottita dall’abisso del male, viene reso presente dentro le nostre vicende ogni volta che celebriamo l’Eucarestia.

"L’azione liturgica sovrasta tutta l’azione umana e si pone come ideale-norma e mèta di tutto lo sforzo umano, sia sociale e politico, sia ascetico e morale" [D. Barsotti, L’acqua e la pietra, Morcelliana, Brescia 1978, pag. 135].

Quando siamo all’altare, quando celebriamo la liturgia delle Ore, portiamo nella nostra preghiera, che è la preghiera di Cristo, tutto il peso del dramma escatologico.

3.2 Vorrei ora, per terminare, richiamare la vostra attenzione sulle disposizioni, sulle attitudini spirituali con cui dobbiamo rimanere dentro la storia. Parlarvi brevemente dell’ethos della nostra dimora dentro la storia. Due sono le attitudini fondamentali: il coraggio e la pazienza.

Il coraggio. "Posso tutto in colui che mi dà forza", scrive S. Paolo. La mancanza di coraggio ci ritrae dal "combattimento" per le difficoltà che abbiamo già incontrato o che stiamo incontrando.

La pazienza. Questa l’attitudine spirituale implica le seguenti dimensioni.

La pazienza è l’accettazione della prova, l’accoglienza della sofferenza apostolica. La pazienza è la costanza, la perseveranza, anche dentro alle sofferenza più gravi. Non per una sorta di stoicismo cristiano, ma perché il nostro è un perseverare che ha di vista un fine: il regno di Cristo.

L’impazienza, come incapacità di essere costanti e di perseverare nelle prove, è una grave minaccia per la Chiesa: vuole fare re Cristo prima del tempo; vuole che Cristo venga secondo le misure nostre del tempo. Agostino usa tre verbi per indicare questa impazienza: praevenire, antevenire tempus, festinare [cfr. Comm. al Vangelo sec. Giovanni, 25, 2-3]. La pazienza quindi non è inattività, un "lasciar passare" la Storia come vuole. Ma al contrario è azione, a volte anche molto forte.

Concludo. Nel Getsemani Gesù chiede di vegliare con Lui. I tre apostoli dormono; non entrano nell’agonia col Signore. E’ la lotta [agonia] di Gesù contro il potere delle tenebre. Egli chiede di non essere lasciato solo in questa lotta ["vegliate con me" Mt 26,38]. I discepoli dormono.

Alla fine, la nostra dimora dentro la storia è rimanere nell’agonia di Cristo ["Cristo è in agonia fino alla fine del mondo", Pascal]; agonizzare con Lui.

"Alzatevi, andiamo" [Mt 26, 47]: è l’invito che Gesù ci rivolge, perché entriamo con Lui nel grande scontro escatologico.