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IL CATECHISTA E L’ATTUALE COMUNICAZIONE DELLA FEDE
Tre giorni catechisti
14 settembre 2001

Nella mia Letterale Pastorale Con Cristo nel nuovo millennio uno dei punti fondamentali è costituito dalla riflessione sulla fede [cfr. nn. ], come fondamento e radice della nostra vita in Cristo. Dentro a questa riflessione sulla fede ho posto la riflessione sulla comunicazione (della dottrina) della fede, dove è situato il vostro servizio ecclesiale. In questa riflessione intendo riprendere il discorso sintetico della Lettera e svilupparlo più ampiamente. In concreto vorrei riflettere con voi sulla missione ed identità del catechista, dal punto di vista – diciamo – strutturale (1), e dal punto di vista congiunturale (2).

1. IDENTITA’ E MISSIONE DEL CATECHISTA

Questa parte del mio discorso può essere relativamente breve. Ne abbiamo parlato altre volte. Lo riprendo, perché è sempre utile avere una coscienza sempre più esplicita della propria identità e missione come catechisti. A questo scopo è necessario vedere in quale contesto si pone: nel contesto della relazione che vige fra la Rivelazione e la Chiesa.

"Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della Vita (poiché la vita si è fatta visibile) … noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" [1Gv 1,1-3].

Il testo biblico esprime la costituzione originaria e permanente della Chiesa, di ogni comunità cristiana. Essa nasce dall’ascolto di un annuncio che testimonia un Avvenimento di cui è responsabile Dio stesso, in vista di una comunione fra gli uomini che è partecipazione della stessa comunione trinitaria. E’ necessario che ci fermiamo brevemente su ciascuno di questi elementi costitutivi.

Ciò che fa nascere la Chiesa, ciò che fa nascere ogni comunità cristiana non è il fatto che alcuni o molti uomini si trovano d’accordo attorno ad una dottrina, ad un progetto di vita o all’impegno di raggiungere uno scopo condiviso da tutti. La Chiesa nasce dall’ascolto di una predicazione che testimonia un fatto: "la Vita si è fatta visibile". E’ un fatto che ha la sua origine esclusivamente da una decisione divina. E’ un ascolto che coinvolge l’intera persona; un coinvolgimento con il quale l’uomo si abbandona a Dio che parla, tutto intero, prestando liberamente il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà [cfr. Cost. dogm. Dei Verbum 5].

All’origine della Chiesa, di ogni comunità cristiana, sta un atto di obbedienza: della ragione che dà il suo assenso alla testimonianza di fatti che la superano; della volontà che muove la ragione ad assentire e che decide di vivere conformemente a quell’annuncio. Quando dico "origine" non intendo un momento puntuale trascorso il quale la Chiesa vive poi in se stessa. Essa invece è continuamente generata da quell’ascolto: e come continuamente "sospesa" all’annuncio. Quando il Concilio di Trento qualifica la fede come "fundamentum et radix", intende precisamente questo. La parola "fondamento" denota la stabilità statica dell’edificio; la parola "radice" denota la permanente generazione della Chiesa che l’annuncio, che la Parola di Dio opera. Paolo VI nell’Es. ap. Evangeli nuntiandi scrive: "Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità di amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore. Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso tentato dagli idoli, essa ha sempre bisogno di sentir proclamare le grandi "opere di Dio" che l’hanno convertita al Signore, e d’essere nuovamente convocata e riunita da Lui. Ciò vuol dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno di essere evangelizzata" [15].

Il testo merita una riflessione almeno. Oltre ad affermare la necessità per la Chiesa "di ascoltare di continuo ciò che deve credere", dà due ragioni fondamentali di questo ascolto continuo: la prima è di assicurare, per così dire, attraverso questo ascolto quella corrente di vita soprannaturale che è vita di fede, di speranza e di carità; la seconda è di vincere l’insidia permanente di abbandonare il culto del Dio vivente e ritornare agli idoli. Ritorneremo più avanti su questi concetti.

Ora dobbiamo fare un ulteriore passo nella nostra riflessione, di enorme importanza teoretica e pratica per il nostro tema.

Se quanto abbiamo detto finora è vero; se – come dice Paolo VI – la Chiesa ha sempre bisogno di essere evangelizzata, allora è necessario che l’annuncio del Vangelo continui sempre a risuonare nella Chiesa: che Dio continui sempre a parlare alla Chiesa; che quanto Egli ha rivelato pienamente in Cristo rimanga sempre integro e vivo nella Chiesa. La parola "integro" connota un "dato" al quale nulla può essere aggiunto e nulla può essere tolto, pena la disintegrazione e corruzione del tutto. La parola "vivo" connota che la permanenza integra avviene attraverso l’attualizzazione di conoscenza e di efficacia: di conoscenza perché la Parola di Dio viene sempre più approfondita nel suo significato; di efficacia perché la Parola di Dio chiede di essere osservata e vissuta dentro alle varie situazioni storiche.

Ma dentro a questo contesto si rende subito necessaria una precisazione. Quando di dice "Parola di Dio" non si deve intendere esclusivamente S. Scrittura: la Parola di Dio non è solo "parola di Dio scritta". E’ insostenibile l’identificazione completa fra Scrittura e Parola di Dio: identificazione che trasformerebbe la fede cristiana in una "religione del libro". Su questo punto la Cost. dogm. Dei Verbum è assai chiara, anche se è stata non raramente male interpretata. Essa insegna varie volte che la Parola di Dio è "scritta o trasmessa" [cfr. per es. 10,2]: è questo un insegnamento che non va mai dimenticato. Non è il caso che ci addentriamo pienamente in questa problematica. Mi limito ad alcune considerazioni più direttamente attinenti al nostro tema.

Per indicare questa stupenda "costellazione" [Parola di Dio – S. Scrittura - Tradizione], il Concilio usa due immagini che richiamano il "fundamentum-radix" e l’ "integro-vivo" di cui ho già parlato. Prima immagine: "Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto". Il testo latino è "scaturigo" che denota il permanente zampillare dalla Parola di Dio sia della S. Scrittura sia della Tradizione, così che il fedele può dissetarsi a quella sorgente attraverso la S. Scrittura e la Tradizione. Seconda immagine: "La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa" [10]. L’idea di "depositum" è di una realtà donata e conclusa, da conservare. Certamente, la S. Scrittura gode di una certa superiorità nei confronti della Tradizione: è ispirata direttamente da Dio e legata immediatamente, nel nuovo Testamento, al periodo fondatore della economia salvifica. Ma questa superiorità comporta una certa inferiorità nei confronti della Tradizione: "privata della Tradizione ecclesiale, la Scrittura sarebbe un corpo morto e l’unica funzione alla quale essa potrebbe aspirare sarebbe d’ordine documentario" [A. Franzini cit. da A. Vanhoye, La parola di Dio nella vita della Chiesa: la recezione della Dei Verbum, in Concilio Vaticano II , S. Paolo ed., Roma 2000, pag. 33].

Possiamo concludere questo primo punto della nostra riflessione. Esso, in sostanza, ha inteso affermare questa verità: la Chiesa vive continuamente dell’ascolto credente della Parola di Dio che è Cristo, parola che le viene detta attraverso la S. Scrittura e la Tradizione. A questa fonte deve sempre abbeverarsi; di questa radice deve sempre nutrirsi; su questo fondamento deve sempre edificarsi.

Dentro alla "costellazione" Parola di Dio – S. Scrittura – Tradizione si inscrive la persona del Vescovo ed il suo ministero. Partiamo da alcuni testi del Vaticano II.

"Tra gli uffici principali del Vescovo la predicazione del Vangelo tiene il primo posto. I Vescovi infatti sono gli araldi della fede che portano nuovi discepoli a Cristo, e sono i dottori autentici, dotati cioè dell’autorità di Cristo, che al popolo loro affidato predicano la fede da credere e da applicare alla condotta della vita". [Lumen gentium 25,1].

Ma di particolare importanza per il nostro tema è una serie di testi della Cost. dogm. Dei Verbum:

"Questa tradizione d’origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia ………… sia per la predicazione di coloro i quali con la successione apostolica hanno ricevuto un carisma sicuro di verità" [8,2].

"[la sacra tradizione] trasmette integralmente la parola di Dio affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori affinché, illuminati dallo spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano" [9].

"L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo Magistero della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo" [10,2].

Da una lettura attenta di questi temi risulta chiaramente:

a/ l’ufficio magisteriale del Vescovo è totalmente in funzione della Parola di Dio, scritta o trasmessa; questo ufficio non ha nessun’altra ragione d’essere;

b/ l’ufficio magisteriale del Vescovo relativamente alla Parola di Dio si esplica in una triplice funzione: conservazione, esposizione, diffusione;

c/ l’esercizio dell’ufficio magisteriale del Vescovo è qualitativamente diverso da qualsiasi altro servizio che nella Chiesa si svolge alla Parola di Dio: esso è svolto con autorità, anzi con l’autorità stessa di Cristo. E’ un punto sul quale dobbiamo brevemente fermarci.

d/ l’unità col Magistero di fede esercitato dal Vescovo è la via, voluta da Cristo, accessibile a tutti per essere in piena sintonia coll’accoglienza che la Chiesa fa della Parola di Dio. Se non si percorre questa via, o prima o poi è se stessi che si annuncia. L’incontro dialogico fra l’"Io" divino e il "tu" umano, che costituisce il dialogo della Rivelazione, può accadere solo nel "noi" della Chiesa.

E’ dentro a questo contesto, a questa stupenda sinfonia della verità divina che si pone il ministero del catechista: egli è uno dei cooperatori del Vescovo nel trasmettere la Parola di Dio, la sua divina Rivelazione.

Esistono cooperatori del Vescovo ordinati, tali cioè in forza di un sacramento: sono i sacerdoti e i diaconi, e gli sposi per i propri figli. Esistono cooperatori per mandato costituiti cioè tali per un atto del Vescovo che li invia a questa missione.

La vostra missione è di trasmettere la divina Rivelazione nella forma della catechesi. Questa forma trasmette la divina Rivelazione in modo integro, ordinato e organico, al fine di iniziare i battezzati alla pienezza della vita cristiana.

Che cosa significa "integro", ho già detto. Che cosa significa "ordinato"? le verità della nostra fede non sono giusta-pposte l’una accanto all’altro, ma sono com-poste in un’intima armonia.

2. CATECHESI E SFIDE ATTUALI

Ciò che ho detto finora attiene alla struttura del ministero catechetico: sono vere sempre ed ovunque. Ora dobbiamo però vedere in quale contesto culturale oggi si svolge, quali sfide deve affrontare.

Parto da una constatazione: noi non viviamo più in una cultura cristiana. Devo spiegare che cosa intendo per cultura cristiana.

Per "cultura" intendo il complesso di criteri di giudizio e di modelli di comportamento condivisi dai membri del gruppo sociale e socialmente accettati. Quindi la struttura portante di una cultura è il suo proprio e specifico sistema di valori e la cultura ha sempre una funzione normativa e regolativa dei comportamenti [cfr. L. Pellegrini (a cura di), Università cultura evangelizzazione, Città Nuova ed., Roma 1997, pag. 43].

Per cultura "cristiana" quindi intendo la cultura, nel senso suddetto, ispirata e formata dalla fede cristiana.

La negazione di una cultura cristiana non significa che non esistono ancora frammenti sparsi della medesima dentro alla cultura post-cristiana in cui viviamo.

Questa situazione rende più difficile la catechesi cristiana, e le affida un compito, per così dire, anche di immunizzazione, di introduzione, se così posso dire, di anticorpi nello spirito dei bambini, dei ragazzi e dei giovani.

Ho già avuto occasione di dirvi quali sono le fondamentali sfide a cui dobbiamo oggi far fronte. Sono quattro.

La sfida del nichilismo: essa consiste nella negazione di un originario rapporto della nostra ragione colla realtà. Negazione che comporta una considerazione della realtà medesima alla stregua di un’illusione o di un gioco, le cui regole sono frutto di pura convenzione. E’ la sfida al realismo della fede, perché nasce dalla negazione della ragione.

La sfida del cinismo morale: negata ogni consistenza alla realtà, scompare il senso della "divaricazione" fra bene/male, e con ciò il gusto della scelta libera. Ogni scelta ha lo stesso significato, e pertanto nessuna scelta ha significato. L’etica, intesa come passione per la custodia dell’umano, è estinta. E’ la sfida al realismo della speranza, perché nasce dalla negazione di un fine ultimo della vita.

La sfida dell’individualismo sociale: è il risultato delle due posizioni precedenti. La convivenza è coesistenza di egoismi opposti. Questa definizione del sociale umano è ritenuta valida per ogni società umana: dal matrimonio alla convivenza fra i popoli. È la sfida alla carità cristiana, perché nasce dalla negazione pura e semplice della categoria etico-antropologica della prossimità.

La sfida dell’immigrazione culturale: non solo di una immigrazione intesa come presenza "fisica" di altri popoli. E’ il fatto dell’improvvisa e comunque inaspettata rottura dell’unità culturale della nostra comunità. E’ la sfida alla nostra identità cristiana.

Ci sono poi dei luoghi in cui "il fare i conti" con queste quattro sfide diventa inevitabile. Questi luoghi sono la famiglia, l’educazione della persona, l’impegno politico.

Come far fronte a queste sfide nella nostra catechesi? Cercheremo di rispondere brevemente.

a) E’ necessario mettere maggiormente in risalto la dimensione veritativa della fede cristiana. La sfida nichilista è perduta se accettiamo di ridurre la fede ad un’opinione oppure ad un’esortazione morale. Nella nostra catechesi è necessario spiegare e far apprendere il "che cosa è" ciò di cui si sta parlando.

b) Connesso all’orientamento precedente, di fronte alla sfida del pluralismo religioso, non è educativo risolvere il problema in termini esclusivamente morali, del tipo: "ma alla fine, la cosa importante è volersi bene!". Se la domanda viene posta, essa va presa molto seriamente, anche e in primo luogo come domanda sulla verità [cfr. Dich. Dominus Jesus].

c) E’ assai importante far vedere che esiste un nesso inscindibile fra il nostro essere in Cristo ed il nostro agire: "amatevi come io vi ho amato". Come: "perché, in quanto e in modo analogo a me". Usando una parola grande: la sfida del relativismo morale e dell’individualismo, la si affronta seriamente solo mettendo in risalto l’ontologia dell’atto umano. Mi spiego.

E’ oggi idea comunemente condivisa che l’agire umano nella sua sfera privata è governato dalle opinioni di ciascuno, non esistendo nessuna verità sul bene della persona; nella sua sfera pubblica da regole che sono mere convenzioni sociali, non esistendo nessuna verità sul bene comune. E così l’individualismo sempre più esasperato si unisce al convenzionalismo [cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (1994) 13,5-6]. E’ necessario che il credente, fin dall’inizio del suo cammino di fede, sia educato alla percezione che il suo agire deriva dal suo essere.

La scuola principale in cui si insegna questa ontologia dell’agire cristiano è la dottrina cristiana dell’Eucarestia e quindi l’insegnamento sul mistero della Chiesa.

CONCLUSIONE

E’ grande il compito che oggi ci è affidato: la ricostruzione di una vera cultura cristiana, attraverso dei cristiani maturi nella fede. A questa ricostruzione e maturazione il catechista dà un contributo essenziale.

"Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti. Non è stato forse per riprendere contatto con questa fonte viva della nostra speranza, che abbiamo celebrato l’Anno giubilare? Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo""

[Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Novo Millennio Ineunte 58,1]