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TRADIZIONE, MEMORIA, EDUCAZIONE
Torino, Collegio San Giuseppe, 22 ottobre 2016


Durante la cena pasquale ebraica, verso la fine, il più giovane dei presenti a tavola doveva rivolgere al più anziano la seguente domanda: «Perché diversa è questa notte da tutte le notti? Infatti in tutte le notti noi mangiamo lievitato ed azzimo; questa notte tutto quanto azzimo…». L’anziano rispondeva: «Schiavi fummo del faraone in Egitto, e il Signore Dio nostro ci fece uscire di là con mano forte e braccio teso» [cit. da C. Giraudo, Eucarestia per la Chiesa, Gregorian University Press - Morcelliana, Roma 1984, pagg. 134-135]. Questo rito compone in mirabile sinfonia le quattro realtà sulle quali mi è stato chiesto di riflettere: tradizione, memoria, educazione, religione.

1. La prima constatazione. Il legame fra la generazione dei padri e la generazione dei figli è istituito dalla narrazione dell’evento che ha fondato l’identità del popolo. «Eravamo schiavi», dice il padre. Cioè: eravamo proprietà del faraone; privi di una identità libera. «Siamo stati liberati»: siamo nati come popolo, perché abbiamo acquisito una nostra identità. Il bambino viene educato a prendere coscienza di se stesso nello stesso momento in cui diventa consapevole di appartenere ad un popolo: di essere cioè radicato dentro una storia, una tradizione. E gli viene detto che la nascita del suo popolo è dovuta ad un intervento di Dio. Gli viene comunicato un’esperienza di appartenenza religiosa e di un Dio coinvolto nella sua storia perché coinvolto nella storia del suo popolo.

Ogni anno la Pasqua viene celebrata, perché non si perda mai la memoria dell’Evento fondatore. Quando infatti se ne perdesse la memoria, quando cessasse la narrazione, il popolo ed il singolo in esso perderebbe la coscienza della sua identità. Si è sradicati da se stessi; si è in esilio da se stessi. La narrazione che il padre continua a fare al figlio, impedisce a questi di perdere la memoria, e quindi la sua libertà come bene condiviso con altri.

Mediante quella narrazione il rapporto tra la generazione dei padri e la generazione dei figli non era solo biologico, una discendenza fisica. Generava una persona, poiché il figlio diveniva partecipe dello stesso universo spirituale del padre: la stessa fede, la stessa legislazione, gli stessi valori.

La cosa tuttavia più importante da notare in questo dialogo, è la conclusione. Essa recita: «in ogni generazione ognuno è obbligato a vedere se stesso come essendo proprio lui uscito dall’Egitto» [op. cit., pag. 111].

La narrazione del padre racconta l’Evento fondatore non semplicemente come un fatto che appartiene definitivamente al passato, ma come un avvenimento che continua anche oggi ad esercitare il suo influsso. Anche oggi, la generazione dei figli ha bisogno di prendere coscienza della sua origine, di accedere alla dignità di persone libere, di condividere la propria libertà dentro una comunità di persone libere. La tradizione che si trasmette di generazione in generazione è una dimensione costitutiva del presente, e dalla sua affermazione o negazione dipende in larga misura la nascita del proprio io. È la generazione dei padri a testimoniare la tradizione vivente oggi, introducendo così la generazione dei figli nella vita.

Non voglio procedere oltre nella riflessione sul rito ebraico. Perché mi sono soffermato così a lungo su esso? Perché ho scoperto in esso il paradigma fondamentale dell’atto educativo. Quando e se il rapporto educativo funziona, in ogni famiglia accade ciò che accade la sera di Pasqua nelle case ebree.

Lo mostro narrando ciò che accadde qualche anno fa in una famiglia cristiana. Essa venne colpita da un gravissimo lutto. La bambina di pochi mesi di vita venne colpita da un tumore al cervello, che la portò in breve tempo alla morte. Qualche giorno dopo il funerale, il fratellino di qualche anno di vita, chiese ai suoi genitori: «Ma Lucia, quando ritorna a casa?». Era la domanda sul grande mistero della morte, quindi della condizione umana.

Nel rispondergli, i due genitori non partivano dal niente: nel niente si può precipitare, ma sul niente non si costruisce. Sono due sposi profondamente radicati e fondati nella fede della Chiesa. Hanno risposto narrando il loro incontro col Signore Risorto. Un incontro che, in quel momento, accadeva nella vita del bambino, e rispondeva al bisogno della presenza di una persona amata. La Tradizione cristiana diventa risposta adeguata ai bisogni più profondi, mediante la testimonianza dei padri. Questa è l’educazione cristiana: la Tradizione che diventa presenza mediante e nella testimonianza dei padri. Memoria/Tradizione-Presenza-Testimonianza sono i tre fattori che costituiscono l’atto educativo.

Fino ad ora ho parlato solo della famiglia. Ma vedendo le cose più in profondità, la famiglia è il luogo privilegiato dove si realizza la Chiesa, Madre che genera ed educa i suoi figli. Come?

Essa custodisce e narra di generazione in generazione l’Evento fondatore, la Morte e Risurrezione di Gesù, mediante il suo Magistero apostolico. Lo testimonia quotidianamente soprattutto nei suoi martiri: non esiste Chiesa senza martirio. L’Evento fondatore, sempre eucaristicamente presente, forgia una vita nuova, della quale la generazione dei padri è testimone alla generazione dei figli. Si consideri en passant la centralità educativa della Liturgia: la Chiesa ha generato per es. il popolo russo alla fede mediante una celebrazione liturgica. E si vede il disastro educativo che si copie quando si corrompe l’atto liturgico.

Vorrei ora fermarmi un momento sul tema della testimonianza, vero nodo di aggancio tra le generazioni dei padri e le generazioni dei figli. 

Dobbiamo fare attenzione a non ridurre la testimonianza alla coerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa. Non è questo il cuore della testimonianza.

Essa è una relazione che si crea in forza di un contenuto testimoniato: il contenuto della Tradizione. In questa relazione tutti e due i termini corrono un rischio. Il contenuto attestato non è una verità formale, del tipo il fiume Nilo è meno lungo del Mississippi. Ma è un verità esistenziale, una verità che ha in sé una grande forza di provocare la libertà. È in sostanza una verità che attesta un evento    che può cambiare la vita.

La testimonianza quindi ha anche ed ugualmente importante una dimensione soggettiva. Il teste è assolutamente convinto di ciò che testimonia. Paolo dice, riferendosi a Cristo: «Io so a chi mi sono affidato», mostra al contempo sia il contenuto della testimonianza: il CHI di cui sta parlando; e la sua incrollabile convinzione: so bene a chi… La Chiesa non educa tanto più quanto più è credibile, ma tanto più quanto più è credente a Chi e a che cosa dice di credere. Il testimone-educatore è disposto perfino a morire per testimoniare la verità di ciò che dice. È il martirio la prova inconfutabile e suprema della competenza educativa della Chiesa.

Del resto anche la sapienza pagana aveva avuto un’oscura percezione di tutto questo. Socrate testimonia la verità dell’immortalità dell’anima quando rifiuta di mettersi in salvo, come gli proponeva il suo discepolo Critone, che aveva già corrotto i carcerieri.

La Tradizione testimoniata non è una narrazione storica. La testimonianza dell’educatore radicata nella celebrazione eucaristica la rende sempre attuale. Nella Liturgia risuona sempre l’hodie: hodie Christus natus est; hodie surrexit.

Concludo. Ho voluto in sostanza mostrarvi come l’atto educativo è costituito da tre fattori: TRADIZIONE-MEMORIA-TESTIMONIANZA. 

Non sarebbe ora difficile mostrarvi perché la prima originaria educazione non può non accadere nella famiglia, e come tutti e tre i fattori esigano il profilo materno ed il profilo paterno.

2. Durante il secondo momento della mia riflessione vorrei riflettere sulla seconda parte del tema: per riaffermare l’umano.

La riaffermazione presuppone che è in corso una negazione dell’umano, preceduta da una sua affermazione. Scandirò pertanto la mia riflessione in due tempi. Nel primo cercherò di delineare l’essenza della negazione che sta accadendo. Nel secondo cercherò, riprendendo la riflessione precedente, di presentarvi alcune riflessioni sull’educazione in quanto via alla riaffermazione dell’umano.

2. 1. Possiamo dire che stiamo attraversando una stagione di negazione dell’umano? Prima di tentare una risposta, devo chiarire bene il significato della domanda. Quando Ovidio scrive: «video meliora proboque et deteriora sequor», parla di una negazione umana inscritta come possibilità in ogni scelta libera. La persona può negare colla scelta della libertà la verità circa il bene dell’uomo, affermato nel giudizio della ragione. È la negazione etica, potremmo chiamarla, dell’umano. Non è di questa che parlo.

Per negazione dell’umano intendo la negazione dell’esistenza di un proprium dell’uomo, di una sua specificità ed unicità nell’universo dell’essere. Ora cerco di rispondere alla domanda da cui sono partito.

Nel prologo alla seconda parte della Somma Teologica, San Tommaso scrive: «l’uomo è fatto ad immagine di Dio in quanto l’immagine denota un principio intellettivo e un libero arbitrio in forza del quale l’uomo è padrone del suo agire».

Due dimensioni dell’umano vengono poste: l’intelletto, la libertà; in forza di esse, l’uomo è in un rapporto unico con Dio: è sua immagine. Negare l’umano significa negare sia la trascendenza verticale della persona: l’uomo è in relazione con Dio; sia la trascendenza orizzontale: l’uomo emerge su tutta la realtà di cui abbiamo esperienza in quanto la conosce, ed in quanto non è mosso ad agire da cause esterne, ma da se stesso. Stiamo precisamente attraversando la stagione della negazione dell’umano, in quanto si è giunti al traguardo dei processi culturali che hanno negato ambedue le trascendenze. Siamo giunti alla negazione radicale, alla radice cioè dell’umano. Alla radice di intelletto e libertà sta lo spirito. Si nega che la persona umana sia un soggetto spirituale.

Molti sono i segni che stiamo attraversando una tale stagione. Ne enuncio solo due. La zooantropologia: l’uomo è semplicemente animale. La tirannia dell’utile: l’uomo è mosso solo dal bene utile.

2. 2. Si può uscire da questa condizione e giungere ad una riaffermazione dell’umano? La salvezza dell’uomo è ridiventata la questione centrale.

Affronto la questione partendo da una domanda: come ricostruire l’io-persona? Tutti rispondiamo subito: la ricostruzione si chiama educazione. Ma la risposta è solo rimandata: quale educazione ricostruisce l’io-persona? Dobbiamo riprendere la riflessione della prima parte.

È solo dentro una relazione forte, una vera comunità che può nascere l’io. E le prime originarie relazioni sono colla propria origine materna-paterna. Non si potrà mai riaffermare l’umano, se non si riafferma la famiglia. Tutte le grandi negazioni dell’umano son partite dalla negazione della famiglia. È in essa che la biologia della generazione diventa genealogia della persona. La produzione della persona in laboratorio è una delle più grandi devastazioni dell’umano.

Che l’io persona non possa nascere che dentro una relazione, è spiegato in modo stupendo nel secondo capitolo della Genesi. È vero che l’uomo acquisisce la prima consapevolezza della propria identità incomparabile nel confronto con gli animali. Ma è una consapevolezza che lo chiude nella solitudine. L’uomo si afferma quando ha di fronte un’altra e diversa persona, la donna. Distruggere questa originaria relazione [teoria del gender] deturpa, in modo da renderlo irriconoscibile, l’umano.

Il concepito è già un io-persona: potremmo chiamarlo, un io metafisico. Ma “il concetto di persona è un concetto dialettico dinamico. La persona di ciascuno di noi è quella realtà che ciascuno di noi vuole fare di se stesso”. Un Padre della Chiesa, San Gregorio Nisseno, dice che ciascuno è il genitore di se stesso. È questa generazione mediante la scelta libera che può accadere dentro la relazione.

La relazione familiare si radica dentro una tradizione. Basta pensare al linguaggio che non a caso viene chiamato lingua materna. Si capisce bene l’iniziazione cristiana del bambino. Il bambino viene innestato dentro la grande narrazione cristiana, e diventa partecipe di una forma vitae. Dall’altra parte, la Chiesa non battezza un bambino se non le viene data la certezza che egli sarà educato nella fede della Chiesa.

In sintesi. Gli snodi, i passaggi fondamentali attraverso i quali l’io-persona avvia la sua libertà innata in una direzione o in un’altra, e proietta le proprie energie spirituali in ciò che vuole essere, sono: nascita all’interno delle naturali relazioni famigliari; inserimento dentro la tradizione testimoniata dai genitori; l’iniziazione cristiana come mistagogia che innesta nel Mistero, forma vivendi.

Concludo. Riconosco che la mia riflessione ha taciuto su altri fattori determinanti della ricostruzione dell’umano. Si pensi, per esempio, alla scuola e alla leggi civili. Ma… ars longa vita brevis. A me basterebbe avervi aiutato a prendere più profonda consapevolezza della grandezza della sfida che stiamo vivendo: semplicemente la salvezza dell’umano. E della certezza che ormai solo la Chiesa ha la capacità di rispondere a questa sfida.