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S. TERESA DI GESU’ BAMBINO E DEL VOLTO SANTO:
“LA MIA VOCAZIONE E’ L’AMORE”
Palazzo Roverella: 6 giugno 1997
Inaugurazione Mostra su S. Teresa del B.G. - Happening dei Giovani

 La figura di S. Teresa è uno dei grandi “enigmi” della santità cristiana. Durante la vita, che cosa ha fatto? nulla degno di particolare attenzione, secondo le persone che con lei vissero. Muore giovanissima, senza aver svolto particolari funzioni nella sua comunità. Eppure Teresa era consapevole di aver ricevuto fa Dio una missione straordinaria e voleva che i suoi scritti fossero pubblicati quanto prima, dopo la sua morte. Raramente un santo ha ricevuto dai papi riconoscimenti simili a quelli ricevuti da Teresa. Ma allora, quale è il segreto di questa vita? Che cosa realmente costituisce la sua grandezza straordinaria nel mondo dello spirito e della santità cristiana? E’ certamente difficile rispondere a questa domanda, perché è difficile “entrare” nel mistero di una persona. Ma, come dicevo, Teresa ha scritto di sé o riteneva questi scritti assai importanti per capire quel messaggio che ella ha voluto trasmettere alla Chiesa. E qui tocchiamo subito un punto assai importante per tutta la nostra riflessione. La missione di Teresa, il suo carisma fu di rinnovamento della Chiesa, nel modo con cui i santi rinnovano la Chiesa: dal di dentro, nella sua (della Chiesa) vita e non nelle sue strutture. I Santi rinnovano la Chiesa, non una migliore organizzazione o una estensione della sua burocrazia. Perché la rinnovano? Perché la riportano ad un contatto più profondo con ciò che dà origine alla sua vita: l’auto-donazione di Cristo sempre presente eucaristicamente in essa. Il santo è tanto più grande quanto più la sua vita coincide colla sua missione. Cominciamo a penetrare nel “mistero” di Teresa: ella ha una coscienza assai viva di una missione affidatale da Dio e la sua vita diventa questa stessa missione. Cioè: Teresa certamente scrive, come dissi, per far conoscere la sua dottrina. Ma Ella soprattutto vive un’esperienza di fede, di cui gli scritti sono testimonianza. E ciò che essa dice alla Chiesa, dice all’uomo, lo dice colla sua esperienza di fede. Ho detto “all’uomo”. La Chiesa infatti è l’umanità redenta, ed Essa è come lievito che tende a fermentare tutta la massa di farina. Teresa ha la missione di rinnovare la Chiesa, perché Questa sia in grado di portare il Vangelo a chi non crede. Ma siamo così riportati alla domanda di prima: quale è la particolare missione di Teresa? Che senso ha nel mondo contemporaneo il suo carisma? Cercherò di rispondere a queste due domande, dividendo in due parti la mia riflessione.

1. La missione di Teresa. Francesco chiedeva di vivere il Vangelo sine glossa: puramente, semplicemente. Ignazio chiedeva di essere pura disponibilità che si mette completamente a disposizione, perché Cristo compia attraverso di lui la sua opera di salvezza. Teresa vive un’identica esperienza. Ella va al Vangelo, al Vangelo puro e semplice e chiede di esserne completamente pervasa. E che cosa è il Vangelo per Teresa? Per Francesco è l’umiltà di Dio, la sua povertà; per Ignazio è la “fatica” di Dio che in Cristo redime l’uomo. Per Teresa è il puro, gratuito, incondizionato Amore del Padre. Teresa afferma il primato assoluto della Grazia del Padre. La Grazia, cioè l’incomprensibile decisione del Padre di amarci come il Padre ama il Figlio nello Spirito Santo. Che cosa significa “primato assoluto” della Grazia? Che cosa significa “incondizionato Amore del Padre”? Significa che all’origine del nostro rapporto con Dio non sta l’incontro di due libertà che decidono di “allearsi” su un piano di parità. No: significa che il nostro rapporto con Dio è posto in essere dalla sola iniziativa di Dio, una iniziativa che non ha nessuna altra spiegazione se non il “beneplacito della sua volontà”, cioè la sua grazia. Teresa ha visto questo con una chiarezza tale, che forse nessuno prima di Lei aveva percepito.
 Ed allora che cosa è chiesto all’uomo in primo luogo? è chiesto di credere a questo amore, di lasciarsi amare. Tutta la vita cristiana in fondo consiste, per Teresa, in due parole soltanto, parole molto semplici ma difficili a viversi: “lasciarsi amare”. Questo è tutto il Vangelo!
“ Il nostro peccato è uno solo: non crediamo all’amore. Santa Teresa ci ha creduto, e ci ha creduto così da poter fondare su questa fede tutta la sua vita, ogni sua certezza. E da questa certezza dell’amore divino in lei è derivato il potersi donare senza misura, senza ripiegamenti verso di sé. Sapeva e sentiva che proprio nel donarsi fino in fondo ella avrebbe vinto, perché Dio viveva in lei. Abbandono dunque allo Spirito, allo Spirito del Cristo, che vive in noi. La virtù che risplende soprattutto in santa Teresa è un aspetto fondamentale del suo amore, un aspetto particolare che noi dovremmo cercare di studiare più profondamente, perché veramente in questo c’è per noi anche un insegnamento più concreto e più semplice di vivere la santità: l’abbandono in Dio, che suppone la fede nell’amore di Dio. Se tu sai di essere amato, ti puoi abbandonare a chi ti ama; se non sai di essere amato non ti abbandoni perché hai paura, paura che Egli non ti salvi, che Egli non voglia il tuo bene. Ma devi essere sicuro di essere amato.
 Vedete come in fondo il Vangelo si riduce a una cosa semplicissima: non si tratta nemmeno per noi di amare, perché siamo incapaci di amare, se in noi non vive il Cristo, se in noi non vive lo Spirito Santo. Ma una cosa ci è chiesta: di credere all’amore. Come tutta la vita cristiana si identifica in questo credere di essere amati, così anche la nostra vita spirituale consiste nel lasciarsi amare, nell’abbandonarsi a questo amore, senza titubanze e angosce.
 Così ha vissuto Teresa anche gli ultimi mesi, quando  tentazioni contro la fede si susseguivano in lei in un modo terribile, giorno per giorno, e le sembrava che tutto fosse vuoto, che tutto fosse menzogna, le sembrava di precipitare in un pozzo profondo, come se Dio non ci fosse. Ha creduto all’amore e ha vinto perché si è abbandonata a questo Dio che la conduceva per un cammino di terribili angosce, di terribile vuoto, di un senso pauroso del nulla. Ha vinto perché ha amato, e ha amato perché ha creduto all’amore.”

 Ma qualcuno potrebbe chiedersi. E questa riscoperta che Teresa fa del nucleo essenziale del Vangelo, che cosa ha a che fare con la Chiesa? Non si era forse parlato di una missione ecclesiale di Teresa? Questa percezione che Teresa ha, rende Teresa una persona che non vive solamente nella o per la Chiesa, ma che diventa la Chiesa stessa. E qui ancora una volta, Teresa è unica.
 Se a lei è chiesto di lasciarsi solo amare, di essere solo pura disponibilità all’amore del Padre, allora in lei l’impossibilità diventa possibile: ella ama nel modo e nella misura con cui il Padre in Cristo ha amato il mondo. E quale è questo modo? la pura gratuità. E quale è questa misura? illimitata. L’impossibile diventa possibile: Teresa divenendo nulla (cioè lasciandosi solo amare) può divenire tutto. Ella può collocarsi là dove nasce la Chiesa, scaturisce tutta la vita della Chiesa.

“Così è Teresa: ella non vive in una unione di amore solo con le sue consorelle. Se fosse così la sua capienza sarebbe molto limitata, non sarebbe una carità universale come la carità tende ad essere, perché la carità non può dar misura, non può dar limite, di per sé è universale. Ella, infatti, proprio perché vive la stessa carità del Cristo, vive una carità che non conosce limite in sé. Ama gli apostati dalla Chiesa, ama i missionari, ama i peccatori, e per loro dona tutta la vita. Vuole essere la tavola di salvataggio a cui possono aggrapparsi tutti i peccatori, pur di essere salvi. Non le interessa della propria salvezza, ma le interessa la salvezza anche dell’ultimo dei peccatori. Teresa non dubita mai, perché anche questo è proprio dell’amore.
 Se tu dubiti, dubiti di essere amato, dubiti dell’amore che Dio ha per te. Ella non ha dubitato. La sua preghiera è stata una preghiera senza esitazioni. Quello che chiedeva sapeva di poterlo ottenere, sapeva che lo doveva ottenere, e realmente lo otteneva: era la tavola di salvataggio.
 Voi sapete che ha avuto la prova di essere stata ascoltata da Dio nella sua preghiera, quando chiese la salvezza di un condannato a morte. Il condannato a morte fino all’ultimo istante rifiutò di avere un rapporto col cappellano, rifiutò di avere il perdono di Dio. Nell’istante medesimo in cui metteva il capo nella ghigliottina, il condannato si ridestò come dal sonno, e baciò la croce. Teresa ebbe in quel gesto il segno che anche questo condannato, che aveva rifiutato Dio fino all’ultimo istante, nell’ultimissimo istante si era convertito per la sua preghiera.”

 Teresa è apostolo; è contemplativa; è vergine; è sposa: ha voluto tutto ed ha ottenuto tutto, poiché si è posta là dove tutto deriva: l’amore del Padre, e non ha più voluto porre niente di se stessa. E’ divenuta l’intera Chiesa.

2. Per l’uomo di oggi. Teresa ha vissuto gli ultimi mesi della sua vita tormentata, fino alla disperazione, da terribili tentazioni contro la fede: la piccola Teresa ha vissuto in sé il dramma dell’uomo di oggi. Quale? quello dell’incredulità intesa come “sospetto” nei confronti della paternità di Dio.
E’ l’originaria tentazione della Genesi: Dio è invidioso dell’uomo e da Lui occorre difendersi. L’ateismo moderno nasce dal postulato che la libertà dell’uomo si può affermare solo dalla lontananza da Dio. Tutta la modernità nasce dal presupposto che la vita umana su questa terra possa costruirsi, debba istruirsi “come se Dio non ci fosse”: è il rifiuto del Padre.
 E qui Teresa è veramente contemporanea spirituale dei due più grandi profeti di questo dramma dell’uomo di oggi, ora inevitabilmente trasformatosi nella vacua farsa  dell’indifferentismo: di Dostoevskij e di Kafka. Mi limito al secondo: mi riferisco al racconto scritto pochi mesi prima della morte, La Tana (Der Brau).
 E’ la storia di un animale, una specie di talpa, che si chiude in un proprio covo sotterraneo, in un vero e proprio labirinto, per proteggere la propria pace e la propria vita contro le minacce sempre incombenti di un invisibile nemico. E’ un racconto straordinario: esso ci descrive in un modo allucinante l’inquieto andirivieni dell’animale che organizza il suo universo sotto terra. Esso spia e ausculta tutti i movimenti e rumori di possibili nemici nascosti e vive in un angoscia continua, perché nella sua tana c’è incertezza, rischio e minaccia. Ma, nello stesso tempo, la tana diventa anche protezione, riposto e pace. Ed in questa ambiguità sta tutta la potenza espressiva del simbolo.
 Tuttavia, in questo labirinto che ciascuno di noi cerca di costruirsi, la talpa capisce che “Es kommu jenand heran” qualcuno sopravviene. Chi? la morte, il nulla eterno in cui sprofondiamo.
 In questa pagina kafkiana è descritto in modo unico quella sorte di “vertigine” che l’uomo prova di fronte a sé: una vertigine che lo porta a buttarsi sempre più nell’abisso della propria soggettività, colla paura ed angoscia di farlo. Che cosa sta all’origine della Tana? Kafka scrisse una lettera tremenda a suo Padre, che però non ebbe mai il coraggio di spedire. La vera perdita, il vero dramma dell’uomo è stato di aver rifiutato di credere al volto del Padre, di credere che Dio lo ama. E’ il nichilismo che prima si espresse in un impegno senza limiti per costruire finalmente la vera società (le utopie) ed ora - né poteva essere diversamente - si è trasformato in una farsa vacua.
Nessuno come Kafka ha espresso con tanta potenza la situazione dell’uomo che ha perduto il senso della Paternità di Dio: Teresa ha vissuto questo stesso dramma nella sua persona, proprio nei momenti della sua morte. Ci sono parole e frasi di Teresa quasi identiche a quelle di Kafka. E che cosa ha fatto? ha creduto all’amore ed in questa fede ha salvato in Cristo il nostro mondo.

Conclusione
 Questa mostra allora non è un momento di evasione: è la proposta di incontro con una persona che ci ha riportati all’essenza stessa della Chiesa: credere e lasciarsi amare da Dio in Cristo. Spero che noi tutti impareremo da Teresa a credere e lasciarsi amare. Tutto il cristianesimo sta qui, anche se poi credere all’amore prende corpo nella vocazione propria di ciascuno. E Teresa ha vissuto questo come passione dell’uomo di oggi. In fondo, anche la Grande Missione nasce dalla stessa passione per l’uomo: impedirgli di perdersi, annunciando che Dio comunque lo ama.