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SESSUALITÀ ED IDENTITÀ: risvolti biologici, etici e teologici nel contesto del dibattito attuale
Università di Navarra
Pamplona 23 maggio 2003

Nella lettera di invito a questo Seminario il direttore dell’Istituto di Antropologia ed Etica, il dott. M. Lluch Baixauli, mi chiedeva di fare lo sforzo di uscire dalla propria disciplina, situandomi ai confini con altre discipline, cercando così di aprire uno spazio di dialogo, partendo dalla concezione cristiana dell’uomo.

A dire il vero, non devo fare alcuno sforzo. Da qualche anno ormai sono uno studioso di etica teologica .. in disarmo: uscito dalla "propria disciplina". E ciò a causa del grave impegno pastorale ["sarcina pastoralis": S. Agostino] cui sono stato chiamato. Questa "uscita" è stata compiuta nella direzione di una "condivisione pratica" di quel bisogno umano di salvezza che prende carne ed ossa in ogni persona che il mio ministero pastorale mi fa incontrare.

Perché vi ho detto tutto questo? Per situare rigorosamente e definire precisamente il senso ed i contenuti del mio intervento, nella fedeltà al progetto di fondo di questi Seminari. Mi propongo – questo è il senso del mio intervento – di sciogliere il "nodo" in cui oggi si è avviluppata la sessualità umana [non so se ci riuscirò!]. Cioè: di presentare la modalità odierna di porre il problema-sessualità umana al fine di orientare la nostra riflessione verso una soluzione vera e sensata del medesimo. I contenuti quindi del mio intervento saranno esposti nell’ordine seguente. Dapprima cercherò di esporvi quello che mi sembra essere il problema fondamentale da affrontare, quando affrontiamo il tema della sessualità oggi. Nel secondo punto cercherò di mostrare molto sinteticamente come storicamente il problema attuale è andato costruendosi. Nel terzo punto cercherò di individuare alcune piste di soluzione.

1. IL PROBLEMA FONDAMENTALE

Il punto di partenza della mia riflessione può essere enunciazione nel modo seguente: la sessualità umana, meglio il suo vissuto dentro alla cultura occidentale non appartiene più ai "casi seri" della vita; ha cessato di essere un "caso serio". Per "caso serio" intendo ogni esperienza umana vivendo la quale, la persona è costretta a livello razionale a porsi la domanda radicale sulla sensatezza del proprio esserci; a livello della sua libertà, è provocata a rispondere al Volto del Mistero, nominandolo. Mi si consenta un esempio.

Il mio ministero pastorale mi porta ad incontrare molto spesso persone ammalate. Che cosa costituisce la serietà della malattia? Il fatto che l’uomo quando è ammalato, è esposto ad una minaccia tale da essere costretto a chiamare per nome il Destino: siamo qui per caso ed esposti al gioco casuale di forze impersonali? oppure tutto è già inscritto e predeterminato nel nostro DNA? oppure esiste un Amore onnipotente che si prende sempre cura di ciascuno di noi? Come devo chiamare il Destino? caso, necessità, o "Padre nostro che sei nei cieli"? E pertanto, è l’altra dimensione essenziale della serietà di cui sto parlando, la mia libertà è provocata ad "affrontare" il Destino così nominato.

Devo fare un’importante precisazione, a questo punto. Che un’esperienza umana non sia un "caso serio", non significa che essa non esiga impegno razionale e sforzo pratico nell’affrontarla e viverla. La costruzione del ponte sullo stretto di Messina esigerà un grande impegno razionale e pratico. L’uso della ragione però messo in atto nei "casi seri" è diverso dall’uso della ragione messo in atto negli altri casi: possiamo chiamarlo rispettivamente "uso metafisico" ed "uso tecnico". La libertà è provocata in modo diverso: in modo "incondizionato" nel caso serio; in modo "condizionato" nel secondo [Kant direbbe: in modo "categorico"; in modo "ipotetico"].

Ora ritorno al nostro tema: nell’ethos dell’uomo accidentale la sessualità umana è stata espulsa dai "casi seri" della vita.

Vediamo i segni principali di questa espulsione: uno attiene alla dimensione veritativa della sessualità umana; l’altro alla conseguente dimensione pratica. Il primo consiste nel negare alla sessualità una verità e quindi un significato suo proprio: l’omosessualità per esempio non può essere giudicata [non sto parlando ancora del giudizio etico] in base ad un criterio avente un fondamento in un obiettivo significato. Non esiste una differenza reale che non sia riconducibile al criterio del piacere, fra diversi modi di esercitare la propria sessualità, perché non esistono proposizioni vere circa la sessualità umana, se non quelle scientificamente verificabili. È una verità puramente biologica.

Questa negazione di ordine antropologico-metafisico comporta che con la e nella sessualità umana la libertà non ha a che fare con un "bene intelligibile" per la cui realizzazione esistono ragioni universalmente valide. Più che di libertà sessuale si deve parlare di spontaneità sessuale.

Ho formulato spero con sufficiente chiarezza e rigore concettuale ciò che reputo il problema fondamentale.

2. LA DEMOLIZIONE DEL CASO SERIO

Formulato il problema, vorrei ora presentare sinteticamente il percorso che l’Occidente ha compiuto per demolire la serietà della sessualità umana. La conoscenza del percorso non ha solamente un interesse storico, ma è necessaria per avere una consapevolezza chiara e profonda di tutta la portata della questione.

Partiamo dalla constatazione di un fatto: il vissuto della sessualità nell’ethos occidentale nato e nutrito dall’annuncio evangelico, era connesso a due stati di vita, il matrimonio e la verginità consacrata. Questa connessione era il risultato di una profonda visione della [verità della] sessualità umana. Visione che si esprimeva nelle seguenti proposizioni, che per ora mi limito solo ad enunciare: la sessualità umana è il linguaggio espressivo e performativo del’auto-donazione della persona: l’auto-donazione della persona esige di essere definitiva ed intera; solo una comunione coniugale o la consacrazione verginale salvaguardia e promuove quella che è la verità ed il bene della sessualità umana.

Nell’approfondire questa relazione sessualità umana-matrimonio/verginità, si è andata progressivamente costruendo una visione della bontà propria della sessualità umana, costituita da una triplice connessione: fra sessualità e persona; fra eros ed agape; fra capacità unitiva e capacità procreativa insite nella sessualità.

In sintesi: la sessualità è un "caso serio" perché in essa è coinvolta la persona umana come tale. E quindi la sessualità umana è andata perdendo la sua serietà nella misura in cui è proceduta la sua separazione dalla persona.

Se non vado errato, questa separazione ha conosciuto tre tappe in corrispondenza a quelle tre connessioni. Ora ci troviamo nella situazione di chi si trova davanti tutti i pezzi dell’edificio, ma con l’edificio demolito. Si parla ancora di paternità/maternità, amore/libertà, matrimonio/famiglia: il senso di questi termini ha però perso ogni univocità.

La prima separazione, di gran lunga la più grave, è stata la separazione della sessualità dalla persona, causata dalla separazione del corpo dalla persona.

Il processo della separazione del corpo dalla persona è stato un processo lungo e complesso. Mi devo limitare solo ad alcuni accenni. La tesi tomista dell’unità sostanziale della persona umana è rimasta isolata nella cultura occidentale. Di fatto essa non è risultata vincente nei confronti di una visione di lontane ascendenze agostiniane, secondo la quale il corpo manteneva pur sempre una alterità nei confronti della persona. Un’alterità sempre ambiguamente pensata in termine e/o metafisici e/o etici. Più semplicemente: l’innegabile esperienza di una scissione che ciascuno vive in se stesso era interpretata non solo in chiave diciamo congiunturale, ma anche tendenzialmente strutturale. A causa di questa ambiguità di fondo, il principio fondamentale dell’oggettività posto a base della scienza moderna, non trovò alcuna resistenza ad imporsi anche nella considerazione del corpo umano. Si innescò così un processo di oggettivazione del corpo (i sociologi parleranno di reificazione) in forza della quale la persona ha fondamentalmente nei confronti del corpo la stessa relazione che ha colla natura. La considerazione naturalistica del corpo, la sua spersonalizzazione ha comportato la negazione che la sessualità abbia in sé e per sé un significato proprio, possedendo solo quel significato che le viene attribuito dalla libertà creatrice della persona.

E qui si innesta un’ambiguità, presente nella cultura occidentale, l’ambiguità del rapporto uomo-natura; ed ormai la corporeità appartiene alla natura. Potrei esprimere questa ambiguità con una formulazione molto sintetica: o la ragione-libertà umana è una ragione-libertà senza natura o la natura è una natura senza ragione-libertà umana. Mi spiego.

Poiché la sessualità è un fatto insignificante, posso fare di essa ciò che voglio. L’unica esigenza è che se nell’esercizio della sessualità è coinvolto un altro, questi deve liberamente consentirvi. Non è vero che solo l’etero-sessualità è un esercizio umanamente degno: l’esercizio omosessuale ha la stessa dignità e merita lo stesso riconoscimento. Non è vero che esistono solo due sessualità, quella maschile e quella femminile: esiste l’uomo, e la donna, l’uomo che è relativo alla donna, la donna relativa all’uomo, la donna relativa alla donna, l’uomo relativo all’uomo.

Questa visione si allea con una precisa corrente dell’ideologia femminista, che si costruisce su due affermazioni. Il rapporto originario fra l’uomo e la donna non è un rapporto di reciprocità nell’assoluta uguaglianza della dignità, ma è un rapporto di conflitto nell’affermazione dell’uno contro l’altro. E secondo: la vocazione originaria della donna non è né la sponsalità, né la verginità, né la maternità. La donna non deve essere né sposa, né vergine, né madre. Ecco ciò che significa la ragione-libertà umana è una ragione-libertà senza natura.

Ma esiste anche una visione opposta. La sessualità è pura natura che deve semplicemente essere seguita, pena l’infelicità dell’uomo. In linea di principio, ogni "regola" dell’esercizio della sessualità è da considerarsi contraria alla felicità dell’uomo, una indebita oppressione. Il relativismo della prima posizione si abbraccia coll’istintivismo naturalista della seconda, e generano quel permissivismo sessuale che è caratteristico della nostra cultura.

La rottura della connessione fra sessualità e persona legittima ormai qualsiasi esercizio della sessualità, escluso quello che pensa la sessualità come dono definitivo di sé, aperto al dono della vita; escluso cioè l’esercizio coniugale della sessualità. Ed ancor più esclusa la verginità consacrata.

La seconda separazione ha rotto l’armonia fra eros ed amore. E’ questa una grave malattia spirituale, come dirò dopo.

Il terreno su cui questa separazione ha potuto impiantarsi e crescere è stato l’ingresso nel nostro ethos occidentale di quella visione utilitaristica dell’uomo, che formulata coerentemente e compiutamente per la prima volta da T. Hobbes, è risultata di fatto vincente. Per visione utilitaristica intendo quella concezione dell’uomo secondo la quale l’uomo non dispone di una ragione egemone capace di misurare e ordinare i suoi desideri secondo specifiche virtù. Al contrario: l’uomo è portatore di desideri, passioni, interessi, alla cui soddisfazione la ragione è posta al servizio. Richiamarsi ad una verità scoperta dalla ragione e quindi ad un bene intelligibile secondo cui guidare desideri e passioni, è di fatto una indebita ed infondata limitazione dell’uomo.

Nonostante le apparenze, questa proposta antropologica anziché liberare l’uomo, lo ha ridotto ad un’esistenza senza libertà che non fosse quella di seguire i propri istinti. Lo ha cioè fatto rinunciare alla sua inesauribile tensione alla verità, al suo desiderio di bene, di bellezza, di giustizia. Nel campo della sessualità significò e significa la espulsione dalla sua comprensione di ogni riferimento alla verità del dono, cioè dell’amore. Rimane solo la dimensione erotica come dimensione egemone.

La separazione dell’eros dall’amore ha così legittimato una visione edonista della sessualità. Ora non c’è dubbio che una visione prevalentemente o esclusivamente edonista lavora nel senso di una separazione della sessualità dal matrimonio e, quindi del matrimonio dalla famiglia. Per quale ragione? perché una visione edonista della sessualità de-responsabilizza profondamente la persona nei confronti della propria sessualità medesima: è un esercizio individualista. Ancor più: una tale visione rende completamente impraticabile la verginità cristiana, perché la rende impensabile.

La terza separazione ha rotto il rapporto fra le due capacità insite nella sessualità, in una duplice direzione. La "nobilitazione" della contraccezione ha separato nella coscienza (non solo nel comportamento) la capacità unitiva dalla capacità procreativa. La "procreatica artificiale" ha separato la capacità procreativa dalla capacità unitiva. E così il cerchio si è chiuso. L’amore coniugale non è più orientato al dono della vita sia perché si è pensato possibile un amore coniugale vero e nel contempo chiuso alla vita, sia perché esiste un modo di "produrre" la vita, che prescinde completamente dall’amore coniugale.

Per capire la portata culturale di questa distruzione del concetto di paternità/maternità, vorrei richiamare la vostra attenzione su due fatti accaduti in questi anni.

Il ricorso alla procreazione artificiale era stato presentato come rimedio ad una sterilità inguaribile, all’interno di una coppia legittima. Esso è andato progressivamente configurandosi come la possibilità offerta a chiunque ne sentisse il bisogno, di avere un figlio. E’ appunto la logica del "dominio" sulla natura per il soddisfacimento dei propri desideri.

L’altro fatto, solo all’apparenza contrario, sul quale vorrei attirare la vostra attenzione è la nobilitazione della contraccezione. Se non esiste, se non è inscritto nella sessualità umana l’orientamento , la destinazione alla comunione interpersonale fra l’uomo e la donna per il dono della vita, sarà conquista di libertà avere la possibilità di togliere dalla sessualità umana la capacità procreativa. Le due attitudini, "il figlio ad ogni costo" e "il figlio come il male da evitare", nascono dallo steso spirito: la paternità-la maternità non sono dimensioni costitutive dell’amore coniugale. Vale a dire: paternità-maternità, amore coniugale e sessualità umana sono tre grandezze non connesse da alcuna unità interna.

Siamo così giunti ad un fatto che penso non era mai accaduto nella storia spirituale dell’umanità: è stata mutata la definizione stessa di matrimonio-famiglia. Se infatti il matrimonio è "l’unione legittima di uomo e donna per il dono della vita", la separazione di "dono dalla vita" dalla unione legittima e dalla sessualità umana ha distrutto l’istituzione: ha reso priva di senso quella definizione.

E logicamente si è giunti al fatto forse più decostruttivo del rapporto matrimonio-famiglia: la progressiva legittimazione-equiparazione al matrimonio e alla famiglia di qualsiasi tipo di convivenza, anche fra omosessuali. In vari paesi sono già stati riconosciuti diritti legati alle unioni fra omosessuali; di conseguenza si sta promuovendo anche il diritto di quest’ultimi ad avere figli mediante precisamente procreazione artificiale.

L’oscurarsi delle evidenze originarie circa il matrimonio è accompagnato, per le stesse ragioni, dalla completa estraneità del fatto della verginità consacrata alla comprensione odierna della sessualità.

Siamo giunti così al termine del percorso storico. Alla fine, la sessualità non implica la definitività, perché non è dono della persona. La sessualità non implica alcuna responsabilità dell’uomo verso se stesso e l’altro. La sessualità è unitiva e procreativa solo di fatto, non di diritto. Dunque: ci può essere una unione solo per gioco o piacere; ci può essere una unione omosessuale che ha lo stesso valore di quella coniugale; sessualità - amore - procreazione non sono connessi. Cioè: ogni legame fra matrimonio e famiglia che non sia un legame puramente di fatto è semplicemente negato. La naturalità della famiglia e l’intimo legame fra matrimonio e famiglia, così evidenti ad ogni generazione della storia umana, oggi si vanno sempre più oscurando.

La demolizione della verità e del senso della sessualità ha trovato il suo epilogo e la sua espressione più chiara nella "ideologia di genere". Secondo questa ideologia la propria identità e la coscienza della propria identità in quanto persona sessuata [uomo-donna] è una mera costruzione culturale, plasmata sui ruoli e sugli stereotipi che in ogni società si attribuiscono ai sessi. La propria identità e relativa consapevolezza è un "puro gioco" linguistico le cui regole sono tutte e completamente frutto di convenzioni sociali: richiamarsi ad un significato obiettivo, ad una realtà come referente non è possibile. "Significato obiettivo", "realtà" semplicemente non esistono. Di conseguenza, la condizione sufficiente per determinare le regole dell’agire sessuale in una data società è esclusivamente la convenzione o accordo fra le parti interessate. La (verità della) propria identità è il prodotto esclusivo della propria libertà e della negoziazione colla libertà altrui.

3. LA RISCOPERTA DEL SENSO

Se non ho sbagliato nel decifrare la condizione attuale, il percorso che dobbiamo percorrere è un percorso di carattere antropologico. L’antropo-logia è oggi il nostro primo compito immersi come siamo in una antropo-doxia: l’illusione sull’uomo.

Devo però a questo punto fare una premessa di notevole importanza a tutta la riflessione seguente. Lo "scontro antropologico" si è fatto così radicale, il "conflitto delle interpretazioni" così decisivo che a molti anche cristiani sembra ormai impossibile, è quindi impraticabile un confronto veritativo. In sostanza, il poco "pensiero forte" che rimane nel cattolicesimo sembra rassegnarsi ad essere una delle tante aree o uno dei tanti prodotti del super-market culturale, che si esibisce alla semplice scelta dei visitatori. Il richiamo continuo alla "tolleranza" non raramente o è mera retorica o è pieno cedimento allo scetticismo.

J. Finnis ha giustamente richiamato l’attenzione sul fatto che ci ritroviamo nella stesa situazione da cui nasce il Gorgia di Platone. La dialettica del dialogo platonico non va semplicemente reimparata e ripetuta, ma in essa va colto il suo significato più profondo e la sua utilità sempre attuale, quando indaga le implicazioni di ogni dibattito umano, inteso come attività umana deliberata e moralmente impegnativa. "Platone elaborò la sua originale teoria della legge naturale precisamente elaborando quei presupposti del bene e del male umani che vengono stabiliti da chiunque partecipi in modo appropriato ad attività come un dibattito o un dialogo, attività consistente nell'individuare se ci sono (e che cosa sono in linea di principio) il giusto e lo sbagliato nei modi umani di scegliere, di agire e di vivere" [J. Finnis, Natura e legge naturale nel dibattito filosofico e teologico contemporaneo: alcune osservazioni, in Natura e dignità della persona umana, LEV, 2003, pag. 82].

Ciò che voglio premettere è che il rischio maggiore in cui sta incorrendo l’antropologia cristianamente intesa è di pensare che sia impossibile un confronto sul piano veritativo, e che dobbiamo semplicemente limitarsi a lasciare a ciascuno la propria area.

Ma il cristianesimo non ha chiesto solo di essere libero di proporsi; ha sempre anche giustificato la sua richiesta di libertà in base alla coscienza di verità della sua proposta salvifica. Platone, se non vado errato, è stato il primo a dimostrare che questa è l’unica posizione ragionevole di partenza per costruire un qualsiasi dialogo umano.

Forse è stato il mio impegno pastorale a farmi soffermare così a lungo su questa premessa; a sottolinearne l’importanza. Costato spesso infatti che l’inesistenza di quei presupposti spinge verso l’evangelizzazione, e dunque anche la presentazione della visione cristiana della sessualità, a porsi semplicemente accanto a tutte le altre proposte.

Ma questa premessa indica anche il metodo che si deve seguire per riscoprire la verità ed il senso della sessualità umana: anzi la verità semplicemente dell’uomo. Il metodo è costituito dalla "intuizione di se stessi" che va sempre di pari passo coll’esperienza del mondo. La scoperta della verità e quindi del senso della sessualità umana può essere il risultato solo di un contatto diretto conoscitivo dell’uomo con se stesso, che avviene contemporaneamente col diretto contatto conoscitivo col mondo reale che coesiste coll’uomo.

Ogni dialogo o si propone di portare chi vi partecipa a questa "intuizione di se stessi" o è tempo perso, poiché è pura chiacchera. Ciò che è raggiunto mediante questa intuizione è infatti intersoggettivamente controllabile e verificabile: il dialogo ha questa funzione ostetrica. Ecco perché non è mai un dialogo fra "rivali" in cui uno deve vincere l’altro o prevaricare sull’altro. Ma non voglio attardarmi ulteriormente su queste premesse metodologiche.

Quale è la conoscenza prima che l’uomo ha di sé stesso, frutto di quell’intuizione di sé che va sempre di pari passo coll’esperienza del mondo circostante? Si conosce come diverso e separato dal mondo delle cose, cioè superiore.

Questa conoscenza ordinaria ci dice che per conoscere allora la verità ed il senso della sessualità umana non bisogna partire da ciò che accomuna l’uomo a ciò che non è umano: una sorta di costruzione dal basso. Poiché ciò che accomuna è la capacità procreativa, non si può costruire una visione della sessualità umana sulla base di questa capacità.

Riprendiamo ora la riflessione antropologica generale. La scoperta della verità della propria persona mi fa scoprire la verità di ogni altra persona: in me stesso scopro ogni altro. L’altro è "alter ego": l’espressione è assai profonda. L’altro è un "io" allo stesso modo come me/stesso. "La scoperta di ogni altro uomo in sé come alter "ego" (come altro io) rivela la connessione, peraltro necessaria, dell’affermazione della persona di ogni altro con l’affermazione della propria persona e – di conseguenza – con la propria autorealizzazione (autoperfezionamento), svelando contempo- raneamente la direzione irreversibile della loro relazione reciproca: l’autocompimento non è possibile senza l’affermazione di ogni altro per se stesso." [T. Styczen, in K. Woitila, Persona ed atto, Rusconi Libri, Milano 1999, pag. 730, nota]. Ci troviamo di fronte ad un primum che è contemporaneamente antropologico ed etico.

La mediazione di questo originario contatto conoscitivo "io" - "tu" è compiuta dal corpo. Non si entra nella conoscenza della verità e del senso della sessualità umana senza la conoscenza della funzione mediatrice del corpo.

Il corpo è mediatore della presenza della persona; il corpo colla sua intenzionalità o significatività sensibile è come la manifestazione e lo splendore dell’intenzionalità personale "Questa unità intenzionale, frutto dell’unità attuale dello spirito e del corpo manifesta l’esistenza dello spirito e comunica la presenza della persona. Per mezzo del corpo, la presenza dello spirito è presenza personale, e in forma immediata. Ma in tutto questo inoltre, il corpo si personifica, lo spirito si incarna perché si manifesta, e (il corpo) diviene sempre più il corpo della persona. Questa presenza della persona mediante e nel corpo è come l’effetto intenzionale dell’integrazione del corpo nell’io sono della persona; accrescerla o nasconderla dipenderà dalla vita noetica e dalla sua incarnazione mediante e nei gesti" [S. Roivillois, Corps et Sagesse. Philosophie de la liturgie, Fayard, Paris, 1995, pag. 59; trad. mia].

La rivelazione della persona mediante e nel corpo, il costituirsi della comunità interpersonale mediante il corpo avviene sul piano espressivo mediante il linguaggio e sul piano effettivo mediante la congiunzione.

Il corpo umano è sempre un corpo sessuato: la persona umana è uomo o donna. La verità ed il senso di questo bi-morfismo è scoperta alla luce dei presupposti antropologici precedenti.

La scoperta dell’alter ego avviene nell’incontro uomo-donna. Cioè: l’alterità fondamentale nell’universo delle persone è costituita dall’alterità uomo-donna. E dunque è attraverso e nel corpo femminile, e reciprocamente attraverso e nel corpo maschile, che la persona scopre nel proprio se stesso l’altro io.

La sessualità umana, intesa precisamente nella sua dimensione corporea, svela alla persona l’altro e nella sua umanità (alter ego) e nella sua alterità (alter ego), e quindi svela alla persona la sua chiamata alla comunione inter-personale nella sua forma originaria: la comunione sessuale [e i due saranno una sola carne].

La verità della sessualità umana dunque consiste nel suo essere segno dell’alterità della persona; mediazione della comunione personale quale si realizza nell’una caro delle stesse.

Vorrei fermarmi brevemente per evidenziare la connessione fra la prima e la seconda affermazione. L’alterità della persona non è l’alterità del mondo circostante: non è della stessa natura. La persona è altra, ma è un altro "io"; il mondo è altro, ma non è un altro "io".

Poiché è lo sguardo nel proprio io che apre la finestra sull’altro, ne deriva che ciò che devo al mio io lo devo ad ogni altro [il primum anthropologicum è il primum ethicum: ama l’altro come te stesso].

Quando questo sguardo è mediato dalla femminilità/mascolinità dell’altro, questa [la mascolinità/femminilità, la sessualità cioè] diventa contemporaneamente e segno dell’alterità e mediazione della comunione interpersonale, diversa da qualsiasi altra comunione interpersonale non significata-mediata dalla sessualità. In una parola: il corpo è portatore di un significato sponsale.

Questa esperienza spirituale [noetica e volitiva] è sempre accompagnata dal desiderio o eros, sul cui peso specifico nella vita umana ha giustamente riflettuto, come è noto, Platone. Esso per così dire è intermedio fra l’esperienza spirituale dell’altro, di cui stiamo parlando, e la mera fisicità del corpo, il suo bios.

In quanto intermedio, l’eros trasmette dall’alto verso il basso, meglio dall’interno verso l’esterno la volontà amante. Esso è il segno del movimento della persona verso un al di là del bios, della materialità del corpo: il veicolo della persona verso l'altro. Ma l'eros trasmette anche dall’esterno verso l’interno l’orientamento del corpo ad andare oltre se stesso. Quando questa mediazione dell’eros si interrompe ed il desiderio si chiude in se stesso [auto-erotismo], l’uomo si trova dentro ad una solitudine disperata [cfr. J. P. Sartre, L’être et le néant, Gallimard, Paris 1976, pag. 350-409].

In conclusione: la "logica" inscritta nella sessualità umana trova la sua realizzazione completa nella comunione interpersonale posta in essere dalla una caro coniugale.

La Rivelazione cristiana ha introdotto nella comprensione della sessualità umana un fatto assolutamente nuovo: la verginità per il Regno.

Avviene della verginità ciò che avviene di ogni bene del Regno. La verginità è puro ed imprevisto dono del Cristo e sua pura invenzione, da una parte; ma dall’altra, essa si iscrive dentro a quella logica di cui parlavo prima, dandole un compimento imprevedibile.

Da due punti di vista che sono connessi. La verginità cristiana esprime e media un’auto-donazione della persona a Cristo esclusiva ed escludente: S. Paolo parla del "cuore indiviso" del vergine. L’intenzionalità del corpo raggiunge qui il suo vertice espressivo; il dono a Cristo, l’intenzionalità amante della persona si rivela nel e mediante il corpo, che non appartiene che a Cristo e non ad uno sposo/sposa.

Ma inscindibilmente questa donazione pone il vergine nella totale disponibilità ad affermare ogni persona nel suo valore, ad amare con "cuore indiviso" ogni persona.

Quando molti Padri della Chiesa costruivano la loro dottrina della sessualità umana alla luce della verginità cristiana, partivano da un’intuizione vera e sostanzialmente sempre valida.

CONCLUSIONE

La natura del mio intervento non ha permesso una riflessione completa ed uno sviluppo opportuno di tutti i passaggi.

Voglio dire in nuce la tesi di fondo: la sessualità umana nell’ethos occidentale odierno ha perso ogni serietà perché le è stato negato ogni senso obiettivo nei confronti della libertà; le è stata negata una verità metascientifica.

Nei suoi confronti il compito più urgente sia del pensiero cristiano sia della prassi pastorale è di riscoprirne la verità e riproporre il senso.

Due sono le vie. Una filosofica-antropologica, che parte dalla scoperta della (verità e senso della) communio personarum quale si ha all’interno della scoperta del proprio io. Una teologica, che parte dalla verginità cristiana, splendore della verità e del senso della sessualità umana.