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FAMIGLIA E VITA: LO SCONTRO DECISIVO
Relazione al Congresso Internazionale Educazione Famiglia e Vita
Università Cattolica San Antonio – Murcia (Spagna)
27-28 aprile 2001

La Chiesa all’inizio del Triduo pasquale che abbiamo da poco celebrato, ci fa leggere una pagina dell’Antico Testamento che esprime la nostra condizione attuale con una precisione impressionante. E’ la pagina in cui Mosè descrive la modalità della celebrazione pasquale [cfr. Es 12,1-8.11-14].

Leggendola attentamente, noi vediamo da una parte la casa nella quale è riunita la famiglia, e dall’altra, fuori della casa, il regno dello sterminatore che uccide. La casa-famiglia è il luogo della pace, della festa, dove la vita è difesa; l’esterno è il luogo della distruzione dove la vita è estinta alla sua origine, nei primogeniti. La casa-famiglia è il luogo dove la creazione è difesa; l’esterno è il luogo dove le forze del caos tentano di devastare l’ordine creato. Che cosa impedisce ai due spazi di confondersi? allo sterminatore di entrare dentro alla casa-famiglia? Il sangue dell’Agnello posto "sui due stipiti e l’architrave delle case".

La mia riflessione seguente non sarà che il tentativo di capire profondamente quella pagina biblica. Ed essa stessa ne struttura lo svolgimento. In un primo momento cercheremo di vedere perché il rapporto della vita umana colla famiglia è un rapporto strutturale. In un secondo momento cercheremo di vedere attraverso quali tentativi si è cercato di demolire quel rapporto. In un terzo momento cercheremo di vedere perché è "il sangue dell’Agnello" a fare da confine invalicabile fra la casa-famiglia e la notte dove si muove lo sterminatore.

1. Famiglia e vita

La percezione del rapporto "famiglia-vita" è il risultato di un insieme armonico di atti di intelligenza che come raggi convergono tutti nell’affermazione di quel rapporto.

La prima affermazione riguarda l’essenziale diversità fra l’essere-persona e il non-essere-persona. L’affermazione cioè che nell’universo creato la persona è incomparabile con ogni altra creatura è il punto di partenza per capire il rapporto "famiglia-vita".

Dall’unicità delle persona deriva che essa può entrare nell’essere, può cominciare ad esistere solo in forza di un atto creativo immediato di Dio stesso: dell’esistenza di ogni persona umana è direttamente ed immediatamente responsabile Dio stesso.

L’attività creativa di Dio non ha alcun altra spiegazione che la sua libera decisione di donare la partecipazione dell’essere: non ha altra spiegazione che l’amore stesso di Dio verso la persona creata. Pertanto, ogni persona esiste perché è amata: "amor, ergo sum", deve dire ciascuno di noi.

Ma possiamo giungere alla stessa conclusione partendo anche dalla costituzione ontologica della persona stessa. Essa esige che la persona non sia mai considerata e trattata semplicemente come un mezzo in ordine al raggiungimento di un fine: esige di essere voluta per se stessa. E questa è la definizione stessa dell’amore. Scrive S. Tommaso: "Fra tutte le parti dell’universo, le più nobili sono le creature spirituali, dal momento che sono più simili a Dio. Esse quindi sono volute per se stesse dalla provvidenza divina, tutte le altre creature invece sono volute per le creature spirituali" [Summa contra Gentes III, cap. 112, 2859: tutto il capitolo sarebbe da citare].

La consapevolezza della dignità della persona, dovuta e alla sua costituzione ontologica ed alla sua diretta ed immediata finalizzazione a Dio, esige che essa non sia introdotta nell’esistenza in un qualsiasi modo. Il senso morale dell’umanità si è sempre posto l’interrogativo circa il modo giusto di dare vita ad una nuova persona umana, ed ha risposto che solo il matrimonio è il luogo giusto, conforme cioè alla dignità della persona, per l’origine della stessa.

La seconda affermazione che fonda il rapporto "famiglia e vita" è costituita dall’intrinseca connessone fra amore coniugale e dono della vita. Stiamo ovviamente parlando di una connessione de jure, di un’esigenza cioè o necessità etica che si impone alla libertà a causa del bene-valore implicato in quella connessione stessa.

Che fra l’attività umana che pone le condizioni del concepimento di una persona e l’attività divina creatrice si dia un rapporto singolare risulta dal fatto che è lo stesso ed identico soggetto personale ad essere e generato [dall’uomo e dalla donna] e creato [da Dio stesso]. La teologia cattolica ed il Magistero hanno qualificato i coniugi, come genitori, "collaboratori" di Dio stesso [cfr. per es. Es. ap. Familiaris consortio, (1981) 28 e Lett. ap. Gratissimum sane (1994), 9]. Nell’atto cioè generativo umano si ha una presenza di Dio diversa da quella che si ha in ogni altra generazione. Come è presente? In quanto Dio vuole questa persona "per se stessa" [cfr. cit. di S. Tommaso]; in quanto vuole Dio questa persona "per Se stesso". La Rivelazione cristiana ci dice che questa finalizzazione della persona a Dio significa predestinazione ad essere figli nel Figlio e dunque partecipi della stessa natura divina.

L’uomo e la donna sono chiamati a cooperare a questa volontà creatrice di Dio in modo che anche da loro la persona umana sia voluta per se stessa. Quale è l’attività umana o più precisamente quando l’unione sessuale fertile esprime ed incarna questo modo di volere una nuova persona umana?

E’ forse utile cercare la verità per contrarium. Ciò che muove due coniugi a chiedere la FIV è esclusivamente il desiderio di avere un figlio. Esclusivamente: l’unica ragione che spiega il ricorso a quel metodo, l’unica intenzione che dà forma a quella richiesta è il desiderio del figlio. Ed infatti, nel momento in cui venissero a sapere che nel loro caso il ricorso alla FIV è inefficace, la tralasciano subito. Risiede qui la ragione profonda dell’intrinseca illeicità della FIV: essa pone in essere un rapporto ingiusto colla nuova persona umana. Questa non è voluta "per se stessa", ma "in quanto compimento di un desiderio".

L’unione sessuale coniugale non è come tale, nella sua intrinseca natura, "mezzo per la procreazione": il suo significato non si esaurisce nel suo essere finalizzata alla procreazione. Essa per sua intima natura è espressione-realizzazione dell’unità dei coniugi, del loro mutuo donarsi. Che da questa donazione reciproca venga concepito un figlio è una conseguenza che può anche essere voluta/desiderata, ma ciò che i coniugi hanno fatto è di aver donato se stessi l’uno all’altro.

Nel caso della FIV i coniugi possono dire in verità solo questo: "che tu esista, che tu sia stato concepito è un bene perché così il mio desiderio di paternità/maternità è stato soddisfatto". Cioè: sei un bene in quanto desiderato [=non è stato voluto per se stesso]. Nel caso dell’amore coniugale i coniugi possono dire in verità solo questo "che tu sia stato concepito è un bene perché noi ci siamo amati". La nuova vita, la nuova persona viene all’esistenza non in quanto e non perché serve a …, ma perché è stata voluta in sé e per sé. Il suo esserci non è un bene in quanto ha soddisfatto il desiderio di un altro; è un bene in quanto e semplicemente è bene l’essere-personale, anzi – come ho già detto – nell’universo creato è il più grande bene che esista.

La terza affermazione che fonda il rapporto famiglia-vita è la conseguenza logica di quanto ho appena detto sul legame fra origine della vita umana ed amore coniugale. Mi riferisco al rapporto famiglia-vita in quanto rapporto che fonda ed assicura l’educazione della persona. Scrive un grande teologo contemporaneo: "Lo sposo e la sposa diventano padre e madre nel dono reciproco, all’interno di quel dono che è dono totale dell’uno all’altra. Più quel dono è vero, più essi saranno fonte di fecondità per il nascituro: ed è proprio da qui che si deve partire per capire la responsabilità grandissima dei genitori nei confronti di questo nuovo essere che non si identifica né con il padre né con la madre; è la loro prosecuzione, ma è allo stesso tempo originale, dal momento che l’anima immortale è creata direttamente da Dio." [M. D. Philippe, Nel cuore dell’amore, ed. Paoline, Milano 1992, pag. 199].

L’educazione della persona è assicurata solo in un contesto in cui questa è voluta per se stessa. Essa (educazione) infatti consiste nel portare a compimento la generazione della persona. Quando la persona è generata nel senso intero del termine? quando è diventata capace di auto-dominarsi e di orientarsi dentro alla realtà allo scopo di cercare la verità e di amare. Solo se e solo quando la persona è voluta per se stessa, sarà educata a divenire se stessa, nella fedeltà a quel progetto per cui Dio l’ha voluta.

Concludo questo primo punto della mia riflessione. Volevo mostrarvi che la vita, la vita della persona umana è custodita dentro alla casa, nella comunità famigliare. L’ho fatto sulla base delle seguenti tre affermazioni: la dignità incomparabile di ogni persona umana esige che essa sia voluta per se stessa; solo l’atto dell’amore coniugale con cui i due coniugi diventano una sola carne fa sì che la persona sia voluta per se stessa; voluta per se stessa nel contesto dell’amore coniugale, la persona umana può essere educata cioè interamente generata.

2. L’"angelo sterminatore"

Il rapporto famiglia-vita, direi con maggiore compiutezza matrimonio-famiglia-vita, è stato progressivamente distrutto nella nostra cultura ed ethos occidentali. E ciò è accaduto, mi sembra, attraverso tre momenti successivi, sui quali ora vorrei attirare la vostra attenzione. Tre passi che consistono in tre separazioni.

La prima separazione, di gran lunga la più grave, è stata la separazione della sessualità dalla persona, causata dalla separazione del corpo dalla persona. Il risultato di questa separazione è stato che la sessualità ha perduto ogni serietà: ha cessato di essere "un caso serio" per trasformarsi progressivamente in gioco. La figura del Don Giovanni che a cominciare dal XVII secolo comincia a circolare nella letteratura dei popoli europei, è significativa.

Il processo della separazione del corpo dalla persona è stato un processo lungo e complesso. Mi devo limitare solo ad alcuni accenni. La tesi tomista dell’unità sostanziale della persona umana è rimasta isolata nella cultura occidentale. Di fatto essa non è risultata vincente nei confronti di una visione di lontane ascendenze agostiniane secondo la quale il corpo manteneva pur sempre una alterità nei confronti della persona. Un’alterità sempre ambiguamente pensata in termine e/o metafisici e/o etici. Più semplicemente: l’innegabile esperienza di una scissione che ciascuno vive in se stesso era interpretata non solo in chiave diciamo congiunturale, ma anche tendenzialmente strutturale. A causa di questa ambiguità di fondo, il principio fondamentale dell’oggettività posto a base della scienza moderna, non trovò alcuna resistenza ad imporsi anche nella considerazione del corpo umano. Si innescò così un processo di oggettivazione del corpo (i sociologi parleranno di reificazione) in forza della quale la persona ha fondamentalmente nei confronti del corpo la stessa relazione che ha colla natura. La considerazione naturalistica del corpo, la sua spersonalizzazione ha comportato la negazione che la sessualità abbia in sé e per sé un significato proprio, possedendo solo quel significato che le viene attribuito dalla libertà creatrice della persona.

Poiché la sessualità è un fatto insignificante, posso fare di essa ciò che voglio. L’unica esigenza è che se nell’esercizio della sessualità è coinvolto un altro, questi deve liberamente consentirvi. Non è vero che solo l’etero-sessualità è un esercizio umanamente degno: l’esercizio omosessuale ha la stessa dignità e merita lo stesso riconoscimento. Non è vero che esistono solo due sessualità, quella maschile e quella femminile: esiste l’uomo, e la donna, l’uomo che è relativo alla donna, la donna relativa all’uomo, la donna relativa alla donna, l’uomo relativo all’uomo.

E qui si innesta una precisa corrente dell’ideologia femminista. Essa si costruisce precisamente su due affermazioni. Il rapporto originario fra l’uomo e la donna non è un rapporto di reciprocità nell’assoluta uguaglianza della dignità, ma è un rapporto di conflitto nell’affermazione dell’uno contro l’altro. E, seconda affermazione, la vocazione originaria della donna non è né la sponsalità, né la verginità, né la maternità. La donna non deve essere né sposa, né vergine, né madre.

Ma esiste anche una visione in un qualche senso opposta. La sessualità è pura natura che deve semplicemente essere seguita, pena l’infelicità dell’uomo. In linea di principio, ogni "regola" dell’esercizio della sessualità è da considerarsi contraria alla felicità dell’uomo, una indebita oppressione. Il relativismo della prima posizione si abbraccia coll’istintivismo naturalista della seconda e generano quel permissivismo sessuale che è caratteristico della nostra cultura.

La rottura della connessione fra sessualità e persona legittima ormai qualsiasi esercizio della sessualità, delegittimando sempre più la visione della sessualità come dono definitivo di sé, aperto al dono della vita, l’esercizio cioè coniugale della sessualità.

La seconda separazione ha rotto l’armonia fra eros ed amore. E’ questa una grave malattia spirituale, come dirò dopo.

Il terreno su cui questa separazione ha potuto impiantarsi e crescere, è stato l’ingresso nel nostro ethos occidentale di quella visione utilitaristica dell’uomo che, formulata coerentemente e compiutamente per la prima volta da T. Hobbes, è risultata di fatto vincente. Per visione utilitaristica intendo quella concezione dell’uomo secondo la quale l’uomo non dispone di una ragione egemone capace di misurare e ordinare i suoi desideri secondo specifiche virtù. Al contrario: l’uomo è portatore di desideri, passioni, interessi, alla cui soddisfazione la ragione è posta al servizio. Richiamarsi ad una verità scoperta dalla ragione e quindi ad un bene intelligibile secondo cui guidare desideri e passioni, è di fatto una indebita ed infondata limitazione dell’uomo.

Nonostante le apparenze, questa proposta antropologica anziché liberare l’uomo, lo ha ridotto ad un’esistenza senza libertà che non fosse quella di seguire i propri istinti. Lo ha cioè fatto rinunciare alla sua inesauribile tensione alla verità, al suo desiderio di bene, di bellezza, di giustizia. Nel campo della sessualità significò e significa la espulsione della sua comprensione di ogni riferimento alla verità del dono, cioè dell’amore. Rimane solo la dimensione erotica come dimensione egemone.

La separazione dell’eros dall’amore ha così legittimato una visione edonista della sessualità. Ora non c’è dubbio che una visione prevalentemente o esclusivamente edonista lavora nel senso di una separazione della sessualità dal matrimonio e, quindi del matrimonio dalla famiglia. Per quale ragione? perché una visione edonista della sessualità de-responsabilizza profondamente la persona nei confronti della propria sessualità medesima: è un esercizio individualista.

La terza separazione ha rotto il rapporto fra le due capacità insite nella sessualità, in una duplice direzione. La "nobilitazione" della contraccezione ha separato nella coscienza (non solo nel comportamento) la capacità unitiva dalla capacità procreativa. La "procreatica artificiale" ha separato la capacità procreativa dalla capacità unitiva. E così il cerchio si è chiuso. L’amore coniugale non è più orientato al dono della vita sia perché si è pensato possibile un amore coniugale vero e nel contempo chiuso alla vita, sia perché esiste un modo di "produrre" la vita, che prescinde completamente dall’amore coniugale.

Per capire la portata culturale di questa distruzione del concetto di maternità, vorrei richiamare la vostra attenzione su due fatti accaduti in questi anni.

Il ricorso alla procreazione artificiale era stato presentato come rimedio ad una sterilità inguaribile, all’interno di una coppia legittima. Esso è andato progressivamente configurandosi come la possibilità offerta a chiunque ne sentisse il bisogno, di avere un figlio. E’ appunto la logica del "dominio" sulla natura per il soddisfacimento dei propri desideri.

L’altro fatto, solo all’apparenza contrario, sul quale vorrei attirare la vostra attenzione è la nobilitazione della contraccezione. Se non esiste, se non è inscritto nella sessualità umana l’orientamento , la destinazione alla comunione interpersonale fra l’uomo e la donna per il dono della vita, sarà conquista di libertà avere la possibilità di togliere dalla sessualità umana la capacità procreativa. Le due attitudini, "il figlio ad ogni costo" e "il figlio come il male da evitare", nascono dallo steso spirito. La paternità-la maternità non sono dimensioni costitutive dell’amore coniugale. Vale a dire: paternità-maternità, amore coniugale e sessualità umana sono tre grandezze non connesse da alcuna unità interna.

Il risultato ultimo è stato un fatto che penso non fosse mai accaduto nella storia spirituale dell’umanità: è stata mutata la definizione stessa di matrimonio-famiglia. Ora siamo in grado di vedere tutta l’ampiezza di questa mutazione. Se il matrimonio è "l’unione legittima di uomo e donna per il dono della vita", la separazione di "dono della vita" dalla unione legittima e dalla sessualità umana ha distrutto l’istituzione.

E logicamente si è giunti al fatto forse più decostruttivo del rapporto matrimonio-famiglia: la progressiva legittimazione-equiparazione al matrimonio e alla famiglia di qualsiasi tipo di convivenza, anche fra omosessuali. In vari paesi sono già stati riconosciuti diritti legati alle unioni fra omosessuali, di conseguenza si sta promuovendo anche il diritto di quest’ultimi ad avere figli mediante precisamente procreazione artificiale.

La sessualità non implica la definitività perché non è dono della persona. La sessualità non implica alcuna responsabilità dell’uomo verso se stesso e l’altro. La sessualità è unitiva e procreativa solo di fatto, non di diritto. Dunque: ci può essere una unione solo per gioco o piacere; ci può essere una unione omosessuale che ha lo stesso valore di quella coniugale; sessualità - amore - procreazione non sono connessi.

Cioè: ogni legame fra matrimonio e famiglia che non sia un legame puramente di fatto è semplicemente negato. La naturalità della famiglia, l’intimo legame fra matrimonio e famiglia costituito dal dono della vita, così evidenti ad ogni generazione della storia umana, oggi si vanno sempre più oscurando.

3. Il sangue dell’Agnello

Nel testo biblico ciò che segna il confine fra i due spazi, lo spazio della vita e lo spazio della morte, è il sangue dell’Agnello. Che cosa significa questo fatto?

Se l’analisi che ho fatto nel secondo punto della mia riflessione è esatta, non è esagerato concludere da essa che ci attende un’opera di ricostruzione totale della persona umana, più precisamente del rapporto matrimonio-famiglia-vita. Di una ricostruzione che deve accadere in primo luogo nella coscienza che l’uomo ha di se stesso.

Detto in altri termini: che cosa renderà inoffensiva l’opera dell’Angelo sterminatore?

Vado col pensiero ad un’altra casa in questo momento, al Cenecolo. Esiste una profonda somiglianza fra la casa degli Ebrei in Egitto ed il Cenacolo. Ma esiste anche una sostanziale diversità. Cristo coi suoi amici esce dalla casa, entra nella notte in cui domina il principe di questo mondo, per affrontarlo direttamente. E’ di questo "confronto-scontro" che vorrei parlarvi. Reso possibile dal sangue dell’Agnello.

Nella lettura cristiana della pagina vetero-testamentaria il sangue dell’Agnello ha un significato preciso: è l’effusione del sangue di Cristo sulla Croce, il suo atto di amore.

E’ questa effusione, è questo atto di amore che segna il confine tra l’alleanza colla vita e l’alleanza colla morte. E’ questa effusione ciò che ricostruisce la casa dove la vita fiorisce. Per quale ragione? Per due ragioni strettamente connesse.

La prima. I Padri della Chiesa hanno visto in ciò che accadde sulla Croce la perfetta realizzazione di quanto era stato già prefigurato nella coppia originaria. Ascoltiamo quanto scrive S. Agostino "Quando [Cristo] si addormentò sulla Croce fungeva da simbolo, anzi adempiva quanto era stato prefigurato in Adamo. Mentre Adamo dormiva, gli fu sottratta una costola e ci si formò Eva. Così il Signore. Mentre dormiva sulla Croce, gli fu trapassato il fianco dalla lancia e ne scaturirono i sacramenti con i quali s’è costituita la Chiesa. Anche la Chiesa infatti, sposa del Signore, trae origine dal suo fianco, come Eva era stata presa dal fianco di Adamo." [En. in Ps 126,7; NBA XXVIII, pag. 149].

Sulla Croce è ricostruita l’umanità perché viene anche ricostruita l’unità originaria uomo-donna.

La seconda. All’uomo e alla donna che si sposano nel Signore è dato di essere inseriti in questo mistero, di esserne partecipi: gli stipiti delle loro case sono bagnati dal sangue dell'Agnello. Ed è questo che costituisce il vero "confronto-scontro": fra l’avvenimento della "communio personarum" e la sfida dell’individualismo contemporaneo. Ho parlato di avvenimento: allargando sempre più lo spazio della casa si restringe il territorio delle tenebre dove agisce l’angelo sterminatore.

A questo poi deve seguire un triplice impegno soprattutto.

  • L’impegno di rendere testimonianza alla verità. Solo se la verità sulla persona, sul matrimonio e la famiglia sarà detta, il rapporto famiglia-vita si ricostruirà, vincendo la sfida del nichilismo.
  • L’impegno di educare le persone. La scelta educativa come prioritaria è ciò che consente quella ricostruzione della persona di cui parlavo, vincendo la sfida del cinismo.
  • L’impegno sul piano politico. L’ethos di un popolo è in larga misura generato dalle leggi civili. Ciò che è necessario prima di tutto è che la famiglia sia riconosciuta nella sua identità e accettata nella sua soggettività sociale, vincendo la sfida dell’individualismo.