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FERRARA E I GIOVANI - INCONTRO CGIL CISL UIL
4 dicembre 1996

 Penso che sia necessario chiarire subito perché un vescovo si trovi coinvolto dentro al problema oggi affrontato, quello di “costruire una ipotesi di prospettiva di sviluppo culturale e sociale” per i giovani della nostra provincia. Mi trovo ad essere coinvolto non in quanto esperto di politiche economiche e sociali: questo è un campo che non mi appartiene. Sono qui in quanto “esperto di umanità”. Mi spiego subito.
 Prima del problema dell’occupazione, prima del problema della scelta della professione e quindi, in vista di questa, della scuola, prima del problema di ... dove andare a divertirsi sabato sera, esiste nel cuore del giovane un altro problema che precede tutti gli altri e dal quale in un certo senso tutti gli altri nascono? Io penso che esista e che formulerei così: che cosa ho il diritto di sperare dalla vita e che cosa non ho il diritto di sperare? In fondo, tutte le nostre scelte intendono realizzare la risposta che si è data a questa domanda: sono l’espressione dei contenuti delle nostre speranze.
 E qui ci troviamo subito nel cuore del disagio giovanile, che è stato giustamente descritto come “un vuoto di domani”. Se non si vive senza una speranza nel cuore, se la speranza rimanda sempre ad un futuro, il fatto che il giovane oggi sia come de-futurizzato, privato (in un certo senso) di un domani, ci fa capire che la sua condizione è veramente drammatica. Vorrei ora brevemente fare alcune riflessioni su questa condizione giovanile: sulla sua sintomatologia, sulla sua diagnosi, sulla sua terapia. Non a caso ho desunto termini dal vocabolario medico: trattasi si un fenomeno patologico. Credo che nessuno metta in dubbio che il progressivo estenuarsi nel cuore del suo diritto di sperare, a causa di un vuoto di domani, sia una grave malattia spirituale. Non esistono purtroppo solo malattie fisiche e psichiche: esistono anche malattie spirituali.
 1/ Dunque i sintomi. Sarò molto breve nell’indicarli: è più un suggerimento che una descrizione. Uno dei sintomi  più appariscenti e ... gravi è la diffusa fuga dal sociale per rifugiarsi sempre più in un “privato” pieno di sentimenti di rabbia, di inquietudine, di delusione, di aggressività, di violenza. E’ l’emergere di un utilitarismo sempre più radicale, dominante, diffuso. Il giovane porta nelle sue carni, più di ogni altro, la devastante conseguenza di quel principio di separazione fra il pubblico ed il privato, che ora sta dimostrando tutta la sua carica distruttiva.
 Un altro sintomo su cui vorrei attirare la vostra attenzione, molto legato a quello precedente, è l’incapacità o la non-volontà di porre relazioni-definitive: il rifiuto della definitività. La forza della libertà viene estenuata perché ridotta a scelte che possano essere sempre riviste. E’ una sorta di negoziazione o contrattazione sempre più invadente. Si pensi, per capire che non stiamo facendo delle pure teorie ma stiamo descrivendo una situazione paurosamente reale, alla crisi assai grave dell’istituzione matrimoniale sempre più sostituita colla c.d. libera convivenza (cfr. le tabelle sulla tipologia famigliare).
 Un altro sintomo, e mi fermo in questo schizzo di sintomatologia, è la tendenza a rimandare sempre più quelle decisioni che ti portano ad una responsabilità totale di te stesso, una sorta di fuga dalla libertà. Si pensi al fenomeno della presenza sempre più prolungata del giovane in famiglia.
 Dunque: la fuga dal sociale nel privato, fuga dal definitivo nel provvisorio, fuga dalla libertà sono tre sintomi di quella malattia che ho chiamato il “vuoto del domani”.

 2/ Vorrei tentare una breve diagnosi di questa malattia spirituale che stiamo descrivendo. Proviamo a farci una domanda molto semplice: che cosa spegne nel cuore umano la speranza? Che cosa causa un “vuoto del domani”? non è precisamente la difficoltà del mestiere di vivere ed i suoi inevitabili disagi: difficoltà e disagi sono in sé e per sé ambigui. Possono certo alla fine provocare anche disperazione, ma possono anche provocare la nascita di una persona più forte. Che siano l’uno o l’altro dipende da te. Ciò che spegne la speranza è il pensare che non esiste nulla degno di essere sperato: ecco la de-futurizzazione della esistenza, il vuoto di domani e le conseguenti tre fughe di cui ho parlato. Quando una persona si convince che non c’è proprio nulla da sperare? Quando si convince che la realtà nella quale vive è priva di senso; quando si convince che non esiste la forza della giustizia (di bontà) ma solo la giustizia della forza; quando si convince che ciò che piace è sempre bello. In una parola: la speranza nel cuore umano si spegne quando l’uomo di convince che la distinzione fra vero e falso non è importante; che la distinzione fra giusto ed ingiusto si riduce alla distinzione fra utile e dannoso; che la distinzione fra bello e brutto si riduce alla distinzione fra piacevole e spiacevole.
Il cuore in cui dimora il relativismo scettico, l’utilitarismo dominante e l’edonismo non può avere una speranza. E queste non sono le dimensioni essenziali della cultura, nel senso forte del termine, in cui abbiamo (noi adulti) immerso i giovani?

 3/ Ed ora consentitemi qualche .. consiglio terapeutico. Risulta subito chiaro che la scelta più stolta è quella di offrire ai giovani rimedi che li aiutino a “fuggire dalla realtà”. Sarebbe come se uno pensasse di guarire la sete del diabetico dandogli da bere! Ma non mi fermo su questo: non merita più di un accenno.
 Esistono, direi, due strategie di intervento: una che qualificherei di carattere istituzionale ed un’altra di carattere personale.
 Di carattere istituzionale. Le grandi “agenzie” educative in primo luogo sono qui interpellate, la scuola e la Chiesa. Porre al centro delle preoccupazioni il problema giovanile è una esigenza loro intrinseca: la scuola ovviamente per la sua stessa natura e la Chiesa per una scelta che le si impone in questo particolare momento storico. Ma non è tanto su questo che oggi voglio fermarmi, quanto sulle istituzioni che non hanno un carattere propriamente educativo, ma che colle loro decisioni possono esercitare un influsso nefasto o positivo nella soluzione del problema giovanile. Se esso è quello che ho detto, se esso ha i sintomi che ho detto, queste istituzioni devono chiedersi perché esiste questa disaffezione dall’impegno pubblico da parte della maggioranza dei giovani. Devono chiedersi se favoriscono o non favoriscono un contesto normativo ed istituzionale in cui ricompaia la passione per il lavoro, per il rischio dell’impresa libera e quindi per creare nuove possibilità di impiego.
A livello di istituzioni imprenditoriali, ci si deve porre la domanda se accanto alla giusta preoccupazione del bilancio solido dell’impresa, c’è anche, almeno in uguale misura, la preoccupazione di creare nuovi posti di lavoro.
Di carattere personale. Rinnegherei semplicemente tutto ciò che ho detto finora se pensassi che il problema sia soprattutto istituzionale. Non si tratta di questo in primo luogo. E’ la persona del giovane che chiede di essere ricostruita: è un problema culturale, nel senso più grande del termine. Ridonare ai giovani la passione di vivere. Ed per questo che esiste la Chiesa colla sua proposta forte, esigente, grande: l’unica via perché si ricominci a sperare e quindi a vedere nelle difficoltà una grande provocazione per la propria libertà.