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GLI EDUCATORI E LE SFIDE ATTUALI
Incontro con i Professori di Religione
21 marzo 2002

Vorrei chiarire subito quale è l’intenzione profonda della mia riflessione. Aiutarvi a prendere coscienza più profonda della portata culturale del vostro lavoro, della vostra presenza nella scuola. Per "portata culturale" intendo che cosa voi potete dare, in che modo voi concorrete all’assetto spirituale dell’esistenza dei vostri alunni: alla loro visione del mondo, al loro modo di essere liberi.

Tutto ciò presuppone una convinzione oggi in realtà scarsamente condivisa dai teorici e dai politici della scuola. La convinzione seguente: nella scuola si deve istituire un rapporto docente-alunno che non si limiti solo a tecniche ed abilità cognitiva, ma che si configura come offerta di un’ipotesi di lettura della realtà, degna di essere vissuta. Non è questo il momento di dimostrare la verità della teoria educativa cui il presupposto si ispira. L’ho già fatto varie volte. Posso solo presumere che ci sia da parte vostra un consenso al riguardo.

Fatte queste due premesse, che cosa si propone la nostra riflessione e quale ne è il presupposto fondamentale, possiamo entrare in argomento, dividendolo in due parti. Nella prima parte cercherò di individuare quelle che mi sembrano le sfide fondamentali con cui oggi all’inizio del terzo millennio l’educatore è confrontato; nella seconda parte cercherò di dare orientamenti per questo confronto.

1. Le sfide attuali

E’ noto che il dibattito sulla post-modernità è ben lungi dall’essersi concluso nel raggiungimento di risultati interpretativi universalmente condivisi. Sembra tuttavia che si sia raggiunto almeno un punto interpretativo condiviso, che esporrò brevemente. Seguendo la diagnosi e prognosi di F. Nietzsche secondo le quali "il nichilismo come stato psicologico subentra di necessità, in primo luogo, quando abbiamo cercato in tutto l’ "accadere" un senso che in esso non c’è" [in Frammenti postumi, Opere VII/2, Milano 1990, pag. 256], possiamo caratterizzare la temperie spirituale in cui vive oggi l’adolescente e il giovane come mancanza di senso. E’ la situazione in cui ciascuno vive ciò che vive nella convinzione, spesso più vissuta che pensata, che non esiste un senso per cui valga la pena di vivere ciò che si sta vivendo.

In seguito farò qualche esemplificazione. Ora vorrei cercare di esplicitare il contenuto denotato dall’espressione "mancanza di senso" come condizione, assetto spirituale della propria esistenza.

Questa attitudine spirituale che sto cercando di descrivere, è generata dalla perdita di una certezza che ha accompagnato la nostra civiltà occidentale dai greci fino ai nostri giorni: la certezza che la realtà possegga una sua propria intelligibilità e che la nostra ragione sia capace di coglierla.

Questa attitudine spirituale che sto cercando di descrivere, consiste nello smarrimento della serietà che è propria della scelta libera, che è insita nell’esercizio della nostra libertà: essere liberi è un gioco le cui regole possono essere cambiate in ogni momento.

Infine, questa attitudine spirituale che sto descrivendo, ha come effetto l’impossibilità, non la semplice difficoltà, di costruire rapporti veri fra le persone.

Come potete costatare, dell’espressione "mancanza di senso" ho dato le coordinate essenziali: la causa, la natura, la conseguenza. La temperie spirituale in cui vivono i nostri alunni e di cui si nutrono quotidianamente, è una sfida di carattere metafisico; è una sfida di carattere etico; è una sfida di carattere sociale-politico. Mi fermo ora brevemente su ciascuna di esse.

E’ una sfida metafisica. Partiamo da un dato di fatto. Credo che tutti noi abbiamo fatto la dolorosa esperienza come educatori di costatare l’incapacità in molti nostri alunni di essere attenti nel senso più esteso ed intenso del termine alle grandi domande della filosofia, della morale e della religione. A volte anzi notiamo un atteggiamento sprezzante. Essi pensano che tutte le domande siano molto facilmente risolte con un’unica risposta: "ciascuno pensi ciò che vuole". Il "ciò che vuole" significa che ogni risposta ed il contrario di ogni risposta ha lo stesso valore. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a persone incapaci di attivare organi di conoscenza adeguati a cogliere i dati della moralità, della bellezza nelle opere artistiche, della vita dello spirito, della relazione amorosa con l’altro, della dimensione religiosa.

Che cosa è accaduto nello spirito di questi ragazzi? Perché si sono spenti o comunque non sono più in grado di attivare quegli "organi percettivi" che ci fanno vedere i valori morali ed estetici, le verità religiose, la differenza fra mente e cervello, spirito e materia? E’ una domanda a cui ogni educatore deve cercare di rispondere. Ma devo procedere oltre.

E’ una sfida etica. In una poesia di K.Woitila intitolata Nascita dei confessori, si dice: "Ma se c’è in me la verità – deve esplodere / Non posso rifiutarla, rifiuterei me stesso" [inK.Woitila, Tutte le opere letterarie, ed. Bompiani, Milano 2001, pag.87].

In questi due versi è descritta mirabilmente la vera natura della nostra libertà, la serietà drammatica del suo esercizio. La libertà o è l’esplosione della verità che è in me o è la negazione ed il rifiuto di se stessi. Notate bene. L’autore dice "se c’è in me la verità"; non si dice: "se è da me [prodotta] la verità". La libertà è una cosa seria solo se nella nostra persona abita la verità: se la verità è stata fatta propria dalla persona. Una volta che questa assimilazione è accaduta, la verità ti cattura. Negare con la propria scelta libera ciò che si è affermato colla propria ragione, è rinnegare se stesso. La vera sfida etica che oggi viene lanciata a noi come educatori non deriva principalmente dai concreti comportamenti devianti o trasgressivi. Deriva in sostanza dal non cogliere più la differenza essenziale fra una scelta libera buona e una scelta libera cattiva, dovuta alla negazione verità. Non si coglie più, per fare qualche esempio, la differenza fra la castità e l’assenza di pulsioni sessuali, fra la norma morale negativa ed un’inibizione psicologica, fra ciò che è giusto e ciò che è utile, fra spontaneità e libertà.

In quanto educatori, siamo ex officio per così dire, chiamati a prenderci cura dell’uomo. Ora – ne sono sempre più convinto – la vera tragedia oggi per l’uomo è l’aver perso la consapevolezza della vera radice e grandezza della libertà.

E’ una sfida sociale – politica. E’ diventato ormai un luogo comune: la difficoltà, la impossibilità anzi di costruire e di realizzare una vera "communio personarum". Ci si accontenta più semplicemente di far coesistere più o meno provvisoriamente egoismi opposti. Questa condizione pone domande drammatiche: quale è la verità sull’amore e sul dono? Quale è l’ultima parola che al riguardo si può dire? Che cosa alla fine spiega il fatto di un Massimiliano Kolbe, degli sposi che si amano per tutta la vita? Ci incontriamo con un pensatore come U. Galimberti, ben lontano dalle nostre posizioni, che scrive "proprio nell’eccesso espressivo che è tipico di ogni incontro d’amore, bisogna cercare un’eccedenza, un’ulteriorità di senso al di là di ogni collaudata misura. E allora si scoprirà che ultima conoscenza sul labbro delle domande ultime, amore domanda la genesi del mondo, della materia, della vita, del male, della distruzione, della corruzione" [su La Repubblica, 5 marzo u.s.]. Vedete che il cerchio si è rinchiuso ancora sulla domanda metafisica.

L’espressione "mancanza di senso" usata come indicativa nella temperie spirituale in cui vivono i nostri alunni, è carica dunque di molti significati. Essa indica l’assetto, sarebbe meglio dire il dissesto culturale in cui l’esistenza dei giovani oggi trascorre.

2. Orientamenti per il confronto

Vorrei ora dare alcuni orientamenti per indicare come muovervi dentro a questa situazione. Prima però devo fare due premesse di una certa importanza.

La prima. Non stiamo cercando nuovi modi di compiere il proprio lavoro; non vi sto indicando nuovi impegni da assumervi. Il mio compito è molto più semplice e profondo: aiutarvi a compiere semplicemente con più consapevolezza ciò che state già facendo.

La seconda. La temperie in cui oggi vive il giovane è una temperie anti-religiosa. Non ho detto "anti-cristiana": è anti-religiosa. E’ necessario quindi che abbiamo ben chiaro la natura ed il senso della domanda religiosa e quindi della dimensione religiosa della vita. Non voglio insistere ulteriormente su questo punto. E vengo subito all’offerta di alcuni orientamenti. Mi limito a tre.

a. Il primo di carattere negativo: non basta la testimonianza; è assolutamente necessario il pensare ed il ragionare. Mi spiego. La testimonianza testifica un fatto che poi, accolto, chiede di essere compreso. Gli apostoli annunciarono il fatto di cui furono testimoni e ne vollero comprendere il senso, ricorrendo alle Scritture quando lo annunciavano agli Ebrei.

b. La vera "preoccupazione" dell’educatore dentro ad una situazione come quella descritta sopra è di fare attento l’uomo a se stesso. E’ la via di Agostino: l’uomo facendo attenzione a se stesso, scopre molte verità indubitabili circa la realtà della propria persona, della propria libertà, del proprio desiderio. E’ un risveglio di un "se stesso" che giace come addormentato.

c. La fedeltà ai contenuti della proposta cristiana presentati secondo la loro intrinseca intelligibilità e connessione è decisiva nel rapporto educativo, nonostante che molti oggi pensino il contrario. La narrazione biblica non basta; è necessaria una reale penetrazione intellettiva [fides quaerens intellectum]. Ciò che è insegnato è la religione cattolica.

Concludo. Non c’è dubbio che le sfide cui oggi l’educatore deve far fronte hanno assunto una radicalità inedita. Ciò spiega l’inevitabile incertezza e difficoltà di costruire veri rapporti educativi. Credo tuttavia che la consapevolezza della situazione in cui ci troviamo sia il punto di partenza, la condizione sine qua non di quella costruzione. La mia riflessione si proponeva soprattutto questo: rendervi coscienti delle sfide cui dovete far fronte, e quindi della grande portata culturale del vostro lavoro.