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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


La nascita del senso religioso nell’ethos della famiglia
1985


Domandandosi se la Chiesa possa battezzare un bambino contro la volontà dei suoi genitori, san Tommaso risponde negativamente, adducendo come ragione fondamentale che il bambino “postquam ab utero egreditur, antequam usum liberi arbitrii habeat, continetur sub parentum cura si cut sub quodam spirituali utero” (2, 2, q. 10, a. 12). Il tema della mia riflessione è già indicato: intendo meditare su questa presenza, su questa abitazione del figlio dell’uomo in un “utero spirituale”, dal quale viene umanamente nutrito, nel quale accade la nascita della persona umana in senso pieno.

 

Debbo, tuttavia, precisare subito che è della nascita o dell’accesso al senso religioso che parlerò, limitando la mia riflessione a questa dimensione della persona umana, che, per altro, è quella fondamentale. Della nascita del senso religioso dentro all’ethos della famiglia.

 

1. Credo necessario, come primo momento della mia riflessione, tentare di individuare, di definire nella sua sostanza il senso religioso: non attraverso una riflessione astratta, ma sulla base della esperienza di fede biblica. Né, in questo modo, ci si limita ad una definizione di senso religioso valida non universalmente. La Bibbia, infatti, intende illuminare l’esperienza dell’uomo come tale (cfr. Rom. I, 19-20).

A me sembra che nella sua sostanza, il senso religioso possa essere definito come la percezione della infinita differenza qualitativa fra Dio e l’uomo nella radicale appartenenza dell’uomo a Dio, e reciprocamente. Le coordinate essenziali cioè, della esperienza religiosa sono due: l’infinita differenza e l’appartenenza-dipendenza. Due coordinate che, nella concreta esperienza religiosa, si danno l’una nell’altra, in una polarità inscindibile. Laddove o Dio non è più riconosciuto come Dio (nella sua infinita differenza) o l’uomo non è più riconosciuto come da Lui radicalmente dipendente, dipendente cioè nel suo essere stesso, l’autentica esperienza religiosa si dissolve o in una visione monistico-panteistica o in una visione dualista ed, alla fine, atea.

La riflessione, dunque, che intende capire la esperienza religiosa deve muoversi entro questo spazio: lo spazio delimitato dalla infinita differenza (dalla santità di Dio, nel vocabolario biblico) e, congiuntamente, dalla appartenenza-dipendenza dell’uomo (dal timore di Dio, nel linguaggio biblico).

Che cosa significa “infinita differenza”? In fondo significa che Dio solo è e che le creature non sono, non nel senso che la creatura sia una sorta di modificazione dell’Essere, che è Dio, ma nel senso che l’essere di ciascuno di noi, anzi il nostro esserci è assolutamente gratuito, non necessario. E perciò, la percezione della infinita differenza non può darsi che in connessione con la percezione del nostro essere — stati creati da Dio, del nostro esserci come dono di Dio. Approfondendo questa originaria esperienza e della infinita differenza e della gratuità del nostro esserci, scopriamo che il senso religioso implica una consapevolezza della nostra libertà e la messa in atto della medesima nella sua decisione più profonda. Nel momento stesso, infatti, in cui la persona umana esperimenta se stessa come dono, come pura gratuità, essa è per ciò stesso collocata davanti ad una Libertà che l’ha posta in essere, davanti ad un Tu Assoluto che, liberamente la chiama all’essere. Si vede, allora, come nella visione, nella percezione originaria in cui si esprime il senso religioso sia tutta la persona umana ad essere coinvolta: il suo intelletto che riconosce l’infinita differenza e la sua libertà che consente al suo essere di persona chiamata da un Tu Assoluto. La verità del proprio essere, per essere conosciuta ed affermata esige un atto di libertà; la libertà, per esprimersi originariamente, suppone ed implica la verità del proprio essere, riconosciuto ed affermato come essere-creato. San Paolo parla dell’uomo che ha smarrito il senso religioso nella idolatria, come di uomini “che soffocano la verità nella ingiustizia” (Rom. 1, 18): tutto questo passo si sostiene e si sviluppa sulla connessione fra conoscenza-riconoscenza, verità-giustizia e, per contrario, ignoranza-non glorificazione, errore-ingiustizia. Santa Caterina da Siena, in una delle sue preghiere, dice “si conviene che l’anima abbia volontà di conoscere, con la quale volontà apre l’occhio dell’intelletto e allora, tu, vero sole, entri nell’anima e la illumini di Te” (Or. VIII, 71-73; ed. Cavallini, p. 86).

Quando, al contrario, l’essere della creatura, il nostro esserci è percepito o come necessario frammento di un Tutto nel suo svolgimento (Hegel) o come evento casuale nella sua anonimità (visione scientista), la naturale dialettica di verità e libertà nell’uomo si spezza, rendendo impossibile ogni autentica esperienza religiosa. Poiché non si percepisce più il nostro essere come radicalmente chiamato da un Tu assoluto e posto continuamente di fronte ad esso.

 

2. Dopo questo tentativo di descrizione schematica di ciò che intendiamo per senso religioso, possiamo porci la domanda fondamentale di questa riflessione: che rapporto esiste fra l’ethos familiare e la nascita del senso religioso, anzi, più concretamente, dell’homo religiosus?

Già Aristotele notava che il pensiero nasce dalla meraviglia, dallo stupore. Meraviglia di che cosa, stupore per che cosa? meraviglia e stupore di fronte all’essere delle cose, anzi, soprattutto, per l’essere di ciascuno di noi. Poiché, in fondo, la domanda fondamentale, l’unica domanda che fa nascere il pensiero è la seguente: perché sono, perché l’esserci della mia persona e degli altri, piuttosto che il niente?

Si faccia bene attenzione che in una cultura come la nostra dominata non dal pensare ma dal sapere tecnico, quella domanda sembra priva di senso. Ciò, infatti, che ci preoccupa non è il fatto originario che le cose sono, ma di sapere ciò che le cose sono al fine di poterle dominare ed usare. Una montagna è “ciò che” può essere difficilmente scalato e può offrire buone prospettive economiche per sport invernali; una persona umana è “ciò che” fa nella società e così via, il pensare, al contrario, non è risposta, prima di tutto, al la domanda “che cosa è?” questo o quello, ma alla domanda “perché esiste qualcosa?”: è — insomma — la domanda sull’essere.

Questa domanda, tuttavia, acquista una densità nuova quando ha per oggetto se stessi: “perché io sono?”.

A questa domanda, la scienza è assolutamente incapace di dare una risposta. Ciò che essa può dire, è il richiamarsi a leggi biologiche generali. Da questo punto di vista, il mio essere trova spiegazione nell’incontro di un ovulo e di uno spermatozoo. Ma è chiaro che se in questo modo si spiega bene l’esistenza di un organismo, non si spiega affatto l’esistenza di un io, di una coscienza, di una persona in una parola. Poiché non si rende ragione dell’interiorità unica della persona mediante un processo obiettivo in terza persona. Ciò che la persona è, il suo essere unico e irripetibile, non può trovare spiegazione biologicamente, poiché è indifferente al processo biologico che io venga all’esistenza piuttosto che un altro.

È l’essere della mia persona, l’essere di ogni persona che stupisce e meraviglia: essere unico ed irripetibile, essere non riconducibile perciò — nella irripetibile unicità — ad un processo generale, essere, dunque, contingente e non necessario. È, ma poteva anche non essere.

La risposta ultima a questa domanda è percepita, è colta precisamente nell’autentica esperienza religiosa, così come abbiamo cercato di descriverla nel primo punto.

La contingenza e l’unicità irripetibile dell’essere personale, di ogni essere personale, trova la sua spiegazione nella Libertà creatrice di Dio. Sono, perché Dio ha liberamente voluto che io fossi: il mio essere personale si svela alla sua radice come dono, come essere gratuito continuamente chiamato dal Tu divino. Tutto ciò significa che la radice di ogni essere personale è l’Amore di pura gratuità. Si comprende ora meglio che la verità del proprio essere può essere svelata solo dalla libertà che non rifiuta di essere un io posto in essere dal Tu assoluto e che la libertà della persona può sostenersi ed affermarsi solo sulla roccia della verità del proprio essere.

Come ogni esperienza fondamentale, questa non è propria solo del pensatore, del filosofo di professione. Essa è vissuta da ogni uomo, è svelata non solo “ai saggi e ai sapienti, ma ai piccoli”: questo svelamento accade precisamente nell’ambito dell’ethos familiare.

Certamente la domanda sull’essere, la domanda matafisica, di cui ho parlato, non emerge subito nella coscienza del bambino: la coscienza del bambino non si sveglia con questa domanda. E, tuttavia, essa è già presente, domanda e risposta, alla prima alba del suo spirito e della sua coscienza. In che senso ed in che modo?

«Il suo io emerge cosciente nell’esperienza del tu: al sorriso della madre, per grazia del quale egli esperisce che è inserito, affermato, amato in qualche cosa che incomprensibilmente lo cinge, già reale, e che lo custodisce e lo nutre. Il corpo al quale si stringe, soffice, caldo e nutriente guanciale, è un guanciale amoroso in cui si può rifugiare perché era già stato prima il suo rifugio. L’aprirsi della sua coscienza è tardivo a paragone di questo mistero abissale che lo anticipa in una prospettiva incalcolabile. La coscienza vede entro limiti ciò che là c’era da tempo e lo può quindi soltanto confermare.... L’esperienza dell’entrata concessa in una realtà che ti protegge e ti abbraccia resta qualcosa di non più superato dall’ulteriore coscienza che succede, cresce e matura» (H. U. von Balthasar, Gloria, vol. 1, ed. Jaka Boock, p. 549-550).

Vorrei tentare di esprimere la stessa verità con altre parole. L’esperienza metafisica e religiosa, al contempo, fondamentale si trova già originariamente vissuta nel rapporto che si istituisce fra la donna e il suo figlio.
L’esperienza metafisica-religiosa: il proprio essere, nella sua contingenza e nella irripetibile unicità, esperito come voluto da un tu personale per amore. La “differenza” fra l’essere personale che è voluto e l’essere personale che vuole è qui già percepita e vissuta; una differenza che non pone, non causa estraneità, ma la più profonda delle appartenenze.

Questa esperienza originaria è la culla, la fonte del senso religioso, la cui maturazione esigerà certo passi successivi, ma sempre su questa base, dal momento che in quella esperienza originaria si ha già in nuce la percezione della realtà propria del senso religioso.

Non è tema di questa riflessione mostrare questo progressivo maturarsi del senso religioso, poiché ci era stato chiesto di riflettere sulla sua nascita. Vorrei solo concludere questo secondo punto richiamando due conseguenze che scaturiscono da quanto abbiamo detto.

La prima. Se la nascita del senso religioso è così strettamente connessa con l’originaria esperienza che il bambino vive di essere voluto da sua madre, allora penso che si abbiano buone ragioni per affermare che se ad una persona umana non è dato di vivere questo rapporto, essa normalmente, generalmente parlando, troverà maggiori difficoltà nella formazione del suo senso religioso.

La seconda. Se la riflessione precedente non è del tutto priva di senso, essa ci fa intravedere lo stretto rapporto esistente fra la Rivelazione che Dio fa di se stesso e il consenso a questa Rivelazione da una parte e, dall’altra, il mistero di fecondità femminile. E sarebbe questo un punto da approfondire per intravedere la verità intera del mistero della donna nell’ordine della creazione e della salvezza.

 

3. Il titolo di questa conferenza parla di “ethos” familiare, in quanto è nell’ethos della famiglia che nasce l’homo religiosus. È di questo che il terzo punto della mia relazione parlerà.

E cominciamo con il chiarire il concetto di ethos. Se non vado errato con esso, originariamente, si indica una abitazione, una casa per l’uomo. Ma nel linguaggio comune, esso indica una dimensione, una esperienza fondamentale di ogni persona umana, appunto la dimensione e l’esperienza della eticità. E fra i due significati esiste un rapporto.

L’eticità, infatti, è quella dimensione essenziale della persona umana in forza della quale essa comprende se stessa ed ogni altra persona umana come soggetto chiamato a realizzare la propria verità, la verità intera del suo essere personale-umano. L’eticità è la scoperta che la persona umana fa di se stessa come essere che non ha prezzo, perché ha una dignità. E, pertanto, l’esigenza etica fondamentale può essere espressa in questi termini: ad ogni persona umana (a se stessi - agli altri) è dovuto incondizionatamente ed assolutamente il riconoscimento del suo essere persona.

È per questo che, mediante e nell’esperienza etica, la persona umana percepisce un Assoluto che, immediatamente, è la stessa persona ma in quanto è voluta per se stessa dalla libertà creatrice di Dio. Mediante e nella esperienza etica, l’uomo intravede e la sua radicale ed esclusiva appartenenza a Dio e l’amore gratuito, creativo di Dio. Tutta la legge — come ci insegna il Signore — è sintetizzata, perciò, nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo come se stessi.

Si ha tutta una linea di pensiero cristiano (da Agostino a Newman) che vede nell’esperienza etica la forma più alta della Rivelazione naturale che Dio fa di se stesso all’uomo (cfr. Gaudium et Spes, 14).

Tenendo presente questo schizzo di riflessione, comprendiamo perché in essa sia salvato il significato originario del termine ethos.

La “casa dell’uomo”. Immediatamente, è vero che l’uomo si costruisce la sua casa col proprio lavoro. La casa intesa in senso ampio: è mediante il lavoro che il mondo diventa un luogo abitabile per l’uomo. Ma ci sono case che in realtà restano deserto: quando in esse non si realizza una presenza. Il lavoro, come tale, in senso oggettivo direbbe la Laborem exercens, non è in grado da solo di costruire una casa dell’uomo. Questa è veramente costituita quando fra le persone umane si costituisce una accoglienza reciproca, un riconoscimento reciproco, quando ciascuno è accolto e riconosciuto nel suo essere persona. (“Fin che eravamo schiavi, eravamo estranei alla casa di Dio. Siamo divenuti familiari della sua casa, quando siamo divenuti figli”). Questa accoglienza, questo riconoscimento è, appunto, ciò che costituisce l’etica. È, dunque, l’etica il luogo, la casa dell’uomo, perché è mediante l’etica che accade l’avvenimento della presenza.

La prima casa dell’uomo, in questo senso profondo, è costituita dalla famiglia, ma dalla famiglia nella sua sostanza etica, dall’ethos familiare. E siamo ora in grado di comprendere che cosa significhi “ethos familiare”. Esso è un modo particolare con cui si realizza il rapporto inter-personale, un modo specifico.

Quale è la sua specificità? A me sembra che essa possa essere descritta in questo modo. La famiglia, in quanto comunità più ampia della comunità matrimoniale, si costituisce con la venuta all’essere del figlio. Essa si costituisce quando la donna riconosce che il frutto del suo congiungimento sessuale con l’uomo, concepito sotto il suo cuore, non è una parte del suo organismo, ma è una persona distinta da lei: è un altro. Ma, nello stesso tempo, riconosce che esso appartiene alla stessa umanità.
È un altro uomo, da lei accolto, alla cui esistenza essa consente, perché esige di essere accolto. A cui consente perché lo ama. Consente, perché la donna esperimenta che un figlio le è stato donato (rapporto immediato con il padre del concepito ed, ultimamente, con Dio). Si ha un ethos, dunque, ma un ethos del tutto unico. La sua unicità è costituita dal fatto che qui ci troviamo all’origine, alla fonte stessa dell’umano; di fronte alla persona, nell’atto stesso del suo sorgere.

A questo punto, tutte le riflessioni fin qui condotte si concentrano in unità, in un unico centro. La nascita dell’homo religiosus avviene nell’ethos familiare poiché questo è precisamente costituito dal riconoscimento dell’altro come essere personale donato da una libertà creatrice e, reciprocamente, dal porsi di fronte ad un tu che lo ha voluto per libero amore. L’ethos familiare è la “casa” originaria dell’uomo poiché è il simbolo originario della nostra appartenenza al Dio infinitamente Santo.

In una parola; l’ethos familiare è la vera culla dell’umano come tale. È, appunto, quell’utero spirituale di cui ha parlato Tommaso.

Alcune conseguenze. Si coglie il valore, la dignità della comunità familiare e, quindi, si capisce che il dissesto di essa è la base e la premessa di ogni dissesto dell’umanità dell’uomo. Si coglie tutta la povertà culturale di quelle antropologie che hanno visto la genesi dell’umano, nella sua originarietà, altrove che nell’ethos familiare (per es. il marxismo). Si comprende, infine, quale significato devastante abbia sull’uomo la introduzione dell’aborto, elevato già a diritto ed espressione della libertà.

La sintesi conclusiva di questa riflessione la troviamo nel Salmo 130. L’ethos familiare è il simbolo reale della speranza di Israele nel Signore, della sua appartenenza al Santo e, dunque, della sua consistenza.