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IL DONO DELLA VITA: COME?
Giornata per la vita - Convegno del SAV
Ferrara 2 febbraio 2003

La ragionevolezza dell’affermazione che "l’uomo ritrova se stesso solo nel dono sincero di sé" è qui data per dimostrata. La mia riflessione cerca una risposta alla domanda se e come la realizzazione del dono che una persona fa di se stessa implica anche il suo corpo. In breve, l’oggetto della mia riflessione è il seguente: dono di sé e corpo.

1. Inizio da una premessa che è anche fondamento a tutta la riflessione seguente: ciò che ci permette di conoscere l’esserci di una persona umana è il suo corpo. E’ il corpo il segno della persona. Quest’affermazione trova una singolare ed imprevedibile conferma nel mistero del Verbo incarnato: l’essere nel mondo da parte della persona del Verbo diventa visibile quando Egli diventa carne.

Questa affermazione che costata un dato ovvio della nostra esperienza quotidiana, nasconde difficili problemi di antropologia, che non è ora il caso neppure d accennare. Mi limito a formularne uno perché la sua soluzione è di decisiva importanza per cogliere la connessione fra auto-donazione della persona e corpo. Il fatto che il corpo significhi la persona implica che fra il nostro io e il nostro corpo esista un rapporto non solo estrinseco, quale è per esempio il rapporto che esiste fra il proprietario e la cosa posseduta. Dire che la persona umana ha un corpo non dice interamente la verità: occorre dire che è anche il suo corpo. La determinazione di questo rapporto non può essere ora affrontata. Mi limito all’essenziale: la persona umana, il nostro io è costituito dallo spirito che ciascuno di noi è; da esso spirito procedono non solo le facoltà superiori della intelligenza e della volontà e relativa attività, ma anche le attività proprie della vita vegetativa e sensitiva, in quanto è principio vitale del nostro corpo.

Dato che il corpo è un corpo-persona o – se più piace – che la persona umana è una persona-corpo, ogni violenza fatta al corpo è una violenza fatta alla persona.

2. Alla luce di questa unità della persona col suo corpo, la realizzazione morale della persona coinvolge anche il suo corpo. Per realizzazione morale intendo quella che la persona umana ottiene mediante il compimento del bene morale. Ed infatti una delle quattro virtù morali [le forze, i dinamismi che consentono precisamente alla persona di fare il bene] è la temperanza. Che cosa è la temperanza? Essa è la personalizzazione del corpo, la sua umanizzazione. Il nostro corpo che è unito alla persona, non vivrà la sua verità se il nostro io non imprimerà in tutte le fibre della nostra carne le esigenze proprie della persona. La temperanza è l’impronta delle esigenze proprie della persona dentro ai suoi meccanismi psico-fisici, impronta che li rende capaci di realizzare ed esprimere ciò che è proprio della persona.

Che cosa è "proprio" della persona? In che cosa la persona si realizza e quindi si esprime eminentemente? Come è già stato detto, nel dono di se stessa. Nella Bottega dell’Orefice, l’opera drammatica dei K. Woitila, l’Orefice – che rappresenta la voce della coscienza – presentando le fedi d’oro a Teresa e ad Andrea, esprime in questo modo il loro simbolismo: "il peso di queste fedi d’oro/… non è il peso del metallo. /Questo è il peso specifico dell’essere umano/, di ognuno di voi/ e di voi due insieme" [in K. Woitila, Tutte le opere letterarie, ed. Bompiani, Milano 2001, pag. 789]. La capacità del dono è il peso specifico dell’uomo: il dono di sé è il suo destino.

La cosa grande insegnataci dal cristianesimo è che di questo peso specifico partecipa anche il corpo: in questo destino è coinvolto anche il nostro corpo.

In che modo ne diventa partecipe? Nella modalità propria dell’amore coniugale; nella modalità propria della verginità consacrata. Sono le due modalità proprie dell’autodonazione della persona.

L’amore coniugale è la sintesi di due esistenze che diventano una sola carne; l’amore verginale è la costruzione di un vincolo con Cristo, tale che Egli da solo diventa il senso intero della propria vita, l’assolutamente necessario. Sia nell’uno che nell’altro caso il corpo diventa la trasparenza dell’atto della persona: significa e realizza l’unità degli sposi; significa attraverso la continenza verginale l’esclusività del rapporto a Cristo.

L’amore coniugale e l’amore verginale "prendono corpo" mediante la castità, rispettivamente coniugale e verginale. La castità è il sigillo impresso nel corpo dalla libertà della persona intesa come capacità di amare: la castità è il linguaggio dell’amore e del dono. "Senza di essa il corpo resterà sempre "esterno" alla persona, diventando un ostacolo terribile alla sua piena realizzazione. La castità fa dunque entrare il corpo … nella libertà dell’amore spirituale umano. Lo spirito può allora raccogliervi la sua forza, conferendogli la propria trasparenza, nel senso che il corpo divenuto personale è liberamente donato nell’ardore di uno slancio" [P. Haegel, Le corps quel dofi pour la personne?, ed. Fayard, Paris 1999, pag. 285: trad. nostra].

Identificare castità e continenza, riducendo la prima alla seconda, è un errore antropologico ed etico grave, che ha conseguenze pedagogiche disastrose. Essere un buon pianista significa non semplicemente non sbagliare esecuzioni: significa eseguire in modo perfetto. La castità è il linguaggio dell’amore, anche quando – come è il caso della verginità – esige anche la continenza perfetta perpetua. In fondo, il corpo casto è il corpo plasmato dall’amore.