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LA CASA DELL’UOMO E PER L’UOMO
Convegno del Servizio di Accoglienza alla Vita
Ferrara, Sala Estense, 3 febbraio 2002

Meditando durante questa giornata sulla dignità di ogni persona umana, sul riconoscimento dovuto alla persona umana, non è riflessione secondaria in questo tema quella sulla casa dell’uomo e per l’uomo. Il termine "casa" ha qui infatti significato simbolico: esso in sostanza connota "ciò in cui" la persona umana realizza se stessa. Ho usato intenzionalmente una terminologia generica "ciò in cui …" perché lo scopo della mia riflessione è precisamente di dire quale è "la casa dell’uomo e per l’uomo".

1. Il secondo capitolo della Genesi riferisce le prime due parole dette da Dio all’uomo. La prima: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando ne mangiassi, certamente morirai". E’ l’affermazione della posizione dell’uomo di fronte al suo Creatore, come soggetto libero che riconosce la sovranità del Creatore sull’esercizio della propria libertà medesima. E’ un soggetto collocato in un’originaria relazione con Dio. La seconda: "Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile". Il bene della persona è nel suo essere con un’altra persona; la persona umana è costitutivamente relazionata all’altro, e la pienezza del suo essere si realizza a secondo della qualità di questa relazione.

Dunque, l’uomo è collocato dentro alla relazione con Dio; è collocato dentro alla relazione con l’altro. Questa duplice relazione è la dimora dell’uomo; è la dimora per l’uomo. Uscendo dalla prima relazione, l’uomo è esposto e condannato a morire; uscendo dalla seconda relazione non si realizza pienamente.

Prima di procedere vorrei fare un’osservazione assai importante riguardante la relazione inter-umana. La relazionalità della persona umana viene scoperta dall’uomo, secondo il testo biblico, non in un qualsiasi modo: è scoperta mediante la persona-donna. La cosa dona molta materia di riflessione. La relazione è scoperta e si afferma nella diversità dentro alla uguaglianza nella dignità: relazionarsi non significa negare la differenza. La relazione viene scoperta attraverso il corpo, il quale pertanto non è qualcosa di accidentale alla persona, ma ne è il linguaggio ed il simbolo reale.

2. Riprendiamo ora la nostra riflessione. Si può leggere tutta la storia umana come la costruzione della giusta relazione con Dio e della giusta relazione con l’altro: la costruzione della sua dimora. Da che cosa è mossa questa costruzione? Quale desiderio naturale dell’uomo la sottende? Si può rispondere dicendo che è il desiderio di "pienezza di essere" che spinge l’uomo alla costruzione della sua dimora. Più precisamente: ricerca di un fondamento ultimo del proprio esserci, tale che sia possibile affermare che il nostro esserci non è dovuto né al caso né ad un’indecifrabile necessità. E’ costruzione di una comunione interpersonale nella quale il bene proprio coincide col bene dell’altro.

Quali possibilità l’uomo ha di terminare bene la costruzione della sua casa? Nella ricerca del significato ultimo, la ragione umana non ha sopportato di rimanere in attesa, ma ha voluto essa stessa, colla sua misura, porre il senso ultimo: è caduta nella idolatria. Nella ricerca della comunione interpersonale, essa ha sempre vacillato come fra i due opposti estremi o dell’esaltazione dell’individuo o della supremazia della comunità sul singolo. Nel primo caso la comunità umana non è più che la coesistenza regolamentata di opposti individui; nel secondo caso la comunità umana è una sorta di tutto di cui i singoli sono una parte. Nel primo caso il bene del singolo è tendenzialmente in contrasto col bene dell’altro; nel secondo caso il bene del tutto è l’unico vero bene. In breve: o esiste un uomo senza casa o esiste una casa senza l’uomo.

La storia umana documenta attraverso i suoi pensatori essenziali questo profondo disagio della ragione. Essa non può non porsi la domanda ultima, ma nello stesso tempo è essa stessa a costruirsi le risposte. Scrive S. Tommaso: "La verità che la ragione potrebbe raggiungere su Dio sarebbe di fatto per un piccolo numero soltanto, e dopo molto tempo e non senza mescolanza di molti errori. D’altra parte, dalla conoscenza di questa verità dipende tutta la salvezza del genere umano, poiché questa salvezza è in Dio" [1, q.1, a.1c]. Il bisogno di comunione è ben più che coesistenza pacifica. Aristotele scrive: "Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia e il più alto livello di giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia" [EN VIII, 1,1155a]. ed ancora: "L’amicizia perfetta … è l’amicizia degli uomini buoni e simili per virtù: costoro, infatti, vogliono il bene l’uno dell’altro, in modo simile, in quanto sono buoni, ed essi sono buoni per se stessi" [VIII, 3, 1156b].

3. Alla costruzione della casa che l’uomo tenta di compiere, Dio viene incontro in modo imprevedibile: la risposta di Dio è la Chiesa.

La rivelazione cristiana svela pienamente l’uomo all’uomo: siamo stati creati per essere introdotti nella stessa comunione divina trinitaria. Cristo, il Verbo incarnato è morto e risorto perché in Lui formassimo una vera comunione interpersonale in questa unità delle tre Persone divine. Ora esiste un luogo in cui questa unificazione accade già: è la Chiesa. "Dimora di Dio fra gli uomini" [cfr. Ap 21,3], essa diventa la dimora, la casa dell’uomo nella quale questi è famigliare di Dio.

La risposta al desiderio di comunione con Dio e con ogni uomo è la Chiesa.

Essa è posta dentro alle divisioni umane come realtà di comunione perché rende partecipe l’uomo dello stesso vincolo che unisce le persone divine del Padre e del Figlio: lo Spirito Santo. Ma nello stesso tempo, questa realtà è collocata dentro ad una storia di idolatria e di divisione: la costruzione della casa dell’uomo e per l’uomo accade all’interno di questo contrasto, di questa "permixtio" direbbe Agostino. La costruzione quindi è opera della conversione dell’uomo, e non a caso il Vangelo usa spesso le immagini spaziali dell’essere "fuori" o "dentro" il Regno, il recinto dell’ovile, la sala del banchetto di Nozze.

Commentando l’espressione biblica "e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque" [Gen 1,2], Agostino scrive: "A chi dirò, come dirò quanto pesi la concupiscenza che trascina nei dirupi dell’abisso e quanto ci innalzi la carità a opera dello Spirito … A chi e come dirlo? Non si tratta infatti di luoghi, nei quali essere inghiottiti per riemergere … Sono i nostri sentimenti, sono i nostri affetti, l’impurità del nostro spirito che ci trascinano in basso con l’amore delle cose terrene, ed è la sua santità che ci solleva verso l’alto con amore della sicurezza … e giungiamo alla pace suprema" [Confessioni XIII, VII 8; ed. Fond. Valla, vol. V, pag. 77-79]. È la docilità allo Spirito Santo che introduce l’uomo dentro alla sua dimora definitiva.