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SCUOLA E FAMIGLIA: principi e prospettive di cooperazione
Istituto San Vincenzo - Ferrara
4 settembre 2002

La scelta del tema che sarà oggetto della vostra riflessione in questi giorni, è stata una scelta intelligente. Il rapporto di cooperazione educativa scuola-famiglia è chiave di volta nell’edificio di una vera comunità scolastica educante. E’ infatti una convinzione costante della Chiesa che il soggetto educante originario ed insostituibile sia la famiglia, e che – di conseguenza – ogni altro si concepisca in aiuto alla famiglia stessa.

Detto però questo, che comunque costituisce la stella polare immobile che deve orientare tutta la nostra riflessione, non è difficile costatare che la realizzazione del rapporto scuola-famiglia ponga oggi problemi non facili da risolvere. Vorrei offrivi un piccolo contributo al riguardo.

Per dare un certo ordine alla mia riflessione, mi servirò del paradigma del "patto educativo" che si istituisce al momento in cui una famiglia chiede alla nostra scuola di educare il proprio figlio.

Sulla base di questo paradigma rifletteremo dapprima sui due partners del patto, e poi sulla realizzazione del patto stesso. E quindi la mia riflessione si articolerà in tre punti.

1. La famiglia "versus" la scuola

E’ necessario che abbiamo chiaro chi è concretamente il soggetto che chiede di costituire il patto educativo; quali sono cioè le varie e fondamentali tipologie di famiglia.

La prima figura è quella della famiglia che ha una precisa volontà di educare nella fede il proprio figlio, e quindi chiede alla scuola cattolica l’istruzione [fine primario parziale della scuola come tale], ma un’istruzione che sia integrata dentro una completa proposta educativa cristiana [fine primario ultimo della scuola cattolica].

La seconda figura è in un certo senso all’estremo opposto della precedente. Dalla scelta della scuola cattolica è assolutamente assente ogni motivazione di fede. La scelta è motivata da ragioni di convenienza che vanno dalla constatazione che comunque la scuola cattolica funziona meglio , a motivazioni di ordine semplicemente organizzativo. Questa seconda figura può spesso suddividersi in una duplice sottofigura: la scelta si configura come sopra ho detto perché non esiste in famiglia nessun preciso progetto educativo; oppure perché si ha solo la preoccupazione per una buona istruzione.

La terza figura è più difficilmente precisabile perché si situa fra i due estremi opposti suddetti, più o meno vicina all’uno o all’altro. Possiamo forse dire che c’è in questa figura di famiglia comunque una seria preoccupazione educativa, una sostanziale stima della proposta educativa cristiana anche se scarsamente conosciuta. Una grande incertezza nel rapporto educativo.

Dunque non abbiamo a che fare con una figura unica di contraente del patto educativo colla Chiesa.

Vorrei ora scendere un po’ più in profondità per capire meglio le ragioni di questa diversificazione, partendo da una domanda: quale "avvenimento spirituale", accaduto all’interno della famiglia, caratterizza il rapporto educativo intra-familiare?

Coloro che hanno competenza in questi ambiti si trovano consenzienti nell’affermare che quell’avvenimento è stata una incapacità di generare cui specularmente corrisponde nel figlio un non-sentirsi generati [cfr. per es. R. Cartocci, Diventare grandi in tempo di cinismo, ed. Il Mulino, Bologna 2002]. Le coordinate costitutive di questo avvenimento culturale sono soprattutto le seguenti. La prima è quell’attitudine spirituale che qualifico come "cinismo morale", esprimibile nel seguente asserto: "ciascuno faccia ciò che crede, purché non metta in questione le regole della convivenza". Ogni scelta deve essere messa sullo stesso piano, merita lo stesso giudizio, poiché ha lo stesso valore.

Dentro a questa atmosfera di cinismo morale, l’adulto non sa più che cosa valga la pena comunicare e che cosa non, su quali "ipotesi interpretative della realtà" introdurre il figlio nella realtà stessa. Questo significa incapacità di generare, di cui il calo demografico è una sorta di simbolo reale.

Il risultato di questa condizione o situazione culturale è abbastanza singolare. Da una parte, si ha la scomparsa di gravi conflitti inter-generazionali dentro la famiglia, anzi c’è una certa "vischiosità affettiva" [difficoltà ad allontanarsi dalla famiglia]; c’è molto dialogo perché non si sono più forti contenuti nel dialogo. Dall’altra parte , solo la fede cristiana ormai può custodire una forte identità, sospettata a causa di questo di essere un permanente pericolo alla pace e alla tolleranza fra i popoli.

Nella cornice di quest’avvenimento spirituale accaduto nelle nostre famiglie, e che ho chiamato "crisi generazionale", si capisce perché chi si presenta alla scuola cattolica per contrarre un patto educativo non possa non assumere, non possa non avere una delle tre figure che sopra ho cercato di schizzare. Ma ora dobbiamo considerare l’altro partner del patto educativo.

2. La Chiesa./scuola cattolica "versus" la famiglia.

Ho già accennato poc’anzi alla condizione di estraneità in cui versa la comunità cristiana nel tempo del relativismo cinico. Non ci si deve meravigliare di questo, essendo già stati preavvertiti molte volte ed in molti modi da Cristo quando visibilmente era fra noi.

Ma non voglio uscire dall’ambito preciso della mia riflessione, e voglio limitarmi al tema del patto educativo per parlare dell’altro partner, la Chiesa in quanto si esprime nell’istituzione scolastica. Penso che dobbiamo brevemente richiamare i connotati essenziali dell’identità irrinunciabile, dell’identità istituzionale della scuola della Chiesa.

Ciò che definisce la "scuola cattolica" è il suo riferirsi esplicito alla concezione o visione cristiana della realtà, visione di cui la persona e l’opera di Gesù Cristo è la chiave di volta ontologica ed interpretativa.

Quest’identificazione della scuola cattolica si radica su una concezione dell’istituzione scolastica che la Chiesa cattolica condivide [o meglio condivideva!] con altri soggetti culturali. Concezione secondo la quale la scuola è il luogo della formazione integrale della persona attraverso l’assimilazione sistematica e critica della cultura. Ciò implica che la cura dell’intelligenza, l’educazione all’esercizio della ragione è la prima e fondamentale finalità della scuola. Educare all’esercizio della ragione significa guidare l’alunno in quel dinamismo della scoperta della verità che rende l’uomo non semplicemente schiavo della cultura in cui vive, ma capace di conoscenza di ciò che è semplicemente vero. [Nell’ambito del pensiero cristiano la disputa di Tommaso con gli averroisti parigini (cfr. De unitate intellectus contra Averroistas) è di decisiva importanza anche dal punto di vista educativo. Esiste, in fondo, una singolare somiglianza fra gli avversari di Tommaso e gli attuali "ermeneuti" che riducono l’uomo ad un semplice "animale clturale" (Basti)].

E qui si colloca l’altra essenziale cura della scuola nei confronti della persona: il prendersi cura della libertà immunizzandola da tutto ciò che la insidia dentro e fuori l’uomo. Nella scuola si educa l’intelligenza per educare alla libertà, cioè per costruire l’uomo dal di dentro: per "generare" la persona rendendola capace di "auto-generarsi" attraverso le sue scelte libere.

Da ciò deriva che il riferimento ad una precisa comprensione della realtà è ineludibile in ogni vera relazione educativa e quindi anche nella scuola, perché il riferimento è ineludibile da ogni vera scelta libera. In breve: noi siamo liberi perché e se ci sottomettiamo alla verità conosciuta.

Sulla base di questa concezione della scuola, ora possiamo capire ciò che specifica l’identità inconfondibile della scuola cattolica, cioè il suo riferirsi a Gesù Cristo.

"Nel progetto educativo della scuola cattolica il Cristo è il fondamento: egli rivela e promuove il senso nuovo dell’esistenza e la trasforma abilitando l’uomo a vivere in maniera divina, cioè a pensare, volere e agire secondo il Vangelo, facendo delle beatitudini la norma della vita. E’ proprio nel riferimento esplicito e condiviso da tutti i membri della comunità scolastica – sia pure in grado diverso – alla visione cristiana, che la scuola è "cattolica"", poiché i principi evangelici diventano in essa norme educative, motivazioni interiori e insieme mete finali."

[Documento della Santa Congr. per l’Educazione cattolica,
La Scuola Cattolica 34; EV 6/92]

Ciò comporta un’apertura totale, cattolica appunto, ad ogni verità e valore. "La perla di gran valore è il Cristo di Dio … una volta trovato Lui, si afferrano facilmente tutte le altre realtà" [Origene, Commento al Vangelo di Matteo/1, CN ed., Roma 1998, pag. 95-96].

In ogni momento di difficoltà e di crisi spirituale, e questo che viviamo lo è certamente, è necessaria la custodia della propria identità. Non per elevare mura di difesa. Al contrario: per essere capaci di offrire una proposta significativa per tutti. Ma con questo siamo già entrati nel terzo ed ultimo punto della nostra riflessione.

3. Il patto educativo

Probabilmente confrontando dentro di voi quanto ho detto nel primo punto con quanto ho detto nel secondo punto, avrete spiritualmente sentito una forte estraneità fra le due realtà.

Quest’impressione è sicuramente fondata. Non voglio ora riflettere con voi sulle cause che hanno prodotto questa estraneità: lo abbiamo fatto altre volte. Mi preme invece mettervi in guardia da un errore cui può condurvi quell’impressione, o comunque da una dimenticanza gravida di conseguenze pedagogiche assai negative. Mi spiego.

Concretamente, quotidianamente – con diverse responsabilità ovviamente – voi incontrate le famiglie così come le abbiamo descritte nel primo punto, e nello stesso tempo siete consapevoli di fare una proposta educativa forte. E’ in questo contesto vissuto, non più solo pensato, che si istituisce il patto educativo.

Nel momento in cui avviene questa pattuizione, sono da evitare due errori.

Il primo: stante la grande diversità spirituale, il grande pluralismo, come oggi si preferisce dire, del soggetto che si rivolge alla scuola, questa deve elaborare una proposta educativa costruita su un "minimo comune denominatore". Cioè: una proposta educativa valida per tutti perché ignora le differenze. Nel senso di una piattaforma comune su cui si possano ritrovare tutte le famiglie. E’ la trasposizione dentro alla scuola cattolica della presunta neutralità educativa nel senso radicale di relativismo metafisico e cinismo morale.

Molte sono le ragioni che dimostrano l’insostenibilità di una tale posizione. La prima è che in questo modo si distrugge semplicemente l’identità della scuola cattolica. Il riferimento a Gesù Cristo è fondante e la sua messa fra parentesi muta sostanzialmente tutta l’impostazione culturale e pedagogica. La seconda è che la riduzione ad un supposto minimo denominatore di valore, se, da una parte, ottiene ampio e facile consenso, dall’altra, costa il prezzo di un pericoloso offuscamento di contenuti, che snerva il potenziale educativo della scuola e si riflette negativamente sulla formazione degli allievi.

Il secondo: per conservare l’identità della scuola cattolica si deve di fatto escludere chi non rientra in quella prima figura d famiglia di cui ho parlato nel primo punto.

Molte sono le ragioni che dimostrano l’inconsistenza anche di questo errore. Mi limito ad una. Chi crede in Gesù Cristo sa con certezza che l’interpretazione della vita che dalla fede è generata, non è una prospettiva fra le tante opinabili. E’ la prospettiva vera. Che cosa significa vera? Che essa è rivolta ad ogni persona umana perché semplicemente ogni persona è dotata di ragionevolezza. Ogni forma di integrismo escludente è segno di una fede non forte, ma debole.

I due errori che insidiano un giusto patto educativo fra voi e le famiglie, nella loro contrarietà, ci dicono quale è la vera posta in gioco nella vostra proposta educativa. Essa deve rispondere a due sfide contemporaneamente: da una parte, porsi con una forte identità di proposta educativa dentro ad una cultura che riduce sempre più l’educazione agli aspetti puramente tecnici e funzionali; dall’altra non riservarsi alle sole famiglie del primo tipo, ma proporsi a tutti coloro che mostrino di apprezzare e condividere, o quantomeno non rifiutano una proposta educativa qualificata. Si costituirà un vero e proprio patto educativo se saremo capaci di rispondere adeguatamente a questa duplice sfida. Vorrei ora offrirvi alcuni orientamenti al riguardo.

La convinzione che deve orientarvi fondamentalmente, e di cui nutrire quotidianamente la vostra attività educativa è che questa risposta è possibile, ed è possibile proprio perché e se è un’attività educativa generata dalla fede cristiana. E la ragione è rinvenibile nel detto di Gesù: "Io sono la verità". Questo significa che la proposta cristiana ha la capacità di confrontarsi con qualsiasi altra verità parziale, ben sapendo quale strada indicare perché ciò che è parzialmente vero, buono, bello raggiunga la pienezza. Solo se la proposta cristiana fosse una prospettiva parziale dovrebbe "temere" il confronto. Se non c’è all’origine del patto educativo questa base, si rischia l’ambiguità nel rapporto quando non l’involontario reciproco imbroglio.

La premessa quindi fondamentale è che ci sia la chiarezza della posizione: a chiunque, credente o non, deve essere chiaro che in questa scuola si fa una proposta educativa cristiana. E ciò non perché ci sono celebrazioni religiose, ma perché la fede cristiana è l’unica chiave interpretativa ultima di tutta l’esistenza.

Conclusione

Si potrebbe chiedere quale deve essere l’epilogo del patto educativo di cui stiamo parlando. A che cosa cioè dobbiamo mirare, scuola e famiglia, quando contraiamo il patto educativo.

Rispondo citando e brevemente commentando un testo stupendo di S. Anselmo d’Aosta: "Per la natura razionale proprio questo vuol dire essere razionale: poter discernere il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso, il bene dal male, il bene maggiore dal bene minore. Ma questo potere le sarebbe perfettamente inutile e superfluo se il suo amore non fosse conforme al giudizio vero della propria ragione" [Monologion LXVIII; ed. du Cerf, vol. 1, pag. 78].

E’ un testo che esprime stupendamente la vera grandezza della persona umana. Prendersi cura dell’uomo significa far sì che non glia "omnino inutile … et supervacuum" precisamente quel potere che lo rende simile a Dio.