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OMELIA PER LE ESEQUIE DI DON SAMUELE
Ferrara 21 dicembre 2000

1. "Ora l’anima mia è turbata: e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora?". Il turbamento che ha preso l’animo di Gesù nell’imminenza della sua passione ha preso tutti noi, in questi giorni, di fronte a questa morte. Ha preso la sua famiglia naturale: papà, mamma e fratelli; ha preso la sua famiglia sacramentale: il presbiterio di questa Chiesa, che ha goduto del sacerdozio di don Samuele solo per 43 giorni; ha preso la sua famiglia di elezione: il seminario, che piange un suo alunno esemplare; ha preso la sua famiglia parrocchiale: ha perso in lui uno dei suoi frutti più stimati ed amati.

Come Gesù ci siamo tutti domandati durante questi due anni di malattia: "che devo dire? Padre, salvami da quest’ora?". Quante preghiere e suppliche sono state elevate al Padre perché ci risparmiasse questa morte, perché salvasse dalla morte Samuele! quante lacrime sono state versate dalle persone a lui più vicine! "Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome".

Nel divino ed inscrutabile disegno di misericordia e di pace, Samuele era stato preparato "a quest’ora": all’ora del sacrificio della sua vita, perché il Padre lo ha saggiato come oro nel crogiolo e lo ha gradito come un olocausto. Don Samuele è stato guidato dolcemente e fortemente dallo Spirito giorno dopo giorno a penetrare nel misterioso disegno che il Padre aveva pensato nei suoi confronti. Nei colloqui avuti con lui amava spesso ripetermi: "le vie del Signore non sono le nostre vie". Erano parole che manifestavano l’interiore e dolorosa purificazione che si stava verificando nel suo cuore. Domenica 10 dicembre mi diceva: "desidero ormai solamente essere con Cristo, ma capisco che non sono ancora giunto alla cima del Calvario e devo obbedire alla sua volontà, anche se sono tentato di fuggire".

Dentro questa visione di fede, a questa esperienza di assimilazione a Cristo, si inscrive il suo sacerdozio. Abbiamo saputo che al pellegrinaggio diocesano di Lourdes aveva chiesto a Maria il dono del sacerdozio che, ottenutolo, "l’ha avvolto" egli scrive "con il suo manto e la sua intercessione". Come ha vissuto don Samuele i 43 giorni del suo sacerdozio?

"In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". Nell’imminenza della sua passione Gesù dona a noi l’interpretazione vera della sua morte. Egli è il grano di frumento che piantato dentro la nostra morte, la redime; Egli è colui che morendo ha distrutto la nostra morte, e ci ha resi partecipi della sua vita immortale.

Durante l’ordinazione sacerdotale, quando il Vescovo consegna al neo-ordinato il pane e il vino, gli dice: "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore". Don Samuele ha vissuto il suo sacerdozio così: come olocausto della sua persona. I 43 giorni del suo sacerdozio, durante i quali ha celebrato solo tre sante Messe, sono stati i giorni in cui ha imitato ciò che aveva celebrato. Dopo la sua ordinazione mi ripeteva spesso: "Questa è la mia S. Messa; questo [indicava il suo letto] è il mio altare". La scientia Crucis ["Ho conosciuto" egli scrive "in prima persona il valore della Croce di Gesù Cristo"] generò in lui la scientia Amoris: "conosciuto il Suo amore – egli scriveva – essere sacerdote è il modo migliore per la mia persona per rimanere nel suo amore, per essere in intima unione con Lui". Ed in Cristo, d. Samuele ritrova l’uomo, ogni uomo: "il sacerdote – egli scrive – non è un solitario: deve cercare di portare nel cuore e nella preghiera tutto il mondo". Scientia Crucis, scientia Amoris, scientia hominis: la Croce, l’Amore, l’uomo. Si comprende allora perché d. Samuele avesse finalizzato, su mia richiesta, il suo olocausto a tre grandi finalità: la santificazione dei sacerdoti, la grazia di tante vocazioni sacerdotali e religiose, e l’incontro dei giovani con Cristo. Quando lo visitavo, egli mi assicurava sempre dicendomi: "ricordo, non dimentico: i tre!".

La legge di fecondità enunciata da Gesù nella parola del chicco di grano è valida fino alla fine del mondo, ed è fondamentale per l’evangelizzazione: la fecondità apostolica è legata alla sofferenza, alla comunione colla passione di Cristo. Il sacerdozio di d. Samuele ci ha insegnato che ancora una volta al mondo incredulo non sarà dato nessun segno – come dice Gesù – se non il segno di Giona profeta. Il segno è Gesù crocefisso; sono i testimoni che completano nella loro carme "ciò che manca ai patimenti di Cristo" [Col 1,24]; sono i martiri.

2. "Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera". Il nostro modo di calcolare gli anni, il tempo di durata di una vita è molto diverso da quello del Signore: "vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola il numero degli anni; ma la canizie degli uomini sta nella sapienza".

Grazie, don Samuele, per averci insegnato l’unica, vera sapienza: quella della Croce. Riposa in pace: la tua memoria sarà sempre in benedizione nella nostra S. Chiesa.

Una benedizione per il nostro presbiterio, perché nessuno di noi cessi di essere il grano piantato nella terra dell’uomo e disposto a morire perché si generi la vita; una benedizione per il Seminario, perché sia vero cenacolo dove con Maria si preparano numerosi missionari; una benedizione per i nostri giovani, perché siano veri testimoni di Cristo, costruttori in Lui del nuovo millennio. Prega per noi tutti.