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"Perché la famiglia: fecondità della via di Giovanni Paolo II"
Roma, 12 maggio 2011


Il magistero di Giovanni Paolo II e la riflessione antropologica di K. Wojtyła scoprono la ragion d’essere della famiglia – il “perché della famiglia” – attraverso un percorso antropologico ed un percorso teologico. Non separatamente compiuti, ma coniugati assieme pur rispettandone la distinzione. Non è ora il momento di approfondire la metodologia wojtyliana, la cui conoscenza ed assimilazione è comunque indispensabile per entrare nel pensiero del Beato.

1. La ragione d’essere della famiglia si mostra in piena luce "al principio"; per contrarium [veritas per contrarium] nella negazione compiuta dal peccato della verità originaria; nella reintegrazione del Logos del "principio" operata dalla redenzione di Cristo.

Per Giovanni Paolo II quindi la ragione d’essere della famiglia va scoperta dentro la storia della famiglia: la storia della condizione umana narrata dalla Divina Rivelazione e riscontrata dentro alle fondamentali esperienze umane.

Possiamo iniziare la nostra riflessione dalle pagine dedicate al tema nella Lettera alle famiglie del 1994.

"Mediante la comunione di persone, che si attua nel matrimonio l’uomo e la donna danno inizio alla famiglia". [Lettera alle famiglie (1994) 9,1].

Siamo subito condotti all’"inizio" della famiglia, al suo "principio": esso è posto nella "comunione delle persone, che si attua nel matrimonio". A livello empirico, tuttavia, l’inizio della famiglia appare radicato nella biologia. È dunque nel rapporto fra comunione coniugale delle persone e bios che va scoperta la ragione d’essere della famiglia.

È, in fondo, la ripresa del problema di Humanae vitae, fatta dentro un contesto antropologico più adeguato. Ma su questo non voglio fermarmi; ritorno subito al tema.

"La paternità e la maternità umane sono radicate nella biologia e allo stesso tempo la superano". [ibid.]. Perché? Per due ragioni.

La venuta all’esistenza di una nuova persona umana esige un intervento immediato di Dio creatore; dentro ai processi biologici opera l’amore creativo. È l’origine trascendente della famiglia.

Ma non c’è solo un’origine trascendente della famiglia. Essa ha anche il suo inizio in quella comunione delle persone che è propria del matrimonio. Desidero fermarmi più a lungo su questo, perché esso è uno dei nodi della crisi contemporanea della famiglia. Per le ragioni che dirò più tardi.

In questo seminario di studio compete ad altri fare oggetto di riflessione la comunione e l’amore coniugale. Voglio da parte mia porre in luce il rapporto comunione coniugale-genealogia della persona, che dà origine alla famiglia.

Potrei enunciare il mio punto di vista nel modo seguente: la generazione realizza interamente la comunione coniugale, perché – negativamente – le impedisce di corrompere la reciprocità sponsale in una sofisticata forma di narcisismo, e – positivamente – perché porta a termine la forma incerta dell’amore come innamoramento. In due parole: la generazione salva e realizza la verità dell’amore coniugale.

Per comprendere ciò dobbiamo ritornare all’origine trascendente della famiglia. L’idea centrale che in questo contesto sostiene il magistero di Giovanni Paolo II è che l’uomo è l’unica creatura che Dio vuole per se stessa: la categoria ontologica della sostanza raggiunge il suo vertice nella persona.

La coltivazione dell’amore, necessaria perché esso non muoia nella logica dell’innamoramento, consiste nel fare propria questa logica della volontà creatrice di Dio. "I coniugi desiderano i figli per sé, ed in essi vedono il coronamento del loro reciproco amore… Tuttavia, nell’amore coniugale e in quello paterno e materno deve inscriversi la verità sull’uomo, che è stata espressa in maniera sintetica e precisa dal Concilio con l’affermazione che "Dio vuole l’uomo per se stesso". Occorre, perciò, che al volere di Dio si armonizzi quello dei genitori; in tal senso, essi devono volere la nuova creatura umana come la vuole il creatore: "per se stessa"". [ibid.].

Potrei esprimere lo stesso concetto con la categoria dell’alleanza, che il Concilio Vaticano II parlando del matrimonio ha preferito a quella di contratto. Ugualmente possiamo usare la metafora del dialogo. Esso non è confusione di due discorsi; esso non è la somma di due interlocuzioni. Esso è la costruzione di un nuovo significato.

L’amore coniugale diventa costruttivo di una nuova identità personale: tertium datur. Non si dà una perfetta reciprocità esclusivamente tra due, poiché questa sarebbe la negazione dell’amore.

Forse è utile fare una breve sintesi di quanto ho detto finora. Ci siamo chiesti: quale è la ragione d’essere della famiglia? La risposta è la seguente: perché l’uomo abbia una casa degna del suo essere persona; adeguata al suo essere persona.

Giovanni Paolo II pensa che questa sia la ragione d’essere della famiglia, quando la consideriamo nel suo "principio", nel suo costituirsi originario: l’inizio della persona dalla comunione coniugale e dall’atto creativo di Dio.

Possiamo affrontare il tema e cercare la risposta alla nostra domanda, percorrendo anche un’altra via: la lettura che Giovanni Paolo II fa del nucleo dottrinale centrale della Humanae vitae. Lettura che costituisce l’ultima parte del ciclo di catechesi su l’amore umano nel piano divino.

La riflessione si costruisce mettendo in risalto la connessione inscindibile fra la communio personarum propria del matrimonio e il costituirsi della famiglia. Potremmo dire: fra la coniugalità e la genitorialità.

Il fondamento di questa connessione è individuato nell’essere persona-corpo, o corpo-personale, che definisce la natura della persona umana. Giovanni Paolo II individua cioè la ragione d’essere della famiglia attraverso la lettura del linguaggio del corpo nella verità. È il significato profondo dell’affermazione, costante nel magistero della Chiesa, che la famiglia è un fatto, un’istituzione naturale. Naturale significa, nel Magistero di Giovanni Paolo II, che la persona umana è una persona corporale o un corpo personale.

Alla domanda "perché la famiglia", seguendo questa via di riflessione, il Magistero del Beato risponde: a causa della naturale costituzione della persona umana.

Cerco di sintetizzare il primo punto della mia riflessione. Alla domanda "perché la famiglia", due, mi sembra, sono le vie che il Magistero di Giovanni Paolo II percorre.

La prima. Perché l’amore coniugale raggiunga la sua verità intera, e non sia corrotto e distrutto dalla logica dell’innamoramento. La famiglia come "inveramento" della communio personarum.

La seconda. Perché la costituzione naturale della persona-uomo e della persona-donna è orientata interiormente a costituire quella comunità che chiamiamo famiglia.

Non è difficile però rinvenire nell’opera di K. Wojtyła e nel Magistero di Giovanni Paolo II una risposta complementare, costruita piuttosto dal punto di vista del figlio, della nuova creatura che viene all’esistenza. Solo nella famiglia la persona del figlio è voluta per se stessa, e quindi riconosciuta in modo adeguato al suo essere persona.

2. Dobbiamo ora, in questa seconda parte, riflettere sulla fecondità della via percorsa dalla riflessione di Giovanni Paolo II. Per "fecondità" intendo la sua capacità di rispondere alla problematica attuale che attraversa la famiglia.

Debbo prima dire di che cosa esattamente intendo parlare quando parlo di problematica. Intendo collocarmi al momento sorgivo della famiglia, dove ho collocato la riflessione del Beato. Momento sorgivo che è indicato nel modo seguente: "mediante la comunione di persone, che si attua nel matrimonio, l’uomo e la donna danno inizio alla famiglia". Il "momento sorgivo" è denotato da quel "danno inizio".

È la problematica che in questi ultimi anni si è scatenata dentro al "momento sorgivo", che considero, e nei confronti del quale mi chiedo se il pensiero di K. Wojtyła e il Magistero di Giovanni Paolo II custodisca una sua fecondità di risposte e soluzioni.

Per chiarezza, devo dunque indicare, almeno sommariamente, quale problematica oggi si trova insediata dentro al "momento sorgivo" della famiglia.

Partiamo da un fatto. Non c’è dubbio che la procreazione artificiale è andata acquisendosi sempre più come una sorta di "neutralità etica". Essa, cioè, è pacificamente ammessa, qualora serva al raggiungimento di uno scopo – desiderio del figlio – sul quale è impossibile dare un giudizio etico argomentabile.

La neutralizzazione etica della procreazione artificiale è il segno di qualcosa di più profondo. In primo luogo si è privatizzato il rapporto col figlio. È un rapporto che riguarda solo, in fondo, la donna. La privatizzazione è dovuta a quella dittatura o egemonia del desiderio come unico movente ultimo delle scelte personali: intendo di un desiderio pensato e vissuto come intrinsecamente estraneo al logos. Il costituirsi della famiglia è un fatto che accade nella sfera privata; è una realizzazione del bene privato di una persona. È logico dunque, in questo contesto, pensare che un uomo, una donna possano diventare padre/madre al di fuori completamente della comunione delle persone, che definisce la coniugalità.

Giovanni Paolo II scrive: "Mediante la comunione di persone, che si attua nel matrimonio, l’uomo e la donna danno inizio alla famiglia". Non necessariamente, oggi si pensa comunemente [almeno in Occidente]. Ogni uomo, ogni donna dà inizio alla famiglia se lo desidera, se esso (inizio) rientra nel progetto della sua vita individuale. La genitorialità e la coniugalità non hanno un legame de jure, ma solo de facto. Nella loro connessione non dimora alcuna bontà propriamente etica.

Un tale evento culturale non poteva non esigere una ridefinizione di tutto l’assetto giuridico delle famiglie, e di tutte le categorie che lo costituiscono: cosa che sta puntualmente accadendo.

È questa per sommi capi la problematica che si è insediata dentro al "momento sorgivo" della famiglia.

Riprendiamo ora la domanda: la via percorsa dal pensiero di K. Wojtyła e dal Magistero di Giovanni Paolo II custodisce oggi la sua fecondità, la sua capacità di rispondere a quella problematica? La risposta esigerebbe lunghe riflessioni. Mi devo limitare ad alcune ma essenziali osservazioni.

In fondo, la questione è la seguente: quale via l’uomo può percorrere per ritrovare se stesso? Poiché la condizione odierna dell’uomo è questa: ha perduto se stesso. La problematica che si è insediata dentro al momento sorgivo della famiglia ha in questa perdita la sua ragione più profonda.

La via non può essere che l’educazione all’attenzione a se stesso. Nessuna antropologia, intesa come costruzione teoretica di una comprensione dell’uomo, sarà convincente se non resiste a ciò che si svela e si rende presente in linea di principio direttamente a ciascuno, mediante la coscienza di sé che accompagna ogni persona quando conosce ed agisce liberamente. Se non vado errato, è la via che soprattutto Agostino ha tracciato per primo in Occidente. La principale opera filosofica di K. Wojtyła, Persona e atto, è tutta costruita su questo presupposto epistemologico.

Il percorso di questa via, però, arriva ad un "abisso" che non riesce ad oltrepassare. L’uomo non ritrova se stesso conoscendo semplicemente la verità di se stesso, ma confermando e realizzando questa verità mediante la libera scelta: "Ma se c’è in me la verità – deve esplodere. Non posso rifiutarla, rifiuterei me stesso”, scrive K. Wojtyła [in Nascita dei confessori]. Ma è precisamente l’esperienza che l’uomo fa di se stesso a testimoniargli che questa "esplosione" non accade; a testimoniargli che accade invece il rifiuto. È in questo che l’uomo perde se stesso.

È su questo passaggio che l’uomo incontra il Redentore. "La rivelazione del mistero del Padre e del suo amore in Gesù Cristo svela l’uomo all’uomo, dà l’ultima risposta alla domanda: chi è l’uomo? Non si può staccare questa risposta dal problema della sua vocazione: l’uomo dichiara chi è accettando la propria vocazione e realizzandola" [Alle fonti del rinnovamento, 69-73].

Questa, mi sembra, è la via percorsa da Giovanni Paolo II; anche quando risponde alla domanda "perché la famiglia".

Anche oggi è l’unica via percorribile, anche se sono molto aumentate le difficoltà del percorso.

La risposta che oggi l’Occidente dà alla domanda perché la famiglia, è la seguente: perché è quanto rientra nel progetto della mia felicità, della mia realizzazione individuale. La teologia del corpo, costruita da Giovanni Paolo II, indica il percorso per uscire da questa egemonia del desiderio, figlia primogenita della svolta individualista.

L’uomo ha perso se stesso. Non gli resta che rifare il cammino di "ritorno a se stesso": e la via è Cristo, poiché Egli è la Verità.

E qui i due Magisteri, quello di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI si incontrano nel profondo: è il grande tema del Cristo che prende per mano l’uomo, tanto caro al magistero dell’attuale Pontefice.