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LA RIVELAZIONE DIVINA
Lezione tenuta agli insegnanti
Ferrara 19 febbraio 2003

"Cristo e la divina Scrittura sono il rimedio d’ogni disgusto".
[S. Ambrogio, De interpellatione Iob e David IV, 4,18; BA 4, pag. 241]

La riflessione sulla Rivelazione divina riguarda il nucleo centrale di tutta l’esperienza cristiana e la sua struttura fondamentale. Cercherò di procedere prima in modo piuttosto analitico e poi tenterò una visione di sintesi.

1. L’Avvenimento fondamentale.

Il punto di partenza è costituito da quanto il Concilio Vat. II dice in modo mirabile: "Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina (cf. Ef 2,18; e Pt 1,4)" [Cost. dogm. Dei Verbum 2].

Il termine "Rivelazione" connota dunque un fatto: Dio si dona a conoscere all’uomo e fa conoscere all’uomo il progetto che Egli ha nei suoi confronti. Questo progetto è che l’uomo partecipi la stessa natura divina. La "Rivelazione" quindi è inscindibilmente teologica: è Dio stesso che rivela se stesso, e antropologica: è Dio stesso che svela all’uomo il so destino.

La parola "Rivelazione" - questo è un punto centrale – non è un puro discorso di parole nel senso che Dio rivela se stesso e fa conoscere il mistero della sua volontà parlando solamente all’uomo di Sé stesso e del mistero della sua volontà. Ma la "Rivelazione" connota anche, anzi in primo luogo, un complesso di atti compiuti da Dio stesso; connota un insieme di avvenimenti di cui è responsabile, attore Dio stesso. E’ attraverso di essi che Dio svela se stesso e fa conoscere il mistero della sua volontà. Ma, sempre per avere un concetto quanto possibile preciso di "Rivelazione", a questo punto è necessario fare una riflessione.

Ascoltando quanto detto finora, non vorrei che voi pensaste nel modo seguente: Dio mi fa conoscere Se stesso ed il suo progetto sull’uomo mediante fatti e parole. La realizzazione del progetto divino sull’uomo, più precisamente della sua volontà di rendere partecipe l’uomo della sua divina natura, si pone per così dire dopo che Dio ne ha parlato in parole e fatti. E’ la riduzione di "Rivelazione" a mera "istruzione divina". Le cose non stanno così: Dio rivela se stesso e fa conoscere … realizzando questo progetto stesso: Dio rivela realizzando ciò che rivela e realizza rivelandosi. S. Tommaso dice stupendamente: "dicere Dei est facere" [in 1Cor 1, lect.2, n.1; ed anche in Ps 32,9].

La "Rivelazione" dunque non è un puro fatto di conoscenza; è una donazione integrale che Dio compie di Se stesso all’uomo.

Ora possiamo capire il testo seguente del Vaticano II: "Questa economia della Rivelazione avviene con eventi e parole tra loro intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e illuminano il mistero in esse contenuto".

La "Rivelazione" compiuta a suo tempo dentro la storia consta dunque di atti che realizzano il disegno di Dio e sono spiegati dalle parole, e di parole che spiegano e tendono comprensibili gli atti. Possiamo aiutarci con un esempio. Un ragazzo fa un regalo alla sua ragazza dicendole che le vuole bene. Analizziamo bene questo avvenimento. Esso è un fatto: una persona fa un dono alla persona amata. Che cosa spiega che questo fatto è in realtà un dono e non qualcosa d’altro [per es. la restituzione di un oggetto prestato]? Le parole che in quel momento il ragazzo dice. Anzi più profondamente: l’intima affezione amorosa che lo lega a quella ragazza. Analogamente (partendo dall’ultima affermazione): c’è nel cuore di Dio un "consilium" nascosto, quello di chiamare l’uomo alla Sua beatitudine. Dio compie dei gesti nei confronti dell’uomo per manifestare-realizzare quel "consilium". Che cosa spiega all’uomo che quei gesti compiuti da Dio sono il segno efficace [sono la "res"] di quel "consilium" e non di altro? La parola che Dio dice all’uomo. Dunque, ricapitolando: gli atti rivelatori – realizzatori del piano divino sono spiegati dalle parole; d’altra parte le parole sono necessarie ma secondarie per rapporto agli atti di cui spiegano il senso, mettendone in lice il "mistero in essi contenuto". Sono necessarie, perché "la Rivelazione di Dio è il suo lasciarsi - vedere che fa perciò appello inequivocabilmente alla comprensione del credente, alla vista della sua ragione" [H.U. von Balthasar, Gloria, 3 vol. 2, ed. Jaca Book, Milano 1078, pag. 194].

Siamo così arrivati al punto centrale. Riprendiamo in mano il testo conciliare: "La profonda verità, sia su Dio sia sulla salvezza dell’uomo, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Cristo, il quale nello stesso tempo è il mediatore e la pienezza dell’intera rivelazione".

Fino ad ora in un certo senso avevo descritto la "forma" della Rivelazione: una descrizione formale. Ora diciamo veramente che cosa è la Rivelazione [sappiamo che cosa denota questa parola]: è Gesù Cristo. Nel senso, spiega il Concilio, che Egli è il mediatore e la pienezza dell’intera Rivelazione. Mediatore: egli è l’inviato del Padre di cui tutti gli altri non erano che la preparazione; la pienezza: è in Lui che il Padre "rivela Se stesso e fa conoscere il Mistero della sua volontà" interamente. Cioè: è Cristo stesso la Rivelazione intera del Padre e del disegno di Questi sull’uomo. Egli è il messaggero e il contenuto del messaggio; il rivelante ed il rivelato; il rivelante al quale bisogna credere, la verità rivelata nella quale bisogna credere. Il Vangelo di Cristo è il Vangelo che è Cristo. La Rivelazione è la sua Persona, la sua vita, la sua morte e risurrezione. Ora si comprende meglio perché la Rivelazione "avviene con eventi e parole fra loro connessi". La Rivelazione è il dono che il Padre fa del suo Unigenito: essa dunque è in primo luogo una "res", un fatto [ricordate l’esempio] a cui sono ordinate le parole. Esse sono necessarie perché l’avvenimento sia compreso ed assimilato, come lo esige e la natura intellettuale del Logos incarnato e la natura intelligente dell’uomo.

Possiamo ora tentare una definizione descrittiva di Rivelazione: la R. è l’insieme degli eventi e delle parole ad essi intimamente connessi attraverso cui Dio manifesta se stesso e fa conoscere il mistero della sua volontà a noi in Cristo, il quale è nello stesso tempo mediatore e pienezza dell’intera rivelazione.

2. Rivelazione e S. Scrittura.

Mi fermo ora a considerare brevemente un punto particolare della dottrina cristiana sulla Rivelazione: il rapporto fra Rivelazione e S. Scrittura. Lo faccio perché è di importanza fondamentale.

Che cosa è la S. Scrittura? E’ la testimonianza scritta della divina Rivelazione. L’insieme degli eventi e delle parole … [vedi la conclusione del n° precedente] si è come fissato e cristallizzato nei libri che costituiscono la S. Scrittura nella maniera più autorevole possibile, a causa del fatto che tutti i libri della S. Scrittura sono divinamente ispirati: hanno cioè Dio per autore. Nel senso seguente: quei libri sono stati scritti da autori umani, ma da autori umani attraverso i quali e nei quali è il Dio stesso vivo e vero che ci parla.

Da questa certezza di fede circa l’origine divina della S. Scrittura derivano tre conseguenze di enorme importanza.

La prima: tutto ciò che l’autore umano ha voluto insegnarci, ci è insegnato fa Dio stesso. Perciò, come insegna il Concilio Vaticano II: "I libri della S. Scrittura insegnano formalmente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre Scritture" [DV 11].

La seconda: poiché in senso profondo l’autore della S. Scrittura è uno solo, il contenuto è unitario, intrinsecamente organico, espressivo di un solo disegno. Pertanto l’unità della Scrittura è il fondamentale criterio ermeneutico.

La terza: può accadere che l’autore umano non fosse in grado di afferrare interamente il senso di quanto scriveva, senso inteso dall’autore divino, e che si può evincere dall’insieme della Rivelazione.

In conclusione: la S. Scrittura deve essere letta sempre alla luce della virtù teologale della fede.

Ora siamo in grado di cogliere il rapporto Rivelazione-Scrittura. Possiamo esprimerlo colle seguenti proposizioni.

Fra Rivelazione [intesa come l’insieme degli avvenimenti…] e S. Scrittura non si dà originariamente una relazione di totale equivalenza e corrispondenza, né si può ragionevolmente ritenere che le Sacre Scritture contengono in tutta la sua ricchezza la realtà della Rivelazione. L’eccedere di questa realtà nei confronti della sua attestazione divina scritta è affermata dalla S. Scrittura stesa [cf. Gv 21,24-25].

La S. Scrittura, in quanto divinamente ispirata, è il mezzo privilegiato con cui possiamo arrivare alla "parola" per nutrircene e vivere così quell’avvenimento in cui si è compiuto l’intera Rivelazione: Cristo Gesù. Non è dunque un assoluto; ma è ordinata all’accoglienza dell’avvenimento Cristo ed a viverne tutta la portata. E’ questo che costituisce la vita eterna: tutto il resto, S. Scrittura compresa così come i Sacramenti, finirà.

Possiamo ora descrivere, disegnare l’intero cammino attraverso Dio nella sua misericordia viene incontro all’uomo per inserirlo nella comunione con Lui.

L’avvenimento in cui il Padre incontra l’uomo, la realtà della salvezza, l’autocomunicazione di Dio è Gesù il Cristo dal quale è inseparabile la Chiesa, il suo Corpo.

Dentro a questo avvenimento si pone la Parola di Dio, senza della quale l’uomo non può vivere. Essa è un tesoro dotato di una preziosità sua propria (cf. Gv 6,68); ma ha essa pure un riferimento intrinseco all’avvenimento del Christus totus di cui ogni uomo deve vivere. E l’uomo lo può fare solo liberamente e consapevolmente [cfr. 1,q.1,a.1].

Infine, al secondo passo segue il terzo, c’è la S. Scrittura. "Il Signore ce l’ha donato sia per aiutare, con la determinazione e la stabilità proprie della parola scritta, la fedeltà della sua Chiesa al suo insegnamento, sia per favorire la nostra assimilazione personale della sua verità" [G. Biffi, Sacra scrittura e vita ecclesiale, EDB 1994, pag. 13].

C’è, come vedete, una successiva inclusione dell’uno nell’altro in una mirabile armonia.

Conclusione

Vorrei concludere con la lettura di una delle più belle poesie di G. Pascoli e mi sembra – di tutto il novecento: Il cieco [in Poesie, volume primo, MyricaePrimi poemetti, Oscar Classici Mondadori, Milano 1997, pag. 278]. Essa è una potente espressione della ragionevolezza della divina Rivelazione. Si parla di un mendicante, un girovago cieco guidato da un cane: l’uomo dentro all’universo dell’essere è guidato dal suo "istinto", che lo spinge a capire l’essere. E’ naturalmente rivolto all’intelligenza della realtà. Ma ad un certo punto, l’"istinto" non basta più: non è più capace di rispondere alle domande dell’uomo: il cane è morto. L’uomo rimane solo di fronte all’indecifrabile enigma dell’essere, della vita, della morte: "O tu che ignoro e sento". Oltre questo la ragione non può andare: sapere che c’è un mistero di cui si ignora l’intima natura e disposizione verso l’uomo. E qui nasce l’invocazione della divina Rivelazione: "Ma forse uno m’ascolta; uno mi vede/, invisibile. Sé dentro sé cela./ Sogghigni? piangi? m’ami? odii? Siede/ in faccia a me. Chi che tu sia, rivela/ chi sei; dimmi se il cuor ti si compiace o si compiange della mia querela! / Egli mi guarda immobilmente, e tace".

"Sé dentro sé cela": "piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà".

Dio ha parlato: è Gesù Cristo la sua definitiva parola. Ma l’uomo senza questa risposta è uno "irresoluto, a bada/ del nulla abisso". Non c’è una terza possibilità fra ciò che è stato rivelato duemila anni fa e questo uomo.