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SOLENNITÀ DEL SACRO CUORE:
Ritiro dei sacerdoti
Seminario 7 giugno 2002

01. "Intesa alla luce della divina Scrittura, l’espressione "Cuore di Cristo" designa il mistero stesso di Cristo, la totalità del suo essere, la sua persona considerata nel suo nucleo più intimo ed essenziale. Figlio di Dio, sapienza incarnata; carità infinita, principio di salvezza e di santificazione per l’intera umanità. Il "Cuore di Cristo" è Cristo, Verbo incarnato e salvatore, intrinsecamente proteso, nello Spirito, con infinito amore divino-umano verso il Padre e verso gli uomini suoi fratelli" [Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia, LEV 2002, pag. 140].

L’esperienza spirituale quindi che chiediamo allo Spirito Santo di donarci è un "ritorno al centro": al centro del Mistero di Cristo, al suo "nucleo più intimo ed essenziale". E quindi al centro del nostro ministero sacerdotale: nel Cuore di Cristo esso si radica; dentro al Cuore di Cristo deve dimorare; dal Cuore di Cristo deve sgorgare.

02. Colla presente meditazione chiediamo dunque allo Spirito Santo di poter raggiungere due obiettivi: a) una profonda intelligenza piena di amore del mistero di Cristo nel suo nucleo più intimo ed essenziale; b) una profonda intelligenza piena di amore del nostro ministero sacerdotale. Questa duplice intelligenza saranno i due punti focali dello spazio della nostra meditazione, sempre correlati fra loro.

Saremo guidati da 1Gv 4,7-16: è la seconda lettura dell’odierna celebrazione liturgica.

1/ "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore".

La parola di Dio si rivolge a noi con un’esortazione: "amiamoci gli uni gli altri". L’amore di cui qui si parla è la ragione d’essere del nostro servizio pastorale: siamo al servizio della redenzione dell’uomo perché amiamo l’uomo. Siamo riportati alla stessa sorgente del nostro servizio pastorale: è un servizio d’amore. E’ servizio amante; è amore servizievole.

Ma il testo biblico che stiamo meditando ci introduce in una verità non rivelata altrove negli scritti giovanneni. Mentre l’amore era stato presentato come obbedienza ad un comandamento del Signore, il comandamento nuovo [cfr. Gv 13,34; 15,12], in questo testo l’amore [che per noi assume la "forma" del servizio pastorale] è un’esigenza di natura. La Parola è chiara.

Attraverso la generazione, il generante comunica la sua stessa natura al generato. Noi siamo stati generati dal Padre ed abbiamo ricevuto una partecipazione alla sua natura divina: Dio è amore. Agere sequitur esse, l’agire perfeziona e compie l’essere; amando, il cristiano mette in atto e quindi manifesta la sua partecipazione alla natura divina. E’ la più alta rivelazione dell’amore cristiano: "l’amore è da Dio". Viene qui indicata la più profonda sorgente dell’amore, il Padre. Il discepolo del Signore partecipa della stessa capacità di amare del Padre, perché è da Lui generata.

Generato da Dio e quindi partecipe della stessa natura divina, il credente è capace non solo di amare, ma anche di conoscere divinamente: "chiunque ama è generato da Dio, e conosce Dio". La conoscenza di Dio accompagna l’esercizio dell’amore. "Il termine conoscenza contiene una ricchezza di senso che non ha nelle nostre lingue moderne. Esso supera ampiamente l’attività intellettuale. Nella Bibbia "conoscere" significa "fare esperienza di …" "incontrare", "comunicare". E’ un atto che concerne l’uomo interamente e può condurre ad una comunione di vita e di amore assai profonda" [B. Renaud, Nouvelle ou éternelle Alliace? Ed. Cerf, Paris 2002, pag. 62]. E’ come se il sacro testo dicesse: chi ama perché è partecipe della stessa natura divina, fa esperienza di Dio, incontra Dio, entra in comunione con Lui.

La ragione ultima è la seguente: "Dio è amore". Per comprendere un poco quest’affermazione essa va legata all’affermazione successiva: "in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per Lui".

L’amore che Dio ha per noi si è svelato nel fatto preciso dell’incarnazione del Verbo, attraverso la quale l’uomo è divenuto partecipe della Vita divina. Tutta la realtà trova nell’amore di Dio la sua spiegazione ultima: "aperta enim neam clave amoris, creaturae prodierunt", scrive S. Tommaso [Prologo al II Sent.]. E’ l’amore del Padre che comunica attraverso l’eterna generazione al Verbo tutta la sua stessa divinità, la sua gloria. Ed è questo stesso amore che si estende anche alla persona umana, chiamata a divenire partecipe della stessa divinità del Verbo, della sua vita, come i tralci nella vite. Ed è questo stesso amore che esprimendosi nella reciprocità fraterna dei discepoli dimostra precisamente che l’uomo è stato generato dal Padre. Questa è la stoffa di cui è intessuta la realtà: quella vera, quella che resta in eterno. Tutto ciò che non è fatto di questa stoffa, passa. Non è veramente reale.[cfr. 1Gv 2,15-17].

A questo punto, Giovanni, con quei … voli d’aquila che lo caratterizzano, giunge in un qualche modo a denominare lo stesso mistero di Dio: Dio è amore. Se cioè l’amore connota tutta l’attività del Padre, tutta la sua relazione all’Unigenito ed alla persona umana, è perché esso è costitutivo di Dio.

2. Dentro a questa divina provvidenza si pone il mistero del nostro ministero sacerdotale, il quale da questa collocazione riceve una luce singolare.

Dice il testo biblico: "E noi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo". Ecco il senso del nostro essere sacerdotale: testimoniare, cioè dire chiaramente quale è la vera identità di Gesù, Verbo eterno fatto carne, salvatore del mondo. Questa testimonianza si fonda sull’esperienza di una "visione", cioè di una conoscenza diretta [e non solo per sentito dire], di un incontro reale: "noi abbiamo visto".

Il nostro ministero sacerdotale si radica dentro all’invio del Verbo nel mondo, nel senso che il Verbo incarnato ci rende partecipi della sua stessa missione: "come il Padre ha mandato me, così io mando voi" [Gv 20,21].

La teologia sacramentaria ha spiegato che questa inserzione della nostra persona nella missione del Verbo incarnato avviene attraverso una vera e propria configurazione ontologica permanente al Verbo stesso, che si chiama carattere. Esso è una vera e propria modificazione del nostro essere personale: ed una modificazione indistruttibile. Questa modificazione consiste nella facoltà di agire in persona Christi. In forza dell’ordinazione sacerdotale avviene nel battezzato questo cambiamento: egli non è più solamente se stesso, ma il "vicem gerens Christi". Certamente questa vice-gerenza si realizza in maniera perfetta nella celebrazione eucaristica, e da essa vengono tutte le altre.

La teologia sacramentaria spiega poi il rapporto che esiste fra il carattere sacramentale e la grazia sacramentale.

Se la luce filtra attraverso un cristallo colorato, essa assume il colore del cristallo. La grazia propria del sacramento dell’ordine è come "filtrata" dal carattere sacramentale: è donata in quanto è richiesta dalla particolare configurazione a Cristo che ha plasmato la persona del sacerdote. "Siccome la grazia divina, che originalmente è unica, è legata a Cristo e alla sua Chiesa, così ci viene comunicata in differenti maniere secondo che, nell’organismo del Corpo di Cristo, siamo chiamati a partecipare in un modo o nell’altro alla dignità ossia agli uffici del Capo … Da un lato le consacrazioni sono differenti titoli alla grazia che esse esigono, dall’altro, la grazia per causa delle consacrazioni riceve una destinazione diversa, in quanto per mezzo di essa noi possiamo e dobbiamo corrispondere ai differenti scopi delle medesime" [M. J. Scheeben, I misteri del cristianesimo, ed. Morcelliana, Brescia 1960, pag. 565]. E la grazia è il dono della carità pastorale. Essa è l’espressione umana in cui si dice l’amore che Cristo nutre per la Chiesa e per l’uomo chiamato alla vita divina. E’ l’amore redentivo che partecipa dell’amore redentivo di Cristo inviato "come salvatore del mondo".

Vorrei fermarmi un momento, a considerare questa partecipazione mistico-sacramentale all’azione redentiva di Cristo da parte di noi sacerdoti. Ce la narrano i santi sacerdoti.

Pensiamo a S. Leopoldo Mandic, racchiuso per anni ed anni nel suo confessionale, sommerso dai peccato che i penitenti gli riversavano addosso. Deriso da alcuni perché rendeva tutti innocenti, assolvendoli con misericordiosa larghezza, per poi passare lunghe notti in espiazione, tremando al timore del giudizio di Dio. Aveva infatti congedato i peccatori offrendosi al loro posto: "farò penitenza io per voi, pregherò io …". E ricco di misericordia tremava davanti alla giustizia di Dio.

Pensiamo al beato Padre Pio. Le sue stimmate mostrarono al mondo la natura sacramentale del nostro sacerdozio: rendere visibile il "caro prezzo" di sangue nascosto in ogni sacrificio eucaristico, in ogni assoluzione sacramentale, in ogni Liturgia delle ore, in ogni conflitto col Maligno. Nascosto anche nell’umile e fedele soggezione alla Chiesa [cfr. Via Crucis in compagnia dei Santi. Testi di A. Sicari].

La configurazione ontologica del sacerdote, costituita dal carattere sacramentale dà il segno, imprime la figura propria all’amore che il sacerdote riceve come frutto del sacramento. La carità con cui si amano fra loro i discepoli di Cristo non è esattamente la stessa della carità con cui il pastore ama i fedeli affidati. Egli è il segno visibile dell’amore redentivo di Cristo. I sacerdoti sono e devono essere nella Chiesa e per la Chiesa una ripresentazione sacramentale ed esistenziale dell’amore redentivo di Cristo.

Ritorniamo alla lettura meditata del testo biblico e lo sentiremo risuonare nel nostro cuore con una tonalità specifica, singolarmente significativa per noi sacerdoti.

Attraverso il sacramento dell’ordine siamo resi partecipi della stessa carità del Padre quale si è manifestato nel fatto che Egli "ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo". Attraverso il sacramento dell’ordine siamo resi partecipi della stessa carità del Figlio Unigenito che consente di essere inviato nel mondo "come vittima di espiazione". Attraverso il sacramento dell’ordine siamo resi partecipi dello stesso Spirito Santo nel quale il Padre ha amato il Figlio inviandolo nel mondo, e per mezzo del quale il Figlio "offrì se stesso senza macchia a Dio" [Eb 9,14].

Vorrei concludere questo punto con una riflessione che mi viene da uno dei capitoli più importanti della filosofia moderna.

Se mi chiedo: che cosa è il pane? Posso rispondere in due modi: o con la formula chimica o dicendo che è il nutrimento dell’uomo. Ambedue le definizioni sono vere. Analogamente se chiedo chi/che cosa è la persona umana posso rispondere definendo la sua natura ed essenza oppure definendo il senso che egli ha nell’universo dell’essere. Ambedue sono vere: Dio è al tempo stesso Colui che dona l’essere e il senso.

Quando Dio dona ad un uomo di essere il segno, il testimone di Cristo come redentore dell’uomo, il senso del suo essere nella chiesa e nel mondo è cambiato: il suo essere è voluto e pensato con questo senso. Ciascuno di noi è come e ciò che è pensato e voluto dal Padre: si è ciò che siamo per il Padre, che ci ha voluti in Cristo. Il carattere sacramentale dell’Ordine costituisce il senso della persona del battezzato e la grazia capacita la libertà a realizzarlo.

Noi siamo voluti per essere il sacramento visibile dell’Unigenito che il Padre ha mandato nel mondo "come vittima di espiazione per i nostri peccati". La ragione del nostro essere è questa.

3. A questo punto comincia la riflessione etica sul nostro sacerdozio: quale via, come dobbiamo esercitare la nostra libertà per realizzare il senso della nostra vita, del nostro essere? Dove possiamo imparare questa scienza della libertà?

In primo luogo attraverso una celebrazione vera dell’Eucarestia, a causa della res stessa di questo sacramento. L’Eucarestia è in senso forte la scuola dove impariamo ad essere liberi.

La libertà del ministro è negativamente rinuncia ad ogni progettazione autonoma della propria esistenza: il vincolo della obbedienza ha questo significato profondo. Essa libera la nostra libertà: in ordine a che cosa? Al puro dono di sé nel servizio all’uomo nella Chiesa. Obbedienza e carità sono le due ali del sacerdote. L’uomo non è senza l’altra: l’obbedienza senza la carità crea o lo schiavo o il burocrate; la carità senza l’obbedienza non libera l’uomo dall’insidia di affermare se stesso.

Ma dobbiamo porci alla scuola dei santi pastori, per imparare da loro come essere il sacramento permanente dell’amore redentivo di Cristo: "cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi" [Didaché IV, 2; CN ed., Roma 1978, pag. 32].