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ALLEANZA, EUCARESTIA E SOCIETA’
Rinascita Cristiana
Ferrara 15 giugno 2002

La collocazione dell’Eucarestia fra due termini, l’uno centrale nell’esperienza della fede ebraico-cristiana e l’altro indicativo di una dimensione essenziale del vivere umano, ci porta a considerare l’Eucarestia, a riflettere sull’Eucarestia nel suo più stretto rapporto coll’esistenza umana.

Enuncio subito la tesi che vorrei esporre e dimostrare: poiché l’Eucarestia ricostruisce l’Alleanza fra Dio e l’uomo, poiché la "res" propria dell’Eucarestia è la carità [virtù teologale], l’Eucarestia è la sorgente della vera realizzazione della socialità umana.

L’articolazione concettuale della tesi quindi è la seguente. Si affermano due verità teologiche circa l’Eucarestia: essa ricostituisce l’Alleanza fra Dio e l’uomo; essa ultimamente causa in chi la celebra la virtù teologale della carità. Si afferma un legame, una connessione tra queste due affermazioni e la costituzione del sociale umano come tale: legame, connessione la cui natura dovrà essere accuratamente individuata.

Per procedere dunque con ordine, distribuirò la mia riflessione nei seguenti punti: l’Eucarestia ricostruisce l’Alleanza mediante il dono della carità, primo punto; breve riflessione sulla natura del sociale umano, secondo punto; Eucarestia e ricostruzione del sociale umano, terzo punto.

1. EUCARESTIA, ALLEANZA, CARITA’

Penso sia bene partire da una buona definizione descrittiva della [celebrazione dell’] Eucarestia. "La Messa è la nostra ripresentazione sacramentale al sacrificio del Calvario attraverso la ripresa rituale – e pertanto ripetibile – del segno del pane e del calice che il Signore Gesù nell’ultima sua cena, con l’ordine di iterazione, ci diede espressamente a tal fine" [C. Giraudo, In unum corpus. Trattato mistagogico sull’Eucarestia, Ed. S. Paolo, Milano 2001, pag. 523].

Mi fermo prima di procedere al nostro tema, a sottolineare alcuni punti di questa definizione descrittiva.

La ripresentazione sacramentale è una ripresentazione reale anche se non fisica. Cioè: noi siamo realmente presenti allo stesso sacrificio del Calvario, a ciò che è accaduto sulla Croce, pur non essendolo nel modo con cui lo furono Maria e Giovanni [cfr. Gv 19,25]. Noi lo diventiamo attraverso, mediante i segni del pane e del vino.

La realtà della nostra ripresentazione non è dovuta esclusivamente, non si limita all’intenzionalità [memoria, intelligenza, volontà] di chi celebra, sacerdoti e fedeli. Essa è dovuta al fatto che, in forza delle parole del Signore dette dal ministro il pane ed il vino diventano realmente, veramente e sostanzialmente il Corpo offerto ed il Sangue effuso di Cristo. Come sappiamo questa mutazione o trasformazione è una vera e propria transustanziazione.

Ultimo rilievo telegrafico. C’è identità fra celebrazione eucaristica e sacrificio del Calvario per cui ciò che è vero del sacrificio del Calvario è vero della celebrazione eucaristica. Ciò che si ripete è precisamente la ripresentazione sacramentale-rituale, la quale, in quanto opera umana, è e può essere più o meno degna [cfr. 1Cor 11,27-29]. La ripresentazione sacramentale raggiunge precisamente la sua perfezione, la sua integrità nella degna comunione al Corpo e al Sangue del Signore.

Il richiamo fatto ad alcuni punti essenziali della definizione descrittiva dell’Eucarestia può bastare per introdurci finalmente nel nostro tema.

Una delle strade più suggestive percorse dal pensiero cristiano è stata quella iniziata da S. Ireneo attraverso la sua categoria della ricapitolazione, che il grande maestro ritiene essere la chiave di volta di tutto il pensiero cristiano. Ireneo è stato il primo che ha elaborato una visione cristiana sistematica.

La tesi centrale di quest visione è la seguente: Cristo "ha ricapitolato in sé la creatura modellata all’inizio" [Contro le eresie III, 21,9; trad. E. Bellini, ed. Jaca Book, Milano 1981, pag. 287. Le citazioni saranno sempre prese da questa traduzione, l’unica completa in italiano].

Che cosa significa "ha ricapitolato"? ha tre significati che occorre tenere contemporaneamente presenti. Cristo ha ri-costituito [rinnovato] in se stesso tutta la creazione, l’uomo in primo luogo, modellata all’inizio; ha portato a compimento, ha portato alla sua perfezione tutta la creazione modellata all’inizio; ha riassunto in sé, ha con-centrato in sé stesso tutta la creazione modellata all’inizio. Come si vede, siamo come invitati e guidati ad avere, a posare uno "sguardo semplice" che veda tutto l’insieme dell’opera divina; ad ascoltare la "polifonia" della divina Rivelazione; ad entrare dentro allo "stile architettonico" dell’edificio divino. Ri-assunto, ri-presa dal principio, ri-cominciamento, ri-strutturazione, ri-organizzazione e in-corporazione in un solo Capo: sono le varie dimensione in cui si mostra al credente l’opera che il Padre ha compiuto per mezzo e in Cristo.

Tutta la vicenda umana è stata ripresa da Cristo, il quale ne ha radicalmente mutata la condizione, costituendosi vero e definitivo principio e sorgente della nuova umanità: e ciò è accaduto nella "obbedienza sul legno" compiuta dal Verbo incarnato da Maria, obbedienza che introdusse nel possesso della vita divina l’umanità assunta dal Verbo.

"Infatti ciò che è stato legato non può essere slegato se non si ripercorrono in senso inverso le pieghe del nodo, così che le prime pieghe siano sciolte grazie alle seconde e inversamente le seconde liberino le prime, per cui capita che il primo legame è sciolto dal secondo e il secondo nodo serve da slegatura per il primo … Infatti il Signore, divenuto "il primo nato dei morti" [Col 1,18], ha accolto nel suo seno gli antichi padri e li ha rigenerati alla vita di Dio, divenendo egli stesso il principe dei viventi, poiché Adamo era divenuto il principio dei morti" [III, 22,4; pag. 289-290].

Nel sacrificio della Croce Cristo ha ricostruito in sé stesso tutta la creazione, l’uomo in primo luogo, in quanto l’ha riportato in quella comunione col Padre a cui era stata destinato: lui, nel quale era in un qualche modo presente ogni uomo [Erat in Christo homo totus – scrive S. Ilario – ideo, in famulatum spiritus corpus assumptum, omne in se sacramentum salutis nostrae explevit: Comm. in Mt II, 5; PL IX, 927]. E’ una ri-capitolazione che ri-percorre in senso inverso la vicenda umano-adamitica, ricostituendo in se stesso la verità nella quale l’uomo era stato plasmato dal Padre.

Né si deve pensare che nel progetto divino l’economia dell’Incarnazione-ricapitolazione sia "seconda", quasi di "ripiego" al primitivo ed originario progetto. Scrive S. Ireneo:

"egli stesso [il Signore] ha ricapitolato in se stesso tutte le genti disseminate fin dal tempo di Adamo e tutte le lingue e generazioni umane insieme ad Adamo stesso. Per questo lo stesso Adamo è stato denominato da Paolo "figura di Colui che doveva venire" [Rom 5,14]. Infatti, il Verbo, Artefice di tutte le cose, aveva prefigurato in lui la futura economia dell’umanità di cui si sarebbe rivestito il Figlio di Dio: Dio aveva cioè stabilito in primo luogo l’uomo animale, evidentemente perché fosse salvato dall’uomo spirituale. Poiché preesisteva il Salvatore, doveva venire all’esistenza anche ciò che doveva venire salvato, affinché il Salvatore non fosse inutile" [III, 22,3; pag. 289].

E’ dentro a questa comprensione dell’economia della salvezza che si può avere una intelligenza profonda della celebrazione dell’Eucarestia in quanto sacramento del sacrificio di Cristo sulla Croce. Attraverso la partecipazione o comunione al sacrificio di Cristo, ciascuno di noi viene ri-messo, ri-generato nella sua originaria verità.

In che cosa consiste, quale è l’originaria verità dell’uomo? quale è cioè l’effetto proprio e specifico della partecipazione o comunione eucaristica? S. Tommaso risponde stupendamente nel modo seguente: "per hoc sacramentum augetur gratia, et perficitur spiritualis vita, ad hoc quod homo in seipso perfectus exsistat per coniunctionem ad Deum" [3, q.79, a.1, ad 1um: tutto l’articolo merita di essere letto]. La verità dell’uomo consiste nell’essere in comunione o alleanza con Dio attraverso la carità.

La vera trasformazione dell’uomo consiste in questa trasformazione della sua volontà, del suo cuore direbbe la S. Scrittura, quale accade attraverso il dono della carità. L’effetto propria della nostra partecipazione o comunione alla celebrazione eucaristica [la res sacramenti viene chiamata in teologia] "est caritas, non solum quantum ad habitum, sed etiam quantum, ad actum, qui excitatur in hoc sacramento". La nostra carne e il nostro spirito sono divinizzati.

2. NATURA della SOCIETA’ UMANA.

Questo secondo punto ha il carattere di un momento di transizione nella nostra riflessione. Vorrei molto schematicamente rispondere alla seguente domanda: che cosa è la società umana?

Prima di rispondere devo fare due precisazioni importanti. Non parliamo né esclusivamente né principalmente della società politica. Lo Stato non esaurisce la socialità umana. Noi vogliamo parlare del "sociale umano" come tale, in qualunque forma poi esso si esprima. La seconda precisazione è che ponendoci in questa prospettiva, la domanda è una domanda sulla persona umana come tale. Alla fine, come vedremo subito, la questione è la seguente: la persona umana è naturalmente sociale? Ed è da questa domanda che dobbiamo partire.

Tutto il nodo della problematica sta nel significato che si attribuisce a quel naturalmente: se dico, come mi sembra oggi tutti dicono, che la socialità o socializzazione è nella natura dell’uomo, che cosa in verità intendo dire?

Dice con verità S. Tommaso che quando si usa la parola "natura" per spiegare un fatto umano, essa può avere due significati assai diversi [cfr. in IV Sent. Dist. 26, q.1, a.1]. Può significare, qualcosa che è necessariamente causato per leggi fisiche, chimiche …; oppure qualcosa cui siano naturalmente inclinati, ma la cui realizzazione esige l’esercizio della ragione e della libertà.

Per brevità, diciamo subito che esiste nell’uomo una inclinazione naturale dell’uomo ad associarsi con gli altri nel secondo significato. La determinazione della natura dell’inclinazione sociale dipende quindi dal ruolo che assegniamo alla ragione, o – il che equivale – alla funzione interpretativa, ermeneutica che la ragione esercita nei confronti di quella inclinazione: a che cosa in realtà l’uomo è inclinato, orientato quando egli segue la sua inclinazione, il suo orientamento ad associarsi cogli altri?

L’Occidente moderno ha dato a questa domanda due risposte, perché ha conosciuto fondamentalmente due idee di ragione, e quindi ha assegnato due funzioni ermeneutiche alla ragione.

"Per la prima la ragione è lo strumento attraverso il quale l’uomo domina il mondo e lo trasforma secondo le proprie intenzioni. E’, questa, quella che Horkheimer chiama "ragione strumentale". La ragione indica gli strumenti attraverso i quali i fini umani possono essere realizzati. Attraverso l’opera della ragione il mondo viene trasformato ed umanizzato. Il difetto di questa ragione è che essa non dice nulla sui fini … l’uomo deriva i suoi fini sempre più dalle sue passioni incontrollate e sempre meno da un’idea regolativa di bene. La ragione strumentale infatti confessa la sua incapacità di conoscere ciò che è bene per l’uomo. E’ una ragione avalutativa che riceve i propri fini dall’arbitrio umano" [R. Buttiglione in Codzienne pytania Antygony, Lublin 2001, pag. 145].

Alla luce di questa idea di ragione, l’uomo è inclinato ad associarsi mosso dal proprio interesse o bene privato o proprio: non esiste un bene umano in sé e per sé. La società umana quindi è l’incontro di due o più ricerche del proprio bene individuale, al fine di ottenere in e da questo incontro il maggior vantaggio individuale possibile. La società dunque nella sua intima natura deve essere pensata secondo il paradigma della contrattazione. La ragione è chiamata a regolamentare questa contrattazione: è "strumentale" alla ricerca da parte degli individui del proprio bene privato. In questa prospettiva, la regola e la regolamentazione è il problema principale; ed il bene comune è l’utilità del maggior numero possibile di singoli individui.

Ma esiste nella cultura occidentale un’idea di ragione molto diversa da questa. Essa è stata in questi anni profondamente e fortemente richiamata ed insegnata da Giovanni Paolo II. Questa idea può essere sinteticamente presentata nel modo seguente.

La ragione è lo strumento dato alla libertà perché l’uomo, conoscendo la verità sul bene umano, possa costruire con l’altro uomo un rapporto di natura etica, e non semplicemente utilitaristica.

La ragione ha infatti non una ma una duplice capacità. Essa è orientata a, ed è capace di conoscere la verità del bene sulla persona umana come tale: sul bene/valore che è la persona umana e sui beni che sostanziano o concretizzano il bene che è la persona. In secondo luogo, la ragione umana è orientata, ed è capace di organizzare, di regolare il sociale umano in funzione della verità conosciuta. "Se la prima funzione della ragione non viene più riconosciuta l’uso della seconda si perverte. La decisione sui fini non è arbitraria e la persona umana è il fine attorno a cui ragionevolmente si articola e si compone la comunità umana" [ibid. pag. 146]. La persona umana, si intende, considerata nella sua integra costituzione corporea-psichica-spirituale, e nella dignità sublime del suo fine ultimo.

Alla luce di questa concezione della ragione, l’inclinazione alla società con gli altri non deve essere interpretata solo come ricerca del modo migliore per raggiungere nel grado massimo possibile il proprio vantaggio individuale, ma come arricchimento, dilatazione spirituale che deriva dalla convivenza fra persone. "L’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani" [Giovanni XXIII, Lett. Enc. Pacem in terris 6,1; EE7, 577].

Nella società occidentale attuale la concezione vincente è la prima: i più gravi problemi che attraversano le nostre società derivano da questa vittoria. Ma con quest’affermazione siamo già entrati nel terzo ed ultimo punto della nostra riflessione.

3. EUCARESTIA e SOCIETA’

Vorrei che fin dall’inizio ci liberassimo da una specie di "caricatura" con cui possono essere pensati i rapporti fra Eucarestia e società: caricatura che farebbe solo ridere se la cosa non fosse tremendamente seria. E’ la visione secondo la quale esiste un rapporto fra Eucarestia e società in quanto la celebrazione dell’Eucarestia esprime una vera esperienza comunitaria dello stare assieme: non raramente questo in concreto significa un assemblearismo liturgico (si fa per dire) chiassoso e vuoto.

Dobbiamo dunque fare una premessa teologica di enorme importanza per il problema che stiamo trattando. E’ fatta alla luce di un testo paolino: "il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane" [1Cor 10,16-17]. La dimensione conviviale-comunitaria non è la dimensione centrale nella celebrazione eucaristica, in quanto essa è subordinata alla dimensione sacrificale della celebrazione, dalla quale naturalmente ed immediatamente consegue [cfr. anche 2Cor 5,14-15]. Questo ordine interno all’evento eucaristico deve essere custodito con somma cura: è perché partecipo al sacrificio di chi "è morto al posto di tutti", che io posso vivere non più per me stesso.

Quale rapporto dunque esiste fra l’evento eucaristico e il sociale umano? Secondo l’analisi agostiniana esistono solo alla fine due possibili forme di sociale umano: quello costruito sull’amore di Dio spiato fino al disprezzo di sé, e quello costruito sull’amore di sé fino al disprezzo di Dio. E pertanto ciò che si oppone alla costruzione di un vero sociale umano non è la diversità sessuale, la diversità razziale, la diversità nazionale o altra diversità ancora: è la diversità dell’inclinazione fondamentale del cuore umano. Se esso è inclinato fondamentalmente al proprio bene privato oppure al bene comune: quel bene cioè che partecipato da ciascuno non separa ma unisce, non impoverisce ma arricchisce.

Esiste questo "bene comune"? La risposta cristiana è la seguente. Esso esiste, e consiste nella Vita stessa divina che è unità di Tre Persone uguali e distinte. La Liturgia chiama quest’Unità nella Trinità "principalis unitas". Cioè: non esiste un’unità più … tale [più una] che la Trinità delle divine persone. L’unità massima cioè non è l’unità con se stesso, la perfetta identità di sé a sé: è l’unità nella Trinità delle persone divine. E’ questo il "bene comune".

A noi giunge attraverso l’umanità del Verbo incarnato, morto e risorto: "principium quodammodo omnis gratiae secundum humanittem, sicut Deus est principium omnis esse" [ De Veritate q. 29.a.5c]. La partecipazione a questo "bene comune" è possibile attraverso la partecipazione all’Eucarestia: è stato S. Ilario a scrivere le pagine più profonde su questo tema.

Ma a questo punto dobbiamo fare una precisazione per non cadere in un rozzo pan-ecclesialismo.

La Vita trinitaria a noi partecipata è la grazia santificante che è sempre accompagnata dalla carità: la comunione in Essa e posta in essere da essa è il Corpo mistico di Cristo, la Chiesa considerata nella sua "anima". Formalmente, la vita della Chiesa è la carità in quanto partecipazione alla carità di Cristo, effusa in noi dallo Spirito Santo.

Ma l’uomo giustificato costruisce rapporti umani che appartengono anche all’economia della creazione. In quanto liberato nella carità dalla ricerca esclusiva ed escludente del proprio interesse privato, egli è capace di costruire rapporti sociali nella verità dei beni umani. E’ in questo senso che l’Eucarestia è capace di generare l’unico vero sociale umano.

Alla domanda: esiste un "bene comune"? si è anche risposto all’interno di un progressivo processo di secolarizzazione: è l’umanità a cui ogni uomo partecipa. La risposta che possiede una sua verità, poteva essere difesa nella sua verità medesima ad alcune condizioni, che però l’Occidente ha progressivamente tolto. Ma questa è una pista di riflessione che esigerebbe molto altro tempo per percorrerla.

Conclusione

La riflessione sull’Eucarestia può oggi aiutarci a capire il vero nodo delle difficoltà in cui versano le società occidentali. Sono difficoltà che scaturiscono principalmente della negazione che l’uomo sia capace di un auto-trascendimento sia cognitivo sia morale. Capace cioè di conoscere la verità sul bene dell’uomo come tale, e di desiderarlo in quanto bene che vale in sé e per sé. E’ un errore sull’uomo che lo riduce ad individuo naturalmente inclinato al sociale, ma naturalmente non inclinato ad una società che non sia coesistenza di opposti interessi.

Ancora una volta è vero che solo nel mistero del Verbo incarnato l’uomo scopre l’intera verità di se stesso.