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60° anniversario dell’Associazione Industriali di Bologna.
Relazione "La responsabilità sociale dell’impresa: abbozzo di una riflessione etica"
29 novembre 2005


Esiste una difficoltà soggettiva ed una difficoltà obiettiva a trattare da parte mia questo tema. La difficoltà soggettiva è dovuta al fatto che né provengo da studi economici né all’interno della riflessione etica, cui ho dedicato larga parte della mia vita, ho avuto particolare attenzione all’etica nell’economia, se non negli ultimi anni. La difficoltà oggettiva è dovuta alla complessità che il tema in sé e per sé presenta, per le ragioni che dirò fra poco.

Tutto questo per spiegare il carattere di "abbozzo" con cui ho qualificato questa mia riflessione. Nulla di più che un invito fatto alla nostra persona di riflettere su una urgenza ed una priorità ormai non più prorogabili. Quale urgenza e quale priorità? Responsabilizzare socialmente le imprese. Che cosa vuol dire? E spiego la prima parte del titolo che ho dato alla mia riflessione, che cosa cioè intendo per "responsabilità sociale dell’impresa" [da ora RSI].

01. Generalmente parlando, la RSI significa l’assunzione di criteri di comportamento da parte delle imprese non derivabili e non legittimati da un modello nel quale le scelte di investimento, e più in generale di conduzione del processo produttivo, si propongono il solo fine di massimizzare i profitti; e da un modello nel quale i cittadini compiono le loro scelte di consumo o di risparmio, massimizzando esclusivamente preferenze autointeressate. È, come vedete, una definizione descrittiva costruita negativamente [RSI significa non …]. Ma all’inizio è meglio non impegnarsi concettualmente in misura maggiore.

Per una rigorizzazione concettuale migliore è forse meglio fare una breve preistoria del concetto della RSI.

Nella modernità, la prima figura, storicamente la prima tappa verso la RSI è costituita dalla c.d. "logica dei due tempi"- una logica che trova nel filosofo ed economista inglese John Stuart Mill uno dei primi espliciti teorizzatori. Il primo tempo è costituito dalla massimizzazione del profitto aziendale, ricorrendo a tutti gli accorgimenti possibili, ma naturalmente leciti; il secondo tempo è costituito dalla ridistribuzione sociale di parte del profitto sia attraverso l’imposizione fiscale sia attraverso la beneficenza volontaria. Ho detto che questa è la prima figura storica. Non va inteso nel senso che questa logica dei due tempi oggi non esista: al contrario. Si voleva solo dire che oggi è ritenuta inadeguata da un sempre maggior numero di persone, come realizzazione compiuta della RSI.

La seconda figura è costituita dalla c.d. "logica della correzione". È costituita, questa figura, dai tentativi di correggere l’attività dell’impresa impedendo ad essa di ridursi alla sola produzione del profitto costi quel che costi. Molti sono stati gli agenti di questa correzione. In primo luogo i Sindacati che, anche con l’arma dello sciopero, hanno costretto gli imprenditori a rendere più umano il lavoro e ad aumentare il salario in linea con gli aumenti della produttività. Anche i consumatori, in questi ultimi tempi, hanno cercato di "correggere" l’impresa, con campagne di informazione e perfino mediante azioni di boicottaggio nei confronti di beni prodotti in violazione di diritti umani fondamentali.

Questa duplice figura in cui finora si è realizzata la RSI è oggi ritenuta insufficiente, e si sta imponendo sempre più la convinzione che l’etica non deve entrare in azione dopo la produzione, quasi per compensare i danni umani provocati, ma deve regolare la produzione stessa. Secondo questo nuovo approccio, già nella fase della produzione della ricchezza si devono osservare principi etici, esplicitamente formulati in vere e proprie carte di valori.

Il concetto di RSI penso risulti ora più chiaro e preciso. Esso connota un’attività imprenditoriale governata in ogni suo momento da una vera e propria etica dell’impresa.

02. Se ora passiamo dalle figure oggettive all’attitudine soggettiva dell’imprenditore nei confronti della RSI, troviamo una pluralità di comportamenti d’impresa.

Vi sono imprese che accolgono le procedure e gli strumenti tipici della RSI perché costrette – per così dire - dalla pressione esterna, civile e/o politica. Si tratta di soggetti che, appena è loro possibile, ben volentieri accettano di liberarsi da tali vincoli, ad esempio trasferendo impianti o rami d’azienda là dove questa pressione non esiste [esistono paesi nei quali è consentito che bambini di 12 anni lavorino 10 ore al giorno].

Vi sono poi imprese che accettano di attuare pratiche di RSI in quanto costatano che questa accettazione genera buoni risultati sul mercato, conferendo un’onorabilità sociale che si traduce in un vero e proprio capitale reputazionale. Si tratta di imprese "illuminate", che hanno a cuore la profittabilità a lungo termine della loro azienda, che non peccano cioè di miopia. Tuttavia esse si muovono ancora entro una prospettiva meramente strumentale, in ordine al fine ritenuto unico.

Vi sono infine imprese che praticano la RSI per ragioni intrinseche, perché coloro che le costituiscono e le dirigono condividono, facendoli propri, quei valori etici e quei principi di condotta che portano a rapportarsi responsabilmente con tutte le categorie di soggetti che, dentro e fuori dell’impresa, concorrono al bene comune. Va da sé che nella realtà si incontrano imprese il cui comportamento è una combinazione, variamente pesata, dei tre tipi sopra descritti.

Penso che ora il concetto di RSI sia più chiaro, sia sul versante oggettivo-istituzionale sia sul versante soggettivo-personale.

Vorrei sviluppare la mia riflessione in due punti. Il primo lo potrei chiamare "videtur quod non…": in esso vorrei verificare se le critiche alla RSI [che non sono poche] sono consistenti; nel secondo vorrei mostrarvi la necessità per l’impresa di assumersi una vera e propria responsabilità sociale.

1. Videtur quod non: le critiche alla RSI

Tutte le critiche alla [necessità di una] RSI possono essere ridotte alla seguente sintetica formulazione: l’unica RSI è incrementare i profitti. Il premio Nobel dell’economia Milton Friedman già nel 1962 aveva scritto: "Poche tendenze possono minacciare le fondamenta stesse della nostra libera società come l’accettazione da parte dei responsabili d’impresa di una responsabilità sociale che sia altro che fare tanti più soldi possibili per i loro azionisti".

Da noi in Italia fu di particolare interesse il dibattito aperto su "La Stampa" da N. Bobbio il 6 gennaio 1989, prendendo lo spunto dalla denuncia di alcuni comportamenti antisindacali verificatisi alla FIAT. La risposta data da C. Romiti alla complessa molteplicità delle questioni poste da Bobbio diceva fra l’altro: "L’impresa ricava la legittimazione ad esistere nella società moderna solo in quanto produttrice di profitto o meglio solo quando essa contribuisce al progresso e allo sviluppo della società in cui vive aumentandone continuamente la ricchezza" [La Stampa del 10 gennaio]. Come si vede, sulla RSI si confrontano posizioni anche diametralmente opposte.

Più che presentare le varie obiezioni però, è più opportuno cogliere la logica che le sostiene. Essa è comune a tutte le obiezioni, ed articolata nelle seguenti affermazioni.

- L’economia di mercato non ha bisogno di certificati di legittimazione etica dal momento che essa, per definizione, si costituisce attraverso la cooperazione volontaria. L’unica condizione è che sia questa la modalità, cioè che chi vi partecipa lo faccia consapevolmente e liberamente, prevedendone ed accettandone anche le conseguenze.

- Poiché l’impresa è l’istituzione cardine dell’economia del mercato, la legittimazione di questo induce la legittimazione di quella. Senza bisogno di legittimazioni estrinseche, ovviamente nel presupposto che si rispettino le regole sia del gioco economico sia dell’assetto giuridico in essere.

- La conseguenza ultima di questa sorta di sillogismo quindi è che, poiché l’impresa trova in se stessa e per se stessa la sua ragione d’essere, la sua unica RS è che raggiunga il suo obiettivo: massimizzare il profitto.

Di fronte a questa logica argomentativa, rispondo globalmente nel modo seguente: "sì, ma…". Mi spiego.

Il "ma…" "non introduce, come ci si potrebbe forse aspettare, un certo contemperamento (l’equivalente di un "sì ma non troppo") ma un preciso valore etico condizionante in quanto tale la validità del giudizio della prima parte: è la sua assenza a imporre il no: tutta la valutazione è subordinata alla presenza od osservanza di questo valore etico" [G. Gatti, in Per un umanesimo degno dell’amore (a cura di P. Carlotti – M. Toso), Las-Roma 2005, pag. 374]. Più semplicemente: da sé sola l’impresa non si legittima. Vediamo perché.

L’etica classica già con Aristotele distingue accuratamente tre modi con cui la persona è causa delle sue azioni, e non solo due. Essa può causare volontariamente l’azione che compie. Essa può essere causa involontariamente dell’azione [caso classico è la violenza con cui fisicamente ti costringo a compiere un’azione]. Essa può essere causa non-volontaria dell’azione nel senso che la persona consente ma in ragione dei vincoli in cui si trova ad agire: il pilota che scarica tutto il kerosene per salvare le persone pur inquinando gravemente un ambiente, agisce non-volontariamente, pur non trovandosi ad agire involontariamente. In altre parole, "la libera scelta è tale solo se anche l’insieme delle alternative [inquinare ma salvare; perdere i passeggeri ma non inquinare] tra cui scegliere è oggetto di scelta".

Da questa premessa deriva che la libertà di scelta è fondativa del consenso solo quando i vincoli sotto i quali si decide di cooperare sono da tutti i partecipanti accettati, anche se non pienamente condivisi. Orbene non penso che siano in molti a pensare che normalmente le cose stiano così.

Esiste poi un’altra osservazione che impedisce di ricavare l’autolegittimazione dell’impresa dall’autolegittimazione del mercato. È così formulata limpidamente da S. Zamagni. La derivazione di cui sopra "dà per scontato un assunto che non è affatto tale. E cioè che il principio organizzativo del mercato sia il medesimo di quello dell’impresa. Il che non è, perché mentre il mercato postula rapporti orizzontali e simmetrici tra tutti coloro che vi prendono parte … l’organizzazione interna dell’impresa si fonda, oggi come ieri, sul principio di gerarchia – tanto è vero che è il comando il suo strumento principale".

C’è infine una terza considerazione critica che parla contro la tesi dell’autolegittimazione dell’impresa, la quale postula – come già ricordato – che l’impresa nel perseguimento dei suoi obiettivi rispetti tutte le "regole del gioco".

La critica sta in ciò: la condizione sarebbe sufficiente a validare la tesi in questione, se fosse vero che le regole del gioco or ora ricordate sono sempre "complete", capaci cioè di prevedere tutte le situazioni possibili, e se fosse vero che la produzione di nuove regole sia sempre al passo coll’evoluzione delle vicende economiche oggi più che mai soggette a rapidi mutamenti. In buona sostanza: a condizione di operare in un quadro di istituzioni efficienti, giuste e rispondenti alla situazione.

Orbene, tutti sappiamo che la situazione non è questa. E pertanto il necessario apporto al bene comune da parte dell’impresa non può limitarsi al rispetto di regole date quando si sa che queste sono incomplete o obsolete. È necessario che anche dal mondo dell’impresa giunga il contributo necessario a generare quell’ethos civile da cui solamente poi possono nascere istituzioni civili e giuste. E’ questa la grande frontiera della responsabilità sociale dell’impresa, oggi.

2. Sed contra: riflessioni a favore della RSI

Vorrei costruire la mia riflessione in questo secondo punto per gradi o passi successivi, partendo ancora una volta da una pagina del pensiero etico classico, una pagina di S. Tommaso d’Aquino [cfr. 1,2, q.20, a.5], dove il S. Dottore si chiede se lo "evens sequens" della nostra scelta libera è rilevante in rapporto alla giustizia/ingiustizia di questa.

La risposta parte dalla distinzione fra evento prevedibile ed evento imprevedibile. Se è prevedibile, "manifestum est quod addit ad bonitatem vel malitiam". Ma se non è prevedibile, tuttavia "per se sequitur" e normalmente ["ut in pluribus"] dalla scelta fatta, allora esso afferisce alla moralità della scelta fatta. In conclusione: non solo l’esame morale non può limitarsi al puro e semplice atto da me compiuto; non solo non può limitarsi alla considerazione delle conseguenze prevedibili, ma deve anche allargarsi alle conseguenze obiettivamente possibili.

È questa una base adeguata per costruire una teoria ed una prassi della RSI, definendola in base alle conseguenze? Non pare, poiché non basta il controllo degli effetti prevedibili ed obiettivamente possibili in un contesto come quello dell’impresa in cui la decisione da parte dell’imprenditore di innovare continuamente, è la sua caratteristica propria. Non solo, ma – e soprattutto – in un campo come quello economico è sempre possibile l’errore non imprudente frutto cioè di una ragionevole analisi, ed il suo costo non è solo misurabile in termini monetari anche da parte degli azionisti.

Se dunque non si può ancorare la RSI solamente al calcolo razionale delle conseguenze prevedibili ed obiettivamente possibili, su che cosa ancorarla? Nel tentativo di elaborare una base teorica e pratica più adeguata alla teoria dell’etica economica, si è ricorso e si ricorre alla figura del contrattualismo etico.

La RSI può essere definita nei suoi contenuti mediante la compatibilizzazione degli interessi di tutti coloro che cooperano nell’impresa alla creazione del valore in quanto portatori di interessi specifici [capitale finanziario; capitale umano; clienti, etc…]. La RSI è assicurata quando e se l’interesse di ciascuno è equamente compatibilizzato coll’interesse di ogni altro, per cui l’impresa non ha come suo unico e principale obiettivo il profitto ma l’equa soluzione contrattuale degli interessi fra tutti gli stakeholder.

Dunque: la RSI è assicurata dal calcolo razionale delle conseguenze prevedibili ed obiettivamente possibili, in un contesto di contrattazione accettata da ciascun stakeholder ed in cui l’uguaglianza morale di ciascuno di essi è assicurata. In questo consiste la RSI?

In realtà se volessimo ancorare l’etica nell’impresa attraverso questa strada, non affronteremmo la questione di fondo, la quale emerge da una domanda assai semplice: e chi, e che cosa assicura il rispetto effettivo degli accordi contrattualmente raggiunti? Anche nel caso che sulla base di questi ci si dia un "codice etico" da rispettare da parte dell’impresa, chi ci assicura che verrà effettivamente obbedito?

Prima di rispondere a questa domanda, devo aprire una parentesi che non può in questo contesto essere lunga come dovrebbe e meriterebbe il tema.

Quando oggi si pronuncia la parola "etica " si pensa subito ad un insieme di regole di comportamento, nei confronti delle quali si pongono almeno due domande fondamentali: chi le istituisce? quale è il loro senso? Il problema etico è il problema delle norme di comportamento.

Questa coincidenza è storicamente datata; l’uomo non ha sempre posto la domanda etica in quei termini; personalmente non penso che quella sia la domanda etica fondamentale. Che cosa allora l’uomo chiede quando pone la domanda etica? Consentitemi di partire da una riflessione di carattere generale.

Esistono almeno due tipi di domande. Domande che chiedono di avere risposte che chiamerò meramente formali, e domande che chiedono di avere risposte che chiamerò esistenziali. Le prime sono risposte che non provocano in alcun modo la nostra libertà: rispondere alla domanda quale sia il fiume più lungo del mondo, non cambia per nulla le scelte della mia libertà, il mio modo di essere libero. E se chi interroga è pur sempre interessato alla risposta, altrimenti non farebbe la domanda, è in fondo indifferente al suo contenuto, indifferente a che gli si risponda in un modo o nell’altro.

La situazione è ben diversa quando si pongono domande per avere risposte che costituiscono una vera provocazione rivolta alla propria libertà.

Volendo stringere al massimo, quale è allora la domanda etica nel suo nucleo essenziale? È la domanda circa la possibilità dell’uomo di vivere una vita degna di essere vissuta.

È la domanda formulata in Occidente per la prima volta col massimo rigore concettuale da Socrate: "non il vivere è da tenere in massimo conto, ma il vivere bene" [Critone, 48B]. La discriminante radicale non è fra regole giuste o regole ingiuste, ma fra il vivere male/ il vivere bene.

I termini essenziali della domanda etica sono due; la domanda etica sussiste cioè in due problemi.

Il primo: esiste una divaricazione fra "vita degna" e "vita indegna" di essere vissuta. Se questa divaricazione non esistesse, la domanda etica sarebbe priva di senso. Al riguardo il problema primo implicato nella domanda etica è di sapere se questa "diremption" [divaricazione] ha un fondamento oggettivo oppure se essa è totalmente riconducibile alla decisione del singolo e/o della società umana. Esistono ragioni universalmente valide per discriminare una vita degna di essere vissuta da una vita indegna oppure esistono solo ragioni soggettivamente incomunicabili o esclusive al gruppo sociale cui si appartiene? In breve: esiste una verità circa il bene?

Il secondo: l’uomo ha la possibilità di rifiutarsi alla verità circa il bene, ed esperimenta una misteriosa debolezza quando intende realizzare nelle sue scelte libere la verità circa il bene. La salvezza dell’uomo dipende alla fine da questo: salvezza e perdizione di sé stesso convivono come possibilità in ogni scelta libera.

In maniera semplice e profonda, Ovidio aveva narrato la domanda etica nei suoi due termini essenziali quando scrisse: "video meliora proboque [=primo termine/verità sul bene] et deteriora sequor [=secondo termine/condizione della scelta]".

E le "regole", si chiederà qualcuno? La regola o norma è la forza che la verità circa il bene mediante il giudizio della coscienza esercita nei confronti della libertà. Nella coscienza sperimentiamo la forza normativa della verità.

Ma l’uomo non è una casa senza porte e senza finestre: vive con altre persone umane. La regola della vita associata è la forza normativa che esercita la verità circa il bene comune nei confronti della libertà di ogni associato.

Se così non fosse, se cioè non esistesse nessun [a verità circa un] bene comune, inevitabilmente il diritto, la norma non sarebbe alla fine che l’imposizione del più forte al più debole. Se non esiste la forza della giustizia, saremmo consegnati totalmente alla giustizia della forza; sarebbe bene ciò che semplicemente risulta storicamente vincente.

Ho terminato la parentesi di carattere generale, e ritorno alla nostra problematica.

Nel contesto classico non sorse né poteva sorgere una domanda del tipo: perché "essere etici" e non il contrario? Che è invece la domanda oggi sempre più fatta implicitamente o esplicitamente. Ed essa è formulabile solo nel modo seguente: perché rispettare sempre e comunque regole che noi ci siamo imposte?

La breve riflessione di carattere generale; il punto cui ci ha condotto l’abbandono della teoria etica classica, domandarsi perché "essere etici", ci ha portato oggi al ricupero di una certezza. Ciò che è decisivo in ordine al compimento del bene non è la costituzione di una regola, ma la costituzione morale della persona, edificata dalle virtù. Si pensi, per fare solo un esempio, come sono diversi i risultati nel rapporto di lavoro fra impresa e dipendente, anche in termini economici, a seconda che esso assuma la forma dello "scambio sociale" o dello "scambio di mercato".

La RSI in sostanza è realizzata dalle imprese i cui componenti hanno interiorizzato quei valori etici che sono alla base di un rapporto giusto con il territorio e la società. Solo sulla base di un ritorno alla teoria etica classica delle virtù si può elaborare un fondamento adeguato alla teoria e alla prassi della RSI. Essere uomini virtuosi non è solo necessario per essere buoni cittadini: cosa risaputa da sempre. È necessario anche per essere buoni imprenditori, capaci cioè di far funzionare l’impresa anche dal punto di vista del profitto.

Per questa ragione l’assetto istituzionale, che comunque influenza le performance economiche anche nel lungo periodo, deve favorire la fioritura di imprese che vogliono essere socialmente responsabili e non invece scoraggiarle, come talvolta succede, portandole allo scetticismo morale. Sappiamo bene che ci sono imprenditori che accolgono e cercano di mettere in pratica la prospettiva dell’etica delle virtù. Essi saranno minoranza, ma non possono non essere creativi: creativi di una cultura civile di impresa, di cui oggi avvertiamo grande bisogno, soprattutto per contrastare l’invadenza nella nostra società di quelle "passioni tristi" di cui parlava il filosofo olandese Spinoza.

Concludo. Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa dice che "l’obiettivo dell’impresa deve essere realizzato in termini e con criteri economici, ma non devono essere trascurati gli autentici valori che permettono lo sviluppo concreto della persona e della società" [338]. E più particolarmente rivolgendosi agli imprenditori dice che essi "rivestono un’importanza centrale dal punto di vista sociale", ma "non possono tener conto esclusivamente dell’obiettivo economico dell’impresa" [344].

La sintesi pensata e vissuta dell’efficienza economica con lo sviluppo integrale dell’uomo è il compito non più rimandabile. La Chiesa di Bologna adeguatamente sostenuta, attraverso l’Istituto Veritatis Splendor si mette a disposizione per offrire spazi e strumenti per un grande pensiero economico che vada nella direzione di quella sintesi. Potrebbe essere uno dei frutti maturi di questa celebrazione.