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DUPLICE CITTADINANZA 
Cella di Noceto (PR), 29 ottobre 2016


La presenza nel mondo è esigenza e problema che ha accompagnato la coscienza dei discepoli del Signore fin dal giorno di Pentecoste. È esigenza ultimamente fondata sul mistero dell’Incarnazione; è problema, perché il discepolo di Gesù vive paradossalmente due cittadinanze. «La nostra patria infatti sta nei cieli, donde aspettiamo anche quale salvatore il Signore Gesù Cristo» [Fil. 3,20].

Il termine greco corrispondente a patria suggerisce l’immagine della società politica, lo Stato, e l’Apostolo vuole dirci che il cristiano è intimamente estraneo non solo allo Stato, ma anche più in generale al mondo terreno [Cfr. H. Strathmann, GLNT X, 1327-1328]. Ma possiamo anche constatare negli scritti apostolici, che la catechesi apostolica dona orientamenti anche molto precisi su come comportarci nei confronti dell’autorità politica ed in genere nelle condizioni di questo mondo. Insomma, nel mondo ma non del mondo. Questa l’esigenza dello stato di vita cristiano.

Come pensare e vivere questa condizione esistenziale, è una domanda che ha sempre accompagnato la coscienza cristiana. Colla riflessione che andrò proponendo, mi pongo dentro questo itinerario cristiano.

Per dare un certo ordine al mio dire, procederò nel modo seguente. Nel primo punto vi proporrò un sommario schizzo storico. Mel secondo proporrò alcune riflessioni propositive-orientative.


1. SCHIZZO STORICO

Possiamo cominciare dal c.d. Editto di Milano del 313 [Trattasi in realtà di una lettera scritta ai governatori da Costantino I e Licinio, a Milano, dove i due si erano incontrati, nella quale si riconosce ai cristiani libertà di culto]. Oggi la storiografia tende a ridimensionarne l’importanza, tuttavia esso comunque apre ai cristiani la porta per una presenza pubblica nell’Impero. Per altro, già l’Editto di Galerio del 311 prescriveva la restituzione dei beni confiscati ai cristiani [corpori christianorum], sancendo così la loro esistenza come corporazione a tutti gli effetti.

Richiamo solo, nell’età patristica, tre orientamenti che ispirano la presenza dei cristiani nella società: la carità verso i poveri; la creazione di scuole; l’assunzione di responsabilità civili, a causa dello sfacelo delle istituzioni imperiali. Carità, educazione, sussidiarietà. Mi limito solo a due esemplificazioni: la costruzione di Basiliade [Così fu chiamata dall’amico Gregorio di Nazianzo (cfr.Or.43,63) la “Città Nuova” fondata da Basilio allo scopo di accogliere e curare i lebbrosi, i feriti, i malati, i poveri, i pellegrini]. vera città ospedaliera, da parte di Basilio [330ca-379] Arcivescovo di Cesarea di Cappadocia; l’organizzazione della carità a Roma da parte del Papa Gregorio Magno [590-604]. Un altro punto assai importante, che può essere solo ricordato, è la progressiva correzione del Diritto romano matrimoniale alla luce del Vangelo.

Partendo dal Medioevo, a me sembra che il cammino del pensiero cristiano sulla duplice cittadinanza abbia conosciuto TRE GRANDI SVOLTE.

LA PRIMA SVOLTA la si ebbe, a mio umile giudizio, con Tommaso d’Aquino. La svolta è rinvenibile nei seguenti nodi del pensiero tommasiano: il rapporto tra fede e ragione; il dialogo con Aristotile; la grande importanza data alla virtù della giustizia nella riflessione etica. Mi fermo un momento.

Il modo con cui Tommaso pensa il rapporto fede-ragione assicura, all’interno del pensiero cristiano, una consistenza propria alle realtà terrene. Quanto insegna il Concilio Vaticano II nella Costituzione Pastorale Gaudium et spes [n°36] sulla giusta autonomia delle realtà terrene, trova la sua più forte giustificazione teoretica nel rapporto che Tommaso istituisce tra fede e ragione.

L’ingresso di Aristotile nel mondo cristiano significa l’ingresso di una visione del mondo razionalmente giustificata, teoreticamente unitaria, e tendenzialmente completa, edificata fuori della fede. Tommaso commenta con grande cura tutto il pensiero sociale e politico del grande stagirita, e costruisce un vero pensiero politico suo proprio.

La trattazione poi del tema della giustizia offre a Tommaso la possibilità di riflettere sul sociale umano, in quanto sociale giusto. Egli giunge a dire, ispirandosi ad un pensiero di Cicerone, che la giustizia, in quanto virtù che regola i rapporti sociali, «praecellit inter alias virtutes morales» [2,2, q.59, a.12].

LA SECONDA SVOLTA la si ebbe nei secoli XVI-XVII. È un evento culturale in se stesso assai complesso, e che ha dato origine a processi culturali in cui ancora viviamo. Non posso che limitarmi ad alcuni momenti, più pertinenti al nostro tema.

Nel 1625 esce a Parigi l’opera fondamentale di Ugo Grozio [1583-1645] De jure belli et pacis. Nei Prolegomeni egli elabora la teoria secondo la quale, per costruire una vera pace fra le nazioni, è necessario istituire ed accettare un comune terreno di intesa, valido al di là di ogni divergenza religiosa. L’istituzione di questo codice inter-nazionale è opera della ragione, comune ad ogni persona umana. Egli coerentemente giunge a scrivere che il suddetto codice razionale «sussisterebbe in qualche modo ugualmente anche se ammettessimo, ciò che non può farsi senza empietà gravissima, che Dio non esistesse o che non si occupasse dell’umanità». Viene cioè proposto un sociale umano costruito e governato da una ragione autonoma, e privata di qualsiasi riferimento trascendente. L’influsso di Grozio fu enorme. Almeno indirettamente, le dottrine politiche del XVII e XVIII secolo trovano la loro premessa nel pensiero del giurista olandese [Si veda la voce GROZIO U. (G.Fassò) in ENCICLOPEDIA FILOSOFICA BOMPIANI, vol. 5. La citazione è presa da questo articolo].

In ordine alla presenza cristiana nella società, Grozio per la prima volta configura una forma di presenza che metta fra parentesi la propria fede. Ma nello stesso tempo si ipotizza una presenza, che costruisca una società in cooperazione con tutti, sulla base dell’uso della comune ragione. Insomma: la fede divide; la ragione unisce.

Un altro fatto culturale merita la nostra attenzione, un fatto che reputo di grande importanza, anche se apparentemente appare un fatto solo…clericale. La riflessione teologica sull’agire cristiano, dopo il Concilio di Trento, si stacca dall’unitario pensare teologico, ed assume una sua autonomia. Non solo, ma e soprattutto cambia la prospettiva di fondo. La libertà viene pensata come una grandezza inversamente proporzionale alla legge morale, costituita dai Comandamenti di Dio. Pertanto il loro rapporto viene pensato secondo il seguente paradigma. Legge morale e [decisione della] libertà sono due fattori che si contendono il dominio dell’agire umano. Stanno davanti ad un giudice, che deve decidere chi ha ragione. Concretamente: sono libero di fare la scelta X o essa è proibita? Il giudice è la coscienza personale. Ovviamente la coscienza deve essere formata, non solo attraverso la conoscenza della legge morale, ma anche e soprattutto alla capacità di discernere se il “caso” X è o non è proibito da qualche legge morale. L’educazione della coscienza avviene dunque anche e soprattutto attraverso la c.d. casistica: lo studio accurato di casi ipotetici. Poiché i grandi processi culturali del tempo, economici, sociali, politici, ponevano problemi sempre più numerosi e nuovi, la casistica si amplia sempre più, colla tendenza a dare sempre più ragione alla libertà. È il paradigma seguito soprattutto nella Compagnia di Gesù, vera guida della presenza del cristiano nella società. Contro di esso Blaise Pascal nelle sue Lettere Provinciali [1656-1657] si scaglierà con una grande violenza [Esiste in italiano un’ottima edizione con originale a fronte a cura di C. ARENA, Einaudi, Torino 2008]. Non è per caso che, soprattutto nel sec. XVIII, uno dei temi principali della casistica è il tema della cooperazione al male.

LA TERZA SVOLTA è costituita dall’elaborazione da parte del Magistero Pontificio, della Dottrina sociale della Chiesa. Questa nasce con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII [1891]. La Dottrina sociale consta di un vero e proprio magistero, in larga misura antropologico, e di orientamenti operativi. Attraverso il primo i Sommi Pontefici interpretano e valutano alla luce dell’antropologia della fede e della retta ragione, i fondamentali vissuti umani: matrimonio-famiglia, sistemi economici, società civile e politica, società internazionale, globalizzazione, ecologia. Ma la Dottrina sociale indica anche ai credenti, e ad iniziare da San Giovanni XXIII anche agli uomini di buona volontà, criteri etici di valutazione ed orientamenti pratici secondo i quali realizzare la presenza dei cristiani nella società. Nel 2004 la Sede Apostolica ha pubblicato un Compendio della Dottrina sociale.

La Dottrina sociale della Chiesa e la Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II sono da considerarsi la magna Charta della presenza cristiana nella società.


2. RIFLESSIONI PROPOSITIVE

Dal breve schizzo storico risulta con certezza che la presenza cristiana nella società è un’imprescindibile esigenza del battesimo. Chi nega questo, è fuori dalla Tradizione della Chiesa. Oggi come dobbiamo pensare questa presenza? Prima di rispondere penso utile fare due considerazioni sul momento storico che stiamo vivendo.

In un recente articolo un quotidiano italiano riferisce alcune considerazioni di un grande filosofo americano, David Schindler. Egli pensa che siamo “al capolinea della democrazia liberale”. Non nel senso che stiano tramontando le istituzioni democratiche, ma nel senso che la democrazia liberale sta esaurendo la sua logica interna. Questo esaurimento morboso ha cause endogene o esogene? È una malattia endogena, autoimmune: sono gli stessi suoi anticorpi che attaccano l’organismo politico.

Già Platone in una famosa pagina della Repubblica aveva mostrato che le tirannie sono figlie delle democrazie impazzite. «Se lo Stato si occupa solo degli interessi individuali e non del bene comune o bene naturale, non c’è criterio oggettivo con cui risolvere i conflitti della società in modo giusto. Questo è ciò che Giovanni Paolo II ed il Card. Ratzinger intendevano quando parlavano della conversione della democrazia nel totalitarismo, oppure quando si parlava di dittatura del relativismo». [cfr. art. di M. Ferraresi, il Foglio del 15-16 ottobre u.s., pagg.1-2].

La confusione del diritto soggettivo col desiderio sensibile va configurando ogni sociale umano come coesistenza di egoismi opposti, e l’attività pubblica come bilanciamento di opposti desideri. La famosa affermazione di David Hume, «l’uomo è incapace di fare un passo oltre se stesso», sta diventando la colonna portante di ogni edificio sociale.

Seconda considerazione sulla situazione attuale. Stiamo assistendo ad una progressiva delegittimazione della presenza della fede nella pubblica piazza. Non sto parlando di gesti o simboli; sta accadendo anche questo, ma non è di questo che parlo. Delegittimare la fede significa veicolare con tutti i mezzi della comunicazione, l’idea che la fede è pericolosa per la convivenza sociale, quando spinge il cristiano oltre alla pur doverosa testimonianza di una vita cristiana. La fede in piazza genera prima o poi il fondamentalismo. Il passo successivo e logico è che essa può auto-legittimarsi solo mediante una prassi solidaristica.

Se le comunità cristiane fanno propria questa delegittimazione, si suicidano. L’attuale suicidio della proposta cristiana in molte parti dell’Occidente sta rendendo la Chiesa insignificante quanto ai grandi problemi dell’uomo.

In questa situazione – esaurimento della democrazia/delegittimazione della presenza pubblica della fede – quale non deve essere la presenza cristiana nella società?

+ Non dobbiamo non dico accettare, ma neppure venire a compromessi colla delegittimazione di cui parlavo. Richiamo la vostra attenzione su un  solo fatto. La poca stima della dottrina della fede alla quale assistiamo, a favore di un’enfatizzazione della prassi; lo sconvolgimento dell’ordine delle virtù teologali, quale si ha quando si pone a fondamento della vita cristiana non la fede, ma la carità, che ne è invece la perfezione: tutto questo può essere un segnale di compromissione.

+ Non dobbiamo mai scegliere di andare nelle catacombe, ma di andarci solo se vi siamo cacciati dalla violenza. In questo contesto, accenno al grande impegno dell’educazione dei giovani alla fede, sia nelle scuole dipendenti dall’autorità ecclesiastica, sia nelle parrocchie, sia nei Movimenti ed Associazioni. Educazione alla fede come capacità di giudizio sulle realtà umane.

+ Non dobbiamo ridurre la presenza cristiana nella società alla vita personale coerente col Vangelo; ridurre la presenza all’esercizio personale delle virtù. Questa riduzione implica un’antropologia astratta, falsa. La persona umana si realizza nella relazione, poiché è precisamente persona e non individuo, cioè soggetto-in-relazione. La persona è anche il costrutto sociale in cui storicamente vive ed agisce. È stato l’errore basilare della modernità di rifugiarsi nell’auto-referenzialità individuale. Esiste «una realtà immateriale (che sta nello spazio-tempo) dell’inter-umano, ossia che sta fra i soggetti agenti» [Pier Paolo DONATI, L’enigma della relazione, Mimesis ed., Udine 2015, pag.70. (Sottolineature dell’autore). Si veda anche pagg. 240-244: Come la relazione sociale da forma al soggetto relazionale. Fra i Padri della Chiesa, sono stati soprattutto i Padri Cappadoci ad elaborare un’antropologia relazionale, meditando sul mistero trinitario]. Per esempio, avere una legge piuttosto che un’altra circa il rapporto di lavoro dipendente, è assai importante per il soggetto che vive in questa relazione.

Vediamo ora brevemente come deve essere positivamente la presenza cristiana nella società.

+ Partiamo dal caso limite della presenza: l’astensione morale. Per astensione morale si intende il rifiuto o per obiezione di coscienza ad una diciamo regola del gioco oppure il rifiuto del gioco stesso. Fu questo ultimo il caso di Tommaso Moro, per esempio. Non si oppose solamente al coniugio adulterino del re Enrico VIII, ma al fatto che l’Atto di Supremazia cambiava il gioco. A mio umile giudizio la legittimazione giuridica del matrimonio omosessuale non cambia solo una regola del gioco, ma il gioco stesso della società umana. Ne cambia il pilastro stesso: la natura del rapporto uomo-donna.

+ Per uscire da ciò che ho chiamato “agonia della democrazia” e “delegittimazione della rilevanza pubblica della fede”, è necessario in primis difendere e promuovere le realtà umane naturali, pensate cioè e costituite da Dio Creatore: matrimonio-famiglia; l’uomo laborem exercens; la società politica.

+ Infine ma non dammeno, oggi ai cristiani è chiesto un grande impegno culturale in senso stretto, di pensiero. Sono da leggersi e meditare i due grandi discorsi: il discorso del 2 giugno 1980 all’Unesco a Parigi, di Giovanni Paolo II, e il discorso del 12 settembre 2008 al Collège des Bernardins a Parigi, di Benedetto XVI.

+ L’argomentazione precedente la deliberazione che produce una legge, oppure che la segue per valutarla in se stessa e nelle sue applicazioni, deve essere di carattere puramente razionale. Essa sarà comunque respinta, qualificandola come imposizione di una fede religiosa. In realtà essa è respinta semplicemente perché è un credente che la propone. Siamo cioè di fronte ad un caso inequivocabile di emarginazione del credente in quanto e perché tale. Cosa inaccettabile.


 Ho concluso. Mi rendo pienamente conto che quanto vi ho detto è più uno schizzo che un quadro. Spero che lo schizzo sia almeno tale da fare intravedere la figura del quadro: la figura della presenza del credente nella società occidentale di oggi.

Se inscriviamo un poligono di enne lati in una circonferenza, anche aumentando enne volte i lati, il poligono non coinciderà mai colla circonferenza. Il poligono è la presenza cristiana nella società terrena, la circonferenza è la Gerusalemme celeste. Mi sembra che questa figura dica chiaramente e l’impegno e la riserva escatologica del medesimo: nel mondo ma non del mondo.

Mi piace terminare con un profondo pensiero di Robert Spaemann. «L’uomo ha come alternativa la prigione in se stesso o la Croce. Dalla prigionia in se stesso, dalla curvatio in seipsum, come si dice nella tradizione agostiniana, egli può uscire soltanto inchiodandosi alla croce della realtà». Colla sua presenza nel sociale, il cristiano sta semplicemente affermando ed amando la realtà: sta glorificando Dio creatore. È dentro uno scontro che non può più ammettere compromessi, perché è uno scontro metafisico.