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FAMIGLIA E BENE COMUNE (*)
Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia
Apertura anno Accademico 2006-2007, 24 ottobre 2006


La seguente riflessione parte dalla costatazione di un fatto. Gli ordinamenti giuridici statali in Occidente stanno mutando il loro atteggiamento fondamentale nei confronti dell’istituzione del matrimonio e della famiglia: dal favor juris alla neutralità. Una neutralità che genera una progressiva equiparazione al matrimonio di comunità di vita fino ad ora ritenute e trattate come essenzialmente diverse.

Di fronte a questo fatto non facilmente negabile mi pongo ora tre domande Perché questo mutamento è accaduto o sta accadendo? prima domanda; come dobbiamo valutare questo cambiamento? seconda domanda; che cosa dobbiamo fare di fronte a questo cambiamento? terza domanda.

Probabilmente ci può essere chi fra voi pensa che "non sono nel tema" propostomi, "famiglia e bene comune". La mia ipotesi di lavoro è che la categoria di "bene comune" nel senso che ha nel pensiero cristiano, sia una delle fondamentali chiavi interpretative per capire quel fatto e quindi costruire una ragionata risposta alle tre domande sopra formulate.

1. La dismissione del trattamento di favore che finora gli Stati occidentali hanno tenuto nei confronti del matrimonio e della famiglia, è il capolinea – uno dei capolinea – dell’interpretazione che hanno subito i valori di autonomia e di uguaglianza, che sono alla base della nostra società occidentale.

L’impossibilità di giudicare dal punto di vista della loro verità le molteplici concezioni di vita buona a causa – secondo alcuni – dell’impossibilità di conoscere la verità circa il bene, oppure – secondo altri – più radicalmente a causa del fatto che non esiste alcuna verità circa il bene, ha dato nelle società occidentali a ciascuna concezione di vita buona uguale diritto di ingresso nella sfera pubblica.

La concezione di vita buona è un’elaborazione compiuta autonomamente dal singolo, e sfugge ad ogni giudizio veritativo poiché trattasi di questioni che non possono essere argomentate e giustificate con argomentazioni universalmente condivisibili.

La legge civile non può fare propria in maniera privilegiata nessuna concezione di vita buona, pena la violazione e del principio di uguaglianza, come è evidente, e del principio di autonomia, poiché imporrebbe una particolare concezione di vita a chi non la condivide. La legge civile deve accontentarsi di assicurare a ciascuno l’uguale possibilità di realizzare la propria concezione di vita buona.

Se usciamo dalla formulazione dottrinale che ora ho abbozzato in maniera sommaria ma non credo sostanzialmente imprecisa, e guardiamo la vita quotidiana delle nostre società occidentali, non fatichiamo a renderci conto che una simile dottrina, se applicata integralmente, incontra serie difficoltà pratiche.

Una tale rigorizzazione della teoria democratica ha potuto funzionare in un modo diverso a seconda che tutti gli agenti e le comunità avessero o non un comune riferimento valoriale [storicamente: quello della tradizione cristiana].

Era infatti evidenza originaria ciò che il decalogo ebraico-cristiano proibiva e comandava; era evidenza originaria che il matrimonio fosse l’unione legittima fra uomo e donna. Pertanto la separazione fra ciò che è legale e ciò che è morale alla fine non era difficile da fissare, e comunque non comportava grandi cambiamenti a livello della condotta umana.

In questi anni stiamo però assistendo ad un fatto di portata non facilmente calcolabile. Il comune riferimento alla matrice culturale giudaico-cristiana è andato via via disgregandosi ed erodendosi. Nel contesto di questa disgregazione e di questa erosione, la dottrina pura dell’uguaglianza e dell’autonomia come sopra enunciata, non può che portare a livello di ordinamento giuridico della vita associata a ciò che stiamo di fatto già osservando: ciò che è tecnicamente possibile, lo Stato deve consentirlo; ciò che l’individuo preferisce, lo Stato non deve proibirlo. Justum ipsum volitum-placitum, che possiamo tradurre nel famoso slogan: " è vietato vietare". Non è difficile capire che questo principio, se applicato alla lettera, è semplicemente la distruzione di ogni forma di socialità.

È una convinzione acquisita della ricerca storica che il concetto di laicità quale conosciamo e pratichiamo in Occidente con cui anche si denota quella dottrina politica, è stato generato dalla visione cristiana del mondo.

Ora si sta "provando" a percorrere quell’esperienza sradicandola dal terreno in cui è nata, e piantandola in un concetto di libertà divorziata dalla [conoscenza della] verità. Ma è ragionevole praticare una condotta, meglio, ritenere possibile la pratica di una condotta togliendole le condizioni che la rendono possibile? Ma su questo ritornerò nel momento più propriamente valutativo nella mia riflessione.

La condizione fondamentale perché quella dottrina politica possa funzionare, è che non si ammetta l’esistenza di un bene umano comune. E siamo al punto centrale della prima parte della mia riflessione. Lo potrei anticipare sommariamente nel modo seguente: il transito dal favor juris di cui era privilegiata l’istituzione matrimoniale all’attitudine di neutralità nei suoi confronti da parte dell’autorità politica, è il risultato di una definizione di autonomia ed uguaglianza (quella sopra abbozzata), reso possibile dalla negazione che esista un bene comune umano. Insomma [favor iuris per la]istituzione matrimoniale e idea di bene comune simil stant et simul cadunt. Cercherò ora di spiegare tutto questo, partendo da osservazioni molto semplici.

Non esiste solamente il bene umano della persona singolarmente considerata, ma esiste anche il bene umano della persona in relazione con le altre persone: è il bene proprio della relazione interpersonale come tale. "Non è bene che l’uomo sia solo", dice la Scrittura; nell’ "essere-con" è inscritta una bontà propria che non è semplicemente la somma dei beni umani propri di ogni persona che costituisce la relazione.

Ma i beni umani di cui parliamo sono beni operabili: beni cioè realizzati dalla libertà della persona. Pertanto possiamo pensare e dire che come il bene umano che è proprio della persona è realizzato nell’operazione retta della singola persona, così il bene umano che è proprio della persona in relazione con altre persone è realizzano nella co-operazione retta dei correlati. È il bene umano insito nella vita umana vissuta in comune.

Il Prof. Zamagni usa una metafora particolarmente suggestiva per definire la natura propria di questo bene umano: il bene umano comune non è rappresentato metaforicamente con l’immagine di una sommatoria, i cui addendi rappresentano il bene dei singoli. È rappresentato metaforicamente con l’immagine di una produttoria, i cui fattori rappresentano il bene dei singoli. In una somma posso anche azzerare un addendo ed avere lo stesso risultato purché aumenti proporzionatamente gli addendi rimasti. Se l’obiettivo è di massimalizzare il bene totale – per es. il PIL – posso perfino annullare il benessere di qualcuno, a condizione che ne benefici qualcun altro. Non così nella produttoria: un solo zero azzera il prodotto. Il bene insito nell’"essere-con", il bene umano comune, è per sua natura partecipato da tutti e ciascuno. Per una semplice ragione: perché ciascuno è una persona, ed ogni persona vale in se stessa e per se stessa.

Quando viene meno questo riconoscimento di un bene umano comune, la vita umana in comune non può che ridursi alla coesistenza di individui che perseguono per proprio conto il progetto, autonomamente elaborato, di felicità. Il bene comune si riduce ad essere la regolamentazione della convivenza di persone che sono "stranieri morali" nel senso di T. H. Enghelaradt.

Un favor juris può essere concesso all’istituzione matrimoniale solo se nella relazione coniugale si vede una bontà, un valore specifico: una bontà, un valore che realizza, nel modo suo proprio, l’idea di bene umano comune. Come tale. Anzi, la realizza in grado eminente.

Il favor juris invece non ha più alcuna giustificazione forte se non si riconosce che la relazione interpersonale ha in sé e per sé una sua intrinseca bontà, ma si ritiene che offra solo utilità per realizzare il proprio progetto di felicità.

Come la negazione che esista una verità circa il bene della persona conduce a quel concetto di uguaglianza e autonomia sopra abbozzato, così la negazione che esista una verità circa il bene umano comune conduce alla riduzione dell’agire politico ad un agire meramente procedurale.

In altri termini. O si ritiene che il fine dell’attività politica sia il bene umano comune, ed allora dovranno essere tutelate, promosse e favorite tutte le espressioni del medesimo bene; o si ritiene che non esista un bene comune umano, ma solo coesistenza di beni privati, ed allora non c’è altro da fare, da parte dell’autorità politica, che istituire "regole di traffico" per la corsa degli individui verso la propria felicità. È in questo senso che dicevo: il favor juris di cui gode il matrimonio sta o cade insieme all’idea di bene comune.

2. Vorrei ora tentare una valutazione teoretica di questa situazione in cui ora ci troviamo nelle società occidentali.

La mia valutazione parte da una domanda: a quali condizioni è possibile vivere l’esperienza di un bene umano comune? Si faccia bene attenzione. Ho parlato di "esperienza"; non ho detto "pensare l’idea di un bene umano comune". Spiegherò più avanti la ragione di questa partenza del mio discorso valutativo.

D. von Hildebrandt scrive che bisogna tenersi molto alla larga da due fondamentali fraintendimenti riguardo l’uomo: l’uno nega la sua trascendenza, il secondo la sua propria affermazione. "Mentre il primo errore imprigiona l’uomo in se stesso e quindi falsifica la sua relazione ultima verso il mondo e verso Dio, il secondo errore scava nell’uomo e gli ruba un carattere di un vero sé. Il primo errore biologizza l’uomo, lo concepisce come una sorta di pianta e di animale. Il secondo lo depreda del suo carattere di vero soggetto, distrugge ciò che è personale in lui … così che è perso ciò che lo rende del tutto un soggetto" [L’essenza dell’amore, Bompiani ed., Milano 2003, pag. 561]. Il testo ci offre la pista da seguire.

La persona vive l’esperienza del bene umano comune quando vive una vera esperienza di auto-trascendimento; quando mette in atto la sua capacità di auto-trascendersi. L’auto-trascendimento però è vero, è buono solo se e solo quando al contempo fa uscire da sé la persona e la conserva e realizza proprio mediante questo esodo. È dentro al vissuto di un tale auto-trascendimeto che la persona percepisce l’esistenza di un bene umano comune, che è proprio dell’auto-trascendimento stesso. E quindi nello stesso tempo intuisce con assoluta certezza che "non è bene che l’uomo sia solo": che è bene "essere-con" e che la solitudine è cattiva.

Dunque, la persona umana vive l’esperienza di un bene umano comune nell’esperienza dell’auto-trascendimento.

A questo punto sorgono due domande fondamentali: la prima attinente al pensiero, la seconda all’agire. La prima: è pensabile l’esperienza di un bene umano comune? La seconda: è praticabile l’esperienza del bene comune?

Cerco di rispondere alla prima domanda che in sostanza si pone dentro al grande conflitto delle antropologie cui oggi assistiamo. Il genere letterario "prolusione" non consente lunghi approfondimenti. Mi limito ad alcune osservazioni essenziali.

L’esperienza di un vero auto-trascendimento è pensabile solo se l’uomo è una sostanza spirituale. La sostanzialità propria dello spirito esclude come contraria la nozione di "parte di un tutto" e quindi la riduzione di bene umano comune a bene totale dell’organismo sociale.

Ed inoltre solo lo spirito è capace di un vero trascendimento: di affermare e di volere l’altro come altro. L’idea di un bene umano comune è pensabile solo in questa visione antropologica.

All’inizio della sua Politica [I, 2; 1253° 2-18] Aristotile dice che la capacità che ha l’uomo di comunicare colla parola cogli altri uomini, significa che egli è chiamato per natura a vivere in comunità: l’uomo è "animale politico". È pertanto anche naturale per l’uomo interessarsi a che le condizioni nelle quali si costituisce e vive la comunità, siano le migliori possibili. Ma questo interesse è solamente in ordine a creare o modificare le condizioni della vita associata per il proprio bene privato? Il sistema politico è un "selfish system", la risultante di un parallelogramma di forze sempre ricurve su se stesse? Era ciò che pensavano i sofisti. Platone però ha dimostrato che il bene percepito dalla ragione è sempre un bene comune di ogni soggetto ragionevole [cfr. Gorgia 505 c]. È la ragione in quanto capacità di conoscere la verità circa il bene della persona come tale, che istituisce il bene umano comune.

Ma questa base antropologica che sola rende pensabile un bene comune umano e quindi una stima privilegiata ragionevole per l’istituzione matrimoniale, è oggi progressivamente erosa e demolita dal diffondersi dell’ideologia evoluzionistica, dalla promozione cioè della teoria scientifica dell’evoluzione a filosofia prima nel senso classico del termine.

Essa, l’ideologia evoluzionistica, tenta di spiegare completamente nell’ambito di una scienza ateologica la genesi della soggettività. Col risultato di privare la medesima soggettività umana della sua essenziale alterità nei confronti della natura in cui pure è radicata. Privazione che va nel senso di considerare la soggettività umana come una semplice funzione utile alla sopravvivenza.

L’affermazione pertanto dell’irriducibilità dell’humanum alla natura in cui dimora, è oggi un impegno teoretico di primaria importanza.

E vengo ora alla seconda domanda, quella circa la praticabilità del bene comune umano in generale, ed in particolare di quel bene che dimora nella comunità coniugale.

Possiamo iniziare la costruzione della nostra risposta percorrendo la via negativa. La negazione radicale dell’esistenza di un bene umano comune è impraticabile: anche se pensata e detta, non è vivibile. Per una ragione già enunciata da Leopardi: non esiste una legge che sia in grado di farmi osservare le leggi. Lo Stato che accettasse la concezione proceduralista della democrazia, e si interdicesse ogni intervento nell’ambito della giustizia distributiva, per esempio, sarebbe uno Stato che si autocondanna alla distruzione: se relativizzo tutti i valori, se tutti i valori sono solo preferenze dei singoli, a lungo andare anche il valore democrazia subirà la stessa sorte. Ma non voglio procedere oltre su questa via. Voglio ora procedere sulla via positiva.

Se non vado errato, il primo a porsi il problema della praticabilità di un bene umano comune in tutta la sua intensità ed estensione, è stato Agostino. Il problema è espresso in forma insuperabile nel modo seguente: "nihil enim est quam hoc genus [humanum] tam discordiosum vitio tam sociale natura" [De civitate Dei 12,28]. Come superare l’antinomia vitium-natura? Questo è nel suo nodo essenziale il problema della praticabilità del bene comune. La verità del bene comune che già Platone aveva difesa contro i Sofisti, è sempre sconfitta sul pianto pratico così che l’ironia di Callicle nei confronti di Socrate è pienamente fondata?

Non possiamo ovviamente seguire tutto il percorso agostiniano sul quale mi ritrovo, e che risento teoreticamente molto presente nella seconda parte dell’Enc. Deus caritas est. Mi limito al punto essenziale, e mi scuso dell’icasticità del procedere dovuto alla tirannia del tempo.

Agostino definisce la comunità politica nel modo seguente: "populus est coetus mutitudinis rationalis, rerum quas diligit concordi comunione sociatus" [ivi 19,24]. È la capacità di amare che rende praticabile il bene comune, poiché solo la carità rende l’uomo capace di perseguire il proprio bene non a spese del bene dell’altro o prescindendo dal medesimo, ma volendo il bene dell’altro. Il bene umano è un bene comune: questa trasfigurazione è operata dalla carità.

Siamo così giunti ad una conclusione paradossale. Da una parte il sociale umano è irrealizzabile se l’uomo non è capace di operare il bene comune; dall’altra non esiste forza politica che sia in grado di redimere l’uomo dall’incapacità di operare il bene comune. Da ciò dobbiamo concludere che la polis deve solo limitarsi a che non ci si … sbrani a vicenda?

L’avvenimento cristiano dona la soluzione a quell’aporia. Non nel senso che sia pensabile e realizzabile una società umana perfetta, ma nel senso che l’uomo trovando nella fede la possibilità di purificare la sua ragione e nel dono dello Spirito la capacità di amare, può creare vere comunità umane ed uscire dal male della sua solitudine. Se non vado errato, questa è la tesi esposta al n. 28 dell’Enc. Deus caritas est, che conclude nel modo seguente : "La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente".

3. Sono giunto ora alla terza ed ultima domanda: che cosa fare perché sia ridato all’istituzione matrimoniale e famigliare quel favor juris di cui godeva, quando l’avesse perduto o lo stesse perdendo?

Può essere che la riflessione svolta nel punto precedente sia giudicata … fuori tema. In esso infatti si parla assai poco di matrimonio e famiglia. Ma nonostante le apparenze, siamo rimasti a che fare pienamente col nostro tema. Lo mostro sotto forma di alcune domande: possiamo ancora pensare e praticare un agire politico che si proponga come fine il bene comune della società? Possiamo pensare ed operare il bene comune definendolo come una sorta di regolamentazione del traffico della corsa degli attori verso la propria felicità individuale?

Ma se come abbiamo visto, il bene comune non può essere pensato e praticato in questo modo, ma esso denota una bontà che è propriamente insita nella relazione fra le persone; se una delle espressioni eminenti di questo "bonum relations" è il bene della coniugalità, allora l’agire politico ha il dovere grave di favorire questo bene, con i mezzi di cui solo l’agire politico dispone. E pertanto la capacità di pensare e di praticare il bene umano comune è condizione fondamentale perché ci sia un rapporto corretto fra Stato e matrimonio-famiglia.

La terza domanda, ed ultima, è allora la seguente: cosa fare per assicurare quella condizione – la capacità di pensare e praticare il bene comune – in una società come la nostra?

Secondo D. von Hildebrandt "ci sono due concetti completamente diversi di esperienza: uno si riferisce all’osservazione di singoli esseri reali e all’induzione; l’altro si riferisce ad ogni rivelarsi concreto di un’essenza" [Che cos’è filosofia? Bompiani ed., Milano 2001, pag. 223]. Esiste un "concreto rivelarsi" della pura essenza del bene umano comune. Questo "concreto" è la comunità cristiana che vive il Vangelo. È l’avvenimento cristiano, dove e quando accade, il "rivelarsi concreto" dell’essenza del "bonum commune" nella "communio": "in sancta Ecclesia unusquisque et portat alterum et portatur ab altero" [S. Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, hom. I, 5]. Ora questo evento non può non portare il suo frutto anche nel sociale umano. Anzi nel caso del matrimonio di battezzati rende presente il "mysterium unitatis" in senso vero e proprio.

Alla luce di questo evento è possibile elaborare una teoria del bene comune in tutta la sua ampiezza, ed offrire un itinerario per la libertà.

Voglio essere il più chiaro possibile. Alla domanda: che cosa fare? Rispondo: lasciar fare allo Spirito del Risorto, perché faccia accadere il "mysterium charitatis", il fatto della comunione. Solo questo fatto può causare un pensiero forte di cui sentiamo ogni giorno di più il bisogno.


Nota:
(*) La lezione è stata pronunciata a Roma il 24 ottobre 2006 per la inaugurazione dell’Anno Accademico 2006-2007 al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. L’autore si riserva la revisione del testo.