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Verità e libertà: la responsabilità dei giornalisti e degli operatori della comunicazione sociale
Istituto Veritatis Splendor
22 gennaio 2005


Consentitemi di iniziare da un racconto personale. Agli inizi degli anni ottanta un mio amico e grande giornalista spagnolo mi portò a vedere un’importante agenzia di stampa. Rimasi impressionato dal numero di "macchine" che sfornavano senza interruzione fogli di notizie. L’amico mi spiegò che ovviamente non tutte le notizie potevano essere pubblicate, ma che il giornale era costretto a fare un scelta. E pertanto, concluse, "domani tu vedrai il mondo come i giornalisti avranno deciso di fartelo vedere".

Sono passati venticinque anni da allora, ma non ho più dimenticato: in quel momento ho visto la responsabilità dei giornalisti e degli operatori della comunicazione. Da quel momento non ho più cessato di pensare che la forza educativa o diseducativa di questi strumenti è incomparabile. Anche quanto vi dirò oggi nasce da quella lontana esperienza.

Parto da una domanda: a quale bisogno umano voi rispondete? a quale domanda dell’uomo?

La prima risposta che nasce immediatamente nello spirito è la seguente: al bisogno, alla domanda di comunicazione. Ma si tratta di comunicazione in ordine a qualcosa d’altro: a sapere la verità su persone, su avvenimenti, su problemi non diversamente raggiungibile o difficilmente raggiungibile senza la modalità della vostra comunicazione. Ciò che mi disse l’amico giornalista ["vedrai il mondo …"] è vero.

Da queste prime battute del mio discorso, così semplici ed ovvie da vergognarmi quasi di averle fatte, deriva una conseguenza: la responsabilità dei giornalisti e degli operatori della comunicazione è nei confronti della verità. Sono responsabili di una comunicazione vera. Nel vocabolario etico questa responsabilità, o meglio l’esercizio di questa responsabilità si chiama la virtù della veracità. È su questo valore che ora vorrei riflettere: e sarà il primo punto della mia relazione.

Veracità e giustizia comunicativa.

Mi piace partire da un limpido testo di S. Tommaso, che recita: "dal momento che l’uomo è un animale sociale, naturalmente ogni uomo deve all’altro ciò senza di cui la società umana non potrebbe sussistere. Ma gli uomini non potrebbero convivere reciprocamente se non fossero in grado di credersi reciprocamente nella mutua manifestazione della verità" [2.2, q. 109, a.3 ad 1um].

Tommaso parla di un "debito morale", di un "debito di onestà" il quale si fonda sul fatto che appartiene alla natura sociale della persona umana manifestare all’altro con il linguaggio, inteso nel suo senso più ampio, ciò che è vero. Che non abusi cioè della sua capacità comunicativa la cui natura propria è di manifestare ciò che si ha in mente. Chiamiamo questa esigenza giustizia comunicativa. Essa è precisamente realizzata dalla veracità, ed effetto della giustizia comunicativa è una comunità comunicativa. È questo il quadro, il contesto etico in cui si svolge il vostro lavoro: siete responsabili di questo contesto.

Pur riconoscendo l’importanza decisiva di questo incipit tommasiano, esso tuttavia da sé solo non basta a disegnare l’intero profilo della vostra responsabilità verso la verità. A tal fine può essere utile partire da un riferimento al nostro passato.

Uno dei fatti storici che hanno generato la nostra cultura è stata la nascita della polis greca: in essa e a causa di essa la convivenza umana prende una forma nuova di cui i greci per primi furono pienamente consapevoli. Quali furono i principali elementi di questa novità? Ne accenno brevemente a tre.

Il primo è stata l’affermazione della supremazia della comunicazione sopra gli altri poteri: il con-vincere con la ragione prende il posto del vincere con la forza. La comunicazione intesa come dibattito, discussione, argomentazione in ordine a deliberazioni e decisioni da prendere per il bene della polis acquista un’importanza decisiva. Convivere è il frutto del convincere.

Il secondo è il carattere di pubblicità dato alle manifestazioni più importanti della vita della polis cioè della vita politica. Pubblicità significa due cose: gli "affari" della polis sono affari di tutti; e quindi, secondo, devono essere affrontati pubblicamente, cioè apertamente. Pubblicità dunque significa democratizzazione e divulgazione.

Il terzo è la scoperta della ragione come capacità di influire, mediante l’argomentazione, la polemica, la discussione pubblica, sull’agire della persona.

In buona sostanza i greci hanno scoperto la dimensione politica della comunicazione: è un guadagno che l’Occidente non ha più perduto. Dimensione politica significa che la comunicazione è il mezzo fondamentale attraverso il quale si giunge a prendere le decisioni riguardanti il bene comune della polis. Il contesto etico di cui parlavo poc’anzi affidato alla vostra responsabilità è un contesto comunicativo-pubblico.

Dentro a questa eredità, anche oggi la responsabilità di una comunicazione vera è in ordine alla costruzione di un sociale umano inteso in tutte le sue dimensioni essenziali, non solo quella politica. La responsabilità dei giornalisti e degli operatori della comunicazione diventa quindi una responsabilità di carattere educativo, nel senso preciso che essi possono orientare le scelte delle persone e quindi la configurazione dei vari rapporti sociali. Il "debitum morale" di cui parla Tommaso, che consiste nel fatto che "ex honestate unus homo debet alteri veritatis manifestationem", non ha solo una dimensione strettamente duale [io-tu], ma anche una dimensione integralmente sociale.

Ed è in questo contesto integrale della comunicazione che sorgono le domande più serie sulla responsabilità dei giornalisti e degli operatori della comunicazione.

Esse, se non vado errando, si riducono tutte ad una questione nodale: a che cosa tende ultimamente la comunicazione? informare per liberare o informare per convincere? Il "nodo dilemmatico" è il seguente: informare per liberare, rendere cioè possibili scelte "a ragion veduta"; informare per produrre il consenso attorno a decisioni già prese da altri.

L’alternativa presuppone, implica una diversa visione dell’uomo e della vita associata; decidere per l’uno o l’altra consegue alla soluzione data alla questione antropologica.

La prima modalità della comunicazione implica e presuppone che la costruzione di ogni vero sociale umano sia opera di una libertà che decide per arrivare ad una condivisione di valori comuni veri. "Ogni società, degna di tal nome, può ritenersi nella verità quando ogni suo membro, grazie alla propria capacità di conoscere il bene, lo persegue per sé e per gli altri. È per amore del proprio e dell’altrui bene che ci si unisce in gruppi stabili, aventi come fine il raggiungimento di un bene comune" [Compendio della Dottrina sociale della Chiesa § 150; LEV 2004, pag. 80].

È opportuno notare che in questo testo si afferma la necessità di conoscere la verità sul bene della persona. È nell’ambito di una ricerca comune di questa verità che si pone un "sistema di comunicazione" che sia adeguato alla dignità propria di ogni uomo; che non è asservibile a programmi o progetti già costruiti da chi detiene il potere dei mezzi della comunicazione medesima.

La seconda modalità della comunicazione, quella che mira principalmente o esclusivamente alla "produzione del consenso", presuppone ed implica che la costruzione del sociale umano sia il frutto esclusivamente della contrattazione di opposti interessi fra individui non originariamente relazionati. In questo contesto, la comunicazione non può proporsi che lo scopo di produrre in chi ne fruisce un consenso all’interesse di chi la gestisce. Non è una comunicazione che si proponga ultimamente la "liberazione della libertà" di colui a cui è diretta mediante un’informazione obiettiva, ma l’asservimento ad un progetto già deciso.

Per non essere frainteso devo fare una precisazione assai importante. Non sto distinguendo o al limite contrapponendo le due modalità nel senso che l’una comunica semplicemente informazione vera e l’altra informazione falsa. Sarebbe davvero rozzo. Sto parlando di due modi di "intenzionare" e quindi di organizzare la comunicazione. Gli stessi segni musicali scritti sul rigo cambiano il loro significato mutando la chiave di lettura.

Come vedete i termini con cui Tommaso ci ha introdotti nella riflessione sono di una permanente attualità: che cosa debbo precisamente io che comunico a colui a cui io comunico? quale è il contenuto del mio "debitum morale"? gli devo un aiuto perché egli possa conoscere la verità sul bene e quindi deliberare secondo scienza e coscienza oppure devo a chi gestisce il mezzo di comunicazione che sto usando, di indurre il destinatario a consentire al padrone del mezzo? Sono responsabile di una verità o sono responsabile verso un potere?

Qualunque sia lo strumento tecnico usato [giornale, radio, film o tv, internet, o altro ancora], l’aspetto semiologico di organizzazione della comunicazione muta sostanzialmente a secondo del contesto etico-antropologico in cui la comunicazione stessa è posta. La teoria sociale genera in larga misura l’organizzazione della comunicazione, attraverso un particolare uso del linguaggio, del procedimento argomentativo e della comunicazione stessa. Il rischio davvero tragico quando e se si opera nel secondo contesto comunicativo, non è solamente l’omologazione quanto piuttosto una vera e propria estinzione della capacità razionale dell’uomo e quindi della sua libertà. La "causa dell’uomo" è oggi affidata in larga misura a voi.

È stato giustamente notato che "il modello elitistico-competitivo di democrazia non è più in grado di soddisfare le esigenze di società avanzate e complesse come sono le nostre" [L. Bruni-S. Zamagni, Economia civile, il Mulino ed., Bologna 2004, pag. 259]. Si va verso "una visione deliberativa della politica, che rivendica il primato della società civile e delle sue dinamiche relazionali, per la costruzione di una società e di una politica non basate, primariamente, sul compromesso, ma sulla persuasione" [ibid.] ottenuta attraverso l’argomentazione razionale.

La vostra responsabilità si incunea dentro a questa "svolta antropologica".

"Il desiderio, pur legittimo, di superare la concorrenza, l’ansia, meritoria, di esporre le malefatte dei politici, il cruccio, comprensibile, di conquistare fette di mercato, da virtù cardinali si trasformano in mortali peccati, se privati della ricerca della verità: chiunque essa favorisca. La cura dei dettagli, la precisione della cronaca, il rispetto di ogni parte in causa e delle sue ragioni, il racconto chiaro, certosino, umile, irriducibile, della realtà, non languono nella bisaccia di cronisti arcaici, dispersi dall’aggressiva stagione telematica. Sono il viatico di chi comprende, come i media anglosassoni sembrano sforzarsi ora di comprendere, che se l’informazione si fa esasperata, violenta, rauca, tradisce i lettori e se stessa. "La verità è la migliore propaganda" amava ripetere il geniale fotografo di guerra Robert Capa". [così scriveva G. Riotta su Corriere della Sera 15-01-05, prima pagina].

2. Libertà e giustizia comunicativa

Le ultime riflessioni ci hanno già introdotto nel tema della libertà della comunicazione. Vorrei affrontarlo dal punto di vista soggettivo e dal punto di vista oggettivo; il seguito del discorso chiarirà, lo spero, che cosa significa "soggettivo" e "oggettivo".

Il punto di vista soggettivo considera chi opera la comunicazione, qualunque sia lo strumento di cui fa uso: parola, scrittura, immagine. Comunicare è un atto della persona, e pertanto un atto libero. È di questa libertà che ora intendo parlare.

Come è ben noto le dimensioni della libertà della persona sono due: la nostra è sempre una "libertà da …" e una "libertà per…".

Chi compie l’atto del comunicare da che cosa deve essere libero? Due sono gli impedimenti o le catene della nostra libertà: l’ignoranza e la passione. Chi comunica deve essere pienamente consapevole di "quale gioco sta giocando": delle regole della partita cui intende partecipare. Ciò che ho detto in forma assai schematica nella prima parte della mia relazione, se esso ha un senso, voleva precisamene formulare le "regole del gioco". Esse non sono univoche: non è in atto … una sola partita. Si stanno giocando "due partite". Fuori metafora: stanno confliggendo due risposte alla questione antropologica, più precisamente alla questione della natura sociale della persona. Chi ignorasse questo; chi non fosse avvertito di questo, rischia di perdere la sua libertà nell’atto di comunicare, qualunque strumento usi.

Il secondo impedimento alla nostra libertà sono le nostre passioni. Che cosa significa nel contesto del discorso che stiamo facendo? Produrre una comunicazione che si proponga finalità estrinseche alla comunicazione stessa. Rischio un esempio esponendomi così a critiche di ogni genere: la presenza del S. Padre nei mezzi della comunicazione. In essi viene dato un grande risalto al papa dai mass-media quando raduna grandi folle, e viceversa indifferenza e non raramente opposizione quando assume posizioni rigorose e controcorrente in materia etica. Poiché i fatti li vedono tutti, ma i documenti li leggono in pochi, questo modo di comunicare può indurre in errore molte persone a riguardo del Magistero pontificio. Questo rientra nella natura propria della comunicazione e della sua specifica finalità oppure rientra in altri obiettivi?

Passione in questo contesto significa essere distolti dal guardare la realtà nella sua interezza per quanto possibile, e preferire pregiudizialmente posare lo sguardo solo su una parte di essa. La parte sulla quale, si pensa, è più agevole ottenere il consenso dell’interlocutore.

Chi compie l’atto del comunicare per che cosa deve essere libero? Cioè: quali valori deve perseguire mediante il suo agire comunicativo? quando realizza la giustizia comunicativa?

Mentre preparavo queste semplici riflessioni, mi sono molto stupito dell’aiuto per capire il mondo attuale della comunicazione che mi veniva dalla Retorica di Aristotile.

È stato scritto a ragione e l’ho costatato personalmente, che "la struttura sulla quale viene impostata la moderna disciplina dei mass-media (comunicazione di massa) è la medesima che troviamo nella Retorica di Aristotile" [G. Bertuzzi, Il linguaggio e la comunicazione. Un confronto fra l’antico e il moderno, in Divus Thomas 39, pag. 26]. La risposta alle domande sopra fatte mi viene anche dalla … luce aristotelica.

Realizzo la giustizia comunicativa non quando finalizzo la comunicazione alla produzione del consenso prescindendo dalla verità/bontà di ciò su cui chiedo di consentire, ma quando aiuto chi mi ascolta a fare uso della sua propria ragione. Non è solo un discorso di persuasione, ma di educazione. La giustizia comunicativa, come ogni forma di giustizia, riguarda principalmente ciò che è dovuto e non colui a cui è dovuto: oggetto della giustizia è il giusto. Aristotele distinguendo, come si fa anche oggi, l’emittente, il messaggio e il ricevente, attribuiva importanza maggiore alla validità del messaggio che al ricevente. Se ho capito bene Aristotele: il criterio della audience non è quello principale se si vuole essere liberi di comunicare, cioè di realizzare una vera giustizia comunicativa.

Vorrei ora dire qualcosa sulla libertà in senso oggettivo. Chi compie l’atto della comunicazione non è isolato; è inserito dentro al sistema della comunicazione sociale. Non basta che chi comunica sia soggettivamente libero; anche il sistema della comunicazione deve assicurare questa libertà.

È noto che questo sistema può ricevere varie configurazioni a seconda dei paesi, dei sistemi politici, dei sottosistemi in cui si articola [giornali, televisioni …] e di altre variabili ancora.

Non ho nessuna competenza per addentrarmi in una problematica tanto complessa. Mi limito dunque ad alcune osservazioni di carattere generale, a quattro telegrafiche.

Penso che non esista una unità di misura naturale su cui confrontare tutti i sistemi di comunicazione per verificarne il "tasso" di libertà oggettiva. Anche se "non c’è dubbio … che il modello liberale di giornalismo prefiguri per molti aspetti il panorama del futuro, nel senso che tutti i maggiori sistemi di informazione si stanno muovendo nella sua direzione " [D.C. Hallin – P. Mancini, Modelli di giornalismo, Ed. Laterza, Bari 2004, pag. 222].

La relazione troppo stretta fra i mass-media e la politica o perfino i partiti può essere una insidia alla libertà del sistema informativo.

Mi sembra che non si possa, non si debba escludere un ruolo dello Stato come garante di pari opportunità di partecipare al dialogo pubblico per tutti i soggetti organizzati della società civile.

Non c’è dubbio che l’istituzione di una Carta deontologica degli operatori della comunicazione – come è stata chiesta da voci autorevoli – assicurerebbe una maggior libertà nella comunicazione, perché potrebbe renderla più indipendente.

Conclusione

Consentitemi di concludere con due citazioni. La prima è di Mons. Luigi Giussani: "Vedo in Italia e nel mondo un terribile disfacimento educativo. Per questo dobbiamo fare attenzione a quelle persone tra noi che sono collocate in posizioni da cui dipende l’educazione di altri: gli insegnanti e i giornalisti. A voi giornalisti chiedo la consapevolezza di essere alla radice della conversione del mondo: provate ad essere i portentosi provocatori della vita comune degli uomini" [cit. da S. Andrini, Non basta parlare. Bisogna parlare seriamente, in Divus Thomas cit. pag. 9].

L’altra la desumo da un trattato di logica recentemente pubblicato. È un singolare aneddoto in cui uno scolaro, al tempo dei Sofisti in Grecia, non vuole pagare il suo maestro. E quindi vanno in tribunale. "Tisia, avendo finito il suo apprendistato presso Corax non voleva pagare il salario pattuito. Si rivolse ai giudici proponendo loro questo dilemma: "Corax, che cosa mi hai promesso di insegnarmi? L’arte di persuadere chiunque. Bene! O tu mi hai veramente insegnato quest’arte ed allora devi ammettere che io sono capace di persuaderti a non ricevere l’onorario oppure tu non me l’hai insegnata, ed allora io non ti devo niente poiché non sei stato ai patti". Ma Corax a sua volta rispose con questo altro dilemma: "Se tu riesci a persuadermi che non ho il diritto di ricevere l’onorario, tu me lo devi perché ho mantenuto la promessa. Se tu non riesci, tu me lo devi a maggior ragione". A modo di sentenza, i giudici si contentarono di dire: ad un cattivo nido [Corax in greco] una cattiva covata" [cit. da B. Couillard, Raisonner en vérité, ed. F.-X. De Guibert, Paris 2003, pag. 427].

Le due citazioni nella loro contrarietà esprimono il nodo essenziale della mia riflessione: o la comunicazione sociale è "portentosa provocatrice di vita comune fra gli uomini" perché educa ad un consenso sul vero e sul bene o la comunicazione sociale è "cattivo nido di cattiva covata" perché tesa alla sola produzione del consenso.