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Relazione introduttiva al Convegno sul tema: "Sport e famiglia". Proposta educativa cristiana ed esercizio dello sport
Villa Pallavicini, 21 aprile 2007


Nell’affrontare il tema del rapporto educativo fra famiglia e sport, tema che la vostra associazione deve ritenere centrale nel suo impegno, devo premettere alcune considerazioni preliminari.

01. L’emergenza educativa mi sembra superata e siamo già entrati in una vera e propria catastrofe educativa. Vediamo ancora tutti i pezzi di un edificio, ma ormai decomposti e de-costruiti: l’edificio – l’operazione educativa cioè – è crollata. Questo spiega la grande fatica che oggi fanno coloro che educano: grazie a Dio ne esistono ancora.

Non ci proponiamo questa mattina di riflettere su questa situazione. Mi limito solo a dire che il segno principale di questa catastrofe è il fatto che la narrazione della vita di generazione in generazione si è interrotta: padri-madri senza figli e figli senza padri-madri. L’interruzione è accaduta, a mio giudizio, perché si è voluto espellere dal rapporto educativo il principio di autorevolezza. Se si pensa e si pratica la relazione educativa come relazione fra uguali, l’atto educativo diventa impossibile. Al massimo si daranno nozioni ed informazioni. Non posso ora prolungare questa riflessione. L’ho già fatto recentemente.

02. La seconda premessa riguarda l’insostituibilità della famiglia nell’educazione della persona, e la sua centralità.

Al riguardo dobbiamo fare alcune riflessioni. Penso che la consapevolezza pubblica, il riconoscimento pubblico del ruolo centrale ed insostituibile della famiglia nell’educazione non abbia il livello desiderato. D’altra parte esiste non raramente il rischio di una "resa" da parte della famiglia di fronte a poteri di persuasione ritenuti invincibili.

Da questo deriva la necessità di aiutare la famiglia ad un duplice livello. Aiutarla a prendere sempre più coscienza della sua missione educativa; offrirle una reale collaborazione. Questo nostro incontro si muove su questo secondo piano.

Più precisamente: un soggetto associativo cristiano, lo CSI, intende aiutare la famiglia nella sua opera educativa mediante l’offerta dell’attività sportiva. È questo il tema specifico di questa mia riflessione, che dividerò in tre parti. Nella prima rifletterò sulla capacità educativa propria dello sport; nella seconda cercherò di individuare le condizioni perché questa capacità possa esplicarsi; nella terza cercherò di indicare alcuni orientamenti perché la famiglia possa essere aiutata.

1. Ruolo educativo dello sport

Possiamo iniziare da un testo paolino: 1Cor 9,24-27, nel quale è facile vedere quali siano i valori fondamentali cui la pratica sportiva educa la persona.

In primo luogo, è la capacità di tendere ad un risultato, la volontà decisa di raggiungerlo. Nella realizzazione piena della propria umanità è questo un aspetto di singolare importanza.

Dobbiamo tener presente che nel "fascio" di tutti i dinamismi fisici, psichici e spirituali di cui dispone la persona umana, il più importante ed il più nobile – il sovrano – è il dinamismo della volontà, dalla quale vengono le nostre decisioni e le nostre scelte. È la volontà l’energia spirituale che dinamizza, mette in atto tutte le nostre facoltà: capisco perché voglio capire; guardo perché voglio vedere; ascolto perché voglio ascoltare, e così via. Ma perché voglio? Perché voglio. È la volontà che fonda, che attualizza il proprio io nelle proprie azioni.

Detto questo, non dobbiamo però dimenticare un altro aspetto della questione. Se è l’io che vuole, è ugualmente vero che l’io è mosso – è motivato, si dice – a volere dall’attrazione che esercita su di esso la bellezza, la bontà insita in uno scopo che si prefigge. Vincere una gara è una prospettiva più attraente che perderla! E l’io non è attratto a "mettersi in moto" se è certo che perderà.

Voi comprendete bene che con questa riflessione siamo entrati in un "nodo educativo" di centrale importanza. E ce ne rendiamo conto ritornando ancora al testo paolino.

Esiste una grave malattia dello spirito – i grandi maestri dello spirito la ritenevano la più grave di tutte, mortale – che può essere denotata come il "rifiuto ad agire –volere". Quando l’uomo ne è colpito, non agisce … "è agito". Cioè: è reso schiavo. Accidia la chiamano i maestri cristiani; tristezza del cuore la chiamano i Padri del deserto. È in sostanza il rifiuto di vivere. Ora – mi sembra – l’Apostolo richiama il fatto che chi "corre, corre in modo di conquistarlo". Lo sport può divenire un antidoto contro quella malattia; certamente non l’unico né il più importante, ma che può effettivamente guarire. Alle condizioni che dirò più avanti.

L’Apostolo poi richiama la nostra attenzione su un altro fondamentale valore che può essere veicolato dallo sport. Lo fa colle seguenti parole: "però ogni atleta è temperante in tutto". È dunque il valore della temperanza.

Forse molti di voi ricorderanno che la temperanza era numerata fra le quattro virtù che venivano qualificate come "cardinali". Sono i cardini su cui si basa un esercizio della libertà che voglia far fiorire la propria umanità e non devastarla. Solo un esercizio prudente, forte, temperante e giusto della nostra libertà ci realizza veramente.

Che cosa è la temperanza? È la capacità di integrare i vari dinamismi della persona in un’unità gerarchicamente composta. Potremmo dedicare ore alla riflessione su questo tema: non possiamo farlo. Mi limito ad alcune riflessioni essenziali.

Ogni dinamismo della nostra persona ha un suo intrinseco orientamento e "forza motrice": il diabetico desidera mangiare anche cibi che gli fanno male; la persona sposata può sentirsi attratta da una persona che non è il suo coniuge. L’integrazione è la subordinazione dei dinamismi inferiori a quelli superiori: la fedeltà coniugale è l’esigenza di un dinamismo spirituale, l’amore coniugale, cui devono subordinarsi altri movimenti.

Può succedere che in alcuni casi la subordinazione significhi semplicemente non dare corso al movimento del dinamismo: contenerlo cioè. In questi casi, la temperanza esige la continenza.

L’Apostolo ci dice che l’attività sportiva è una vera palestra dove si impara ad essere "temperanti in tutto". Lo sport chiede rinuncia; chiede di educarci ad una profonda capacità di auto-dominio; ci educa ad integrare i vari dinamismi.

Non voglio ora procedere oltre su questo punto. Mi limito solo a dire che abbiamo toccato un aspetto importante della condizione spirituale in cui versano i nostri ragazzi. È la condizione del "tutto e subito". È l’anticamera della disperazione.

Se noi ora consideriamo assieme i due beni o valori che l’Apostolo individua nell’attività sportiva, giungiamo alla seguente, grande conclusione: lo sport educa alla libertà. La persona è libera quando è essa a muovere se stessa verso uno scopo – auto-determinazione, la chiamano i filosofi – integrando tutti i suoi dinamismi dentro a questo intimo movimento della propria persona.

Alla luce però del testo paolino restano da fare due considerazioni importanti.

La prima è ispirata dal contesto in cui è posta la pericope che ci sta ispirando. È un contesto nel quale l’Apostolo affronta uno dei problemi centrali dell’esistenza cristiana e della vita della Chiesa, partendo dalla questione degli idolotiti. Non è questo il momento di fare un’analisi accurata di tutto questo. Mi limito a dirvi il contenuto essenziale. Chi è "forte nella fede" è richiesto di rinunciare anche all’esercizio dei suoi diritti se questo lo esige l’edificazione dei più deboli nel bene, in vista dell’immensa ricompensa celeste.

L’Apostolo vede nell’esercizio dell’attività sportiva una metafora vivente di quella fondamentale esigenza della carità. Anche l’atleta "gioca in squadra" e deve tenerne conto, anche se questo può comportare rinuncia a mostrare le proprie qualità superiori.

L’Apostolo sembra pensare, o per lo meno ci induce a pensare, che la nostra è sempre una "libertà di squadra". È questo un grande aspetto educativo dello sport. Per usare ancora il vocabolario dell’Apostolo: nessuno vive per se stesso.

È un’altra – questa – grave malattia spirituale del nostro tempo: la solitudine. E poiché "non è bene che l’uomo sia solo", la vita entra in una grave sofferenza; vivere per se stessi porta alla noia di vivere, al tedio della vita.

Siamo tutti consapevoli che non sarà certo lo sport a liberarci da questa malattia. Ma non c’è dubbio che, a determinate condizioni su cui fra poco rifletterò, lo sport può essere uno dei modi e dei mezzi per educare e non essere "liberi per se stessi".

La seconda considerazione è strettamente connessa a quella precedente. Come avete sentito l’Apostolo parla del rischio, che corrono anche gli atleti, di essere squalificati. La condizione per non esserlo è il rispetto delle regole del gioco.

Di regole oggi si parla molto, troppo; di regole oggi se ne fanno molte, troppe. Le regole oggi sono sempre meno osservate. Perché? Perché si è andata progressivamente oscurando la ragione per cui le regole devono essere osservate, dal momento che è andata progressivamente erodendosi l’affezione a quel bene che ti chiede di osservare le regole. In parole più semplici; le regole o motivano in ragione del loro contenuto o sono inefficaci. Per chi è giusto le regole sono inutili, per chi è ingiusto sono inefficaci.

Non c’è dubbio, credo, che l’esercizio dello sport educa al rispetto della regola in ragione della "corona".

Mi sembrano questi i beni umani di cui il ragazzo può venire in possesso mediante l’esercizio dello sport. In sintesi li possiamo indicare nel seguente modo: la libertà esercitata con gli altri in vista di uno scopo perseguito nel rispetto delle regole.

2. A quali condizioni.

Varie volte nella riflessione fin qui svolta ho parlato di condizioni da assicurare se si vuole che lo sport svolga effettivamente il suo ruolo educativo. Vorrei ora fermarmi brevemente su questo punto.

Parto sempre dal testo paolino che ha ispirato la mia riflessione. Esso in realtà parla dello sport svolgendo un’argomentazione del tipo "se ... tanto più allora", istituendo una gradazione fra la "corona corruttibile" cui mira l’attività sportiva e la "corona incorruttibile" cui mira l’esistenza cristiana. La struttura logica dell’argomentazione paolina fa molto riflettere.

La prima e fondamentale condizione perché lo sport sia educativo è che non si sostituisca alla vita, nell’immaginario e nel vissuto del ragazzo: si tratta di una "corona corruttibile", alla fine.

In questo si dimostra la sapienza educativa di chi, a vari livelli di responsabilità, gestisce attività sportiva. Lo sport è una metafora della vita, non viceversa. Cioè: preoccupazione fondamentale di chi educa collo sport è di condurre il ragazzo dentro la vita mediante l’attività sportiva.

In questo risiede una vera ambiguità dello sport. Esso possiede una potente capacità evocativa del vissuto umano, ma nello stesso tempo può rinchiudere la persona del ragazzo in un universo falso e falsificante la sua esistenza.

Come può l’educatore immunizzarsi da questa ambiguità? Già nel testo paolino troviamo la risposta. Non tacendo mai che si tratta di una "corona corruttibile", e che è nella vita fatta di lavoro, di affetti, di impegno civico ed anche di fatica, sofferenza e sconfitte, che si corre per la "corona incorruttibile".

La seconda condizione fondamentale è che non si perda mai coscienza del valore relativo dello sport: ci sono molte più cose nella vita che in uno stadio di calcio, e sono molto più importanti.

Questa "relativizzazione" dell’attività sportiva può essere salvaguardata a due altre condizioni sulle quali ora non mi resta il tempo di riflettere a lungo.

La terza condizione. La sapienza rivelata e razionale ci insegna che ad ogni cosa deve essere dato il tempo adeguato alla sua importanza obiettiva. Occorre essere assai vigilanti perché il tempo assegnato all’attività sportiva nella giornata del ragazzo non sia eccessivo.

La quarta condizione. È necessario quindi non lasciare che l’attività sportiva sia dominata dalla "logica del mercato".

Concludo questo punto. Ho individuato quattro condizioni fondamentali che assicurano la capacità educativa dello sport. La richiamo: contestualizzare l’attività sportiva nel contesto della vita; relativizzare il suo valore ed ambito; misurare sapientemente il tempo ad essa dedicato; salvaguardare la sua gratuità di gioco.

A questo punto si aprirebbe un discorso ampio e difficile ed assai necessario, ma su cui mi limito ad alcune battute.

La riflessione sulle condizioni appena conclusa non può dimenticare che in larga misura esse non sono affatto assicurate nel mondo sportivo attuale, coi risultati etici che tutti ben conosciamo. È compito, è la missione di una confederazione ad ispirazione cristiana come la vostra, "non conformarvi alla mentalità di questo mondo". Altrimenti, sarebbe "come il sale che diventa insipido": non servirebbe più a nulla. È necessaria una grande chiarezza di proposta, al riguardo.

3. Famiglia e sport

Tenendo presente l’insostituibilità della famiglia nell’ambito educativo; tenendo presente quali beni umani l’attività sportiva può far acquisire alla persona ed a quali condizioni, vediamo quali rapporti si devono istituire fra la famiglia ed una realtà associativa come la vostra.

- È impossibile un vero coinvolgimento della famiglia, una vera alleanza educativa se non all’interno di un progetto educativo condiviso. Le famiglie devono essere informate e formate circa gli obiettivi che la Chiesa si propone di raggiungere mediante l’attività sportiva. È necessario che su questo progetto educativo l’associazione incontri le famiglie; ne parli; ne discuta.

- Non si deve mai venire a compromessi colla logica del "parcheggio". L’attività sportiva è un momento educativo, non un modo di "parcheggiare il figlio" in un ambito sicuro. A tale scopo si dovrà tenere conto accuratamente dei tempi della famiglia: è educativo accettare di avere i figli nel momento in cui potrebbero essere con i propri genitori? La questione del tempo è fondamentale.

- L’incontro col Signore e quindi la conduzione del ragazzo ad esso non è certamente un … francobollo che si appiccica ad una busta. Tuttavia in una attività, in una proposta come la vostra il momento formativo esplicitamente rivolto all’educazione alla fede non può non essere presente. Esso non può ridursi alla celebrazione dell’Eucarestia, che anzi in certe condizioni può anche essere sconsigliata. Penso soprattutto al momento catechetico. Concretamente, vi chiedo di considerare attentamente la proposta di inserire esplicitamente nella vostra programmazione anche la catechesi vera e propria, in accordo con l’Ufficio catechistico diocesano e con le parrocchie di provenienza.

Nella condivisione del programma educativo colle famiglie questo dovrebbe essere un punto centrale.

In conclusione, è necessaria una forte qualificazione educativa cristiana, anche se questa dovesse avere come conseguenza un crollo delle iscrizioni. Non ho una conoscenza così precisa da consentirmi di prolungare ulteriormente la mia riflessione. Avete un’intera giornata di studio per riflettere. Sono sicuro che la vostra esperienza e la vostra grande passione educativa vi aiuteranno a capire ciò che è necessario fare, e vi daranno il coraggio di farlo.

Conclusione

L’incontro vero e profondo fra la vostra associazione e la famiglia è una grande occasione, un grande aiuto per far fronte all’odierna sfida educativa. Riflettete oggi seriamente su questo.

Il ragazzo può essere insidiato nella costruzione della sua persona dal rischio di dare all’attività sportiva un’importanza eccessiva. La famiglia trova oggi obiettive difficoltà a svolgere la sua missione educativa. Non dobbiamo rinunciare ad istituire all’interno dell’attività sportiva un vero e proprio patto educativo colla famiglia.

È un patto che deve comprendere tre clausole fondamentali. La prima, mantenere sempre lo sport sullo sfondo delle cose propriamente importanti e della loro bellezza incorruttibile. La seconda, lo sport non deve mai occupare un grande spazio nella vita del ragazzo; prendere troppo tempo. La terza, non dobbiamo asservire il ragazzo ad esso al punto da perdere la disponibilità a rinunciarvi, in caso di bisogno.