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Riflessioni sulla Caritas in veritate
Bologna, Aula Magna S. Lucia, 20 novembre 2009

Questa relazione riprende e amplia la lectio magistralis tenuta in Cattedrale la sera del 25 settembre

"La carità nella verità di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita e, soprattutto con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera"

L’incipit dell’Enciclica ne è la fondamentale chiave interpretativa. Il mio compito questa sera è di aiutarvi a leggerla con questa chiave interpretativa; non di sostituirmi alla sua lettura attenta.

1. A modo di premessa al mio discorso parto da una domanda: di chi, di che cosa parla l’Enciclica? E quindi a chi si rivolge?

Per rispondere parto da due testi singolarmente sintonici: uno di G. Leopardi, e uno di S. Ambrogio.

Il testo leopardiano è desunto da una Operetta morale, Dialogo di un fisico e di un metafisico. In esso il grande poeta immagina che un fisico [oggi potremmo dire un biologo, un economista] abbia finalmente scoperto la modalità per tutti di vivere lungamente: di questa scoperta si mostra molto fiero. Il metafisico [oggi diremmo: uno che non si accontenta di usare la sua ragione in modo limitato] gli risponde di secretare subito la scoperta, fino a "quando sarà trovata l’arte di vivere felicemente". E aggiunge: "se la vita non è felice …… meglio ci torna averla breve che lunga" dal momento che "la vita debb’essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio".

Questa ultima affermazione sembra risuonare e quasi ripetere una pagina di S. Ambrogio, citata da Benedetto XVI nell’Enc. Spe salvi [Cf. n. 10]. Dice dunque il grande Vescovo di Milano: "A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia".

I due testi narrano la quotidiana esperienza di ogni uomo. Questi non desidera, non vuole semplicemente vivere: desidera, vuole vivere bene; vivere una buona vita.

In realtà l’Enciclica non usa questa terminologia. Parla di "vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera". Le due parole – "buona/vera vita – vero sviluppo" - denotano tuttavia la stessa realtà. La seconda ha il vantaggio di sottolineare una proprietà essenziale della persona vivente: il suo sviluppo, il suo dinamismo intrinseco.

E’ dunque in questo contesto che l’Enciclica afferma che la "forza propulsiva" che sviluppa e la persona e la società; la "forza propulsiva" che fa vivere e alla persona e alla società una buona, una vera vita: che dà origine ad una buona vita ed a una buona società, è la carità nella verità. La qualità della vita personale e la qualità della vita associata dipende dalla messa in atto della "carità nella verità".

Abbiamo trovato la risposta alle due domande da cui siamo partiti. Prima domanda: di che cosa parla l’Enciclica? Parla di come e spiega perché la "carità nella verità" "produca" una buona vita associata [= produca il vero sviluppo]. Seconda domanda: a chi si rivolge l’Enciclica? Ad ogni uomo di buona volontà, cioè a chi vuole vivere una vita associata buona, e quindi "amare nella verità".

Ne deriva che la comprensione di ciò che significa "carità nella verità" o "amore nella verità" è la conditio sine qua non per comprendere il testo pontificio.

Nel secondo punto della mia riflessione cercherò di darvi un aiuto in questo senso. Prima però devo fare alcune considerazioni preliminari, molto semplici.

L’Enciclica non parla genericamente di "vita umana", ma di "vita umana associata": più semplicemente, di società umana. E’ quindi un discorso di dottrina della società, di dottrina sociale. Intendendo tutte le espressioni della socialità umana [escluse matrimonio e famiglia di cui il documento non parla direttamente]: le società economiche, la società politica, la società internazionale. Per usare un’espressione molto cara al Magistero della Chiesa: parla della famiglia umana.

L’Enciclica quindi intende insegnare perché e come la carità nella verità è la principale forza costruttiva di una buona vita associata. Per usare l’espressione pontificia: l’Enciclica tratta della caritas in veritate in re sociali. E’ di questo che parla.

L’Enciclica fa perciò un’affermazione di grande importanza epistemica all’interno dell’enciclopedia del sapere teologico. La Dottrina sociale della Chiesa è la caritas in veritate - in re sociali – in quanto essa [la caritas in veritate] diventa dottrina, cioè pensiero sociale, economico, politico. La Dottrina sociale della Chiesa è il risultato dello sforzo di pensare come la "caritas in veritate" sia la forza principale che costruisce il sociale umano.

2. In questo secondo punto vorrei aiutarvi a capire che cosa significa nell’Enciclica "caritas in veritate". Tale comprensione è assolutamente necessaria per capire il testo pontificio.

Quando la Dottrina sociale parla della carità, parla di una elevazione, di una capacitazione tale della nostra volontà da renderla capace di amare, cioè di volere il bene dell’altro, nel modo con cui Dio stesso ha voluto e vuole in Cristo il bene dell’uomo. La carità è la forza divina creatrice e redentiva dell’uomo, che viene comunicata all’uomo che crede.

Proviamo ora a rispondere alla seguente domanda: che cosa produce, cementa e solidifica i rapporti sociali? Non possiamo ora dare una risposta molto articolata. Semplificando un poco, possiamo dire che noi rispondiamo a questa domanda a seconda che riteniamo o no che la persona umana sia originariamente, per natura sociale, oppure che ciascuno sia per natura un individuo isolato. Insomma, la risposta alla domanda nasce da una visione dell’uomo: è una questione antropologica

Partiamo dalla seconda ipotesi: l’uomo è per natura un individuo. Se ciascuno di noi è per natura tale, cioè un individuo a sé stante, ciò che spinge ciascuno ad entrare in società con l’altro non può essere che l’utilità che può venirgli dal rapporto sociale. La società quindi si costruisce sulla base dello scambio di equivalenti. Si costruisce mediante la contrattazione fra individui separati originariamente, che sono alla ricerca del proprio bene individuale in con-correnza con gli altri individui. Possiamo dire che "la principale forza propulsiva" di una società così pensata sia la carità? Non sembra. La principale forza propulsiva è la previsione prudente e calcolata che alla fine i conti tornino: che cioè il "peso del vivere associato" sia almeno equivalentemente ricompensato dai vantaggi che apporta al singolo.

Se, al contrario, parto dalla certezza, generata dall’esperienza, che la persona umana è originariamente, per natura, relazionata ad ogni altra persona umana; che ogni uomo è il prossimo di ogni uomo, la società è edificata da relazioni istituite per il bene umano comune. Ritorneremo su questo concetto centrale nella Enciclica.

La forza propulsiva che produce, cementa e solidifica i rapporti sociali non è principalmente la ricerca del mio bene a prescindere dal, o contro il bene dell’altro. È la ricerca del bene che è mio e tuo perché è il bene umano comune. Questa forza propulsiva, questa ricerca è la carità. L’Enciclica quindi dice che essa "è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, famigliari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici" [2,1].

Il primo modello di società mira a creare una società di uguali; il secondo, una società di fratelli. Si può essere uguali senza essere fratelli; non si può essere fratelli se non si è uguali nella diversità e diversi nell’uguaglianza.

La "cifra" del primo modello è lo scambio di equivalenti, e quindi l’assenza della gratuità; la cifra del secondo, è il principio di gratuità [Cf. 34,2].

A questo punto posso brevemente delineare il concetto di bene comune. Esso denota la preziosità insita nella correlazione sociale come tale. Il bene comune, per esempio, del matrimonio non è la somma del bene dei singoli due sposi. È la bontà propria insita nella comunione coniugale come tale.

Non esiste dunque un rapporto concorrenziale fra il bene della persona e il bene comune, dal momento che "non è bene che l’uomo sia solo". È nella relazione interpersonale che l’uomo trova il suo bene.

Tutto questo però non deve mai farci dimenticare che esiste ed opera dentro alla società umana una forza disgregatrice, "conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di fede – dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tener presente il peccato originale anche nell’interpretazione di fatti sociali e della costruzione della società" [34,1].

L’Enciclica però non dice semplicemente che la carità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Ma insegna che tale è la carità nella verità. E’ il punto centrale del documento pontificio. Che cosa significa?

Potrei rispondere molto semplicemente e molto brevemente: significa che la carità non radicata nella verità "diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente" [3]; significa che la carità "va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità" [2,2].

Ma per capire e capirci, di quale verità si parla? Di che cosa parliamo, quando in questo contesto parliamo di verità? Parliamo di ciò che è bene per l’uomo; di ciò che è bene per l’uomo in quanto esso – il bene dell’uomo e per l’uomo – è indicato, è suggerito dalle fondamentali esigenze della persona umana come tale.

Faccio qualche esempio. Se un uomo ha fame, non è difficile capire ciò che è bene per quell’uomo: mangiare. Non è difficile sapere che cosa è il bene di quell’uomo: il cibo in quantità sufficiente. Vedete? Alla domanda circa il bene dell’uomo ho risposto con certezza: è il cibo. Ho detto la verità circa il bene dell’uomo. Se di fronte ad un affamato, ritenessi che il suo bene fosse il vestito, e gli donassi un vestito, e non il cibo, non lo amerei in verità: non vorrei il suo bene. La "carità nella verità" significa volere il bene reale, vero dell’altro.

Ho fatto di proposito un esempio assai semplice. Ma le cose purtroppo non lo sono, o comunque non lo sono sempre così chiaramente. Per due motivi.

Il primo. I fenomeni, i fatti sociali sono complessi. Faccio un esempio questa volta desunto dal testo pontificio: il mercato. Di esso l’Enciclica dice fra l’altro: "E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché questo sia la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso" [36,2].

Fate bene attenzione: il testo pontificio parla di una natura propria del mercato.

Ma subito aggiunge che "il mercato non esiste allo stato puro ….. (ma) trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano".

Dunque circa il mercato vengono fatte due affermazioni: il mercato è un fatto culturale; il mercato ha una sua propria "natura" meta-culturale, trans-culturale. Alla luce quindi di questa duplice affermazione l’Enciclica insegna che o il mercato è ispirato, governato anche dal principio di gratuità o altrimenti va contro al bene dell’uomo.

È importante a questo punto costatare che nei due esempi – l’affamato e il mercato – è messo in atto lo stesso uso della ragione.

Quale è il bene per chi ha fame? Il cibo. Quale è il mercato che risponde alle esigenze dell’uomo? Quello in cui trova posto il principio di gratuità e la logica del dono. Se tu a chi ha fame doni un vestito, non lo ami in verità; se tu costruisci un mercato dal quale escludi per principio gratuità e dono, non ami l’uomo in verità: non favorisci il vero sviluppo.

Il secondo fatto che complica la questione. Oggi è comune il pensiero che non esista una verità universalmente condivisibile circa ciò che è bene/male per l’uomo, ma tutto dipende esclusivamente dal consenso sociale. Non si dice più: "questo è bene; questo è male"; ma si preferisce: "oggi si ritiene che questo sia bene, che questo sia male".

È negata alla ragione umana la possibilità di raggiungere conoscenze circa il bene/il male dell’uomo universalmente valide. Certamente sono condivise le Carte dei diritti umani. Tuttavia ogni giorno più diventiamo consapevoli della debolezza di tale condivisione, non avendo questa una sua base oggettiva.

Spero di aver chiarito che cosa significa "nella verità". Per comodità, e sperando di non annoiare, lo riassumo. "Nella verità" significa che la ragione umana ha la capacità naturale di individuare quali sono i beni fondamentali dell’uomo.

A questo punto non vi sarà difficile comprendere e sottoscrivere alcune gravi affermazioni; e dedurre due conseguenze.

Gravi affermazioni. Il Papa dice: "Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità" [3]. Alla fine, se la comunità cristiana si lascia assoggettare dalla tirannia del relativismo, essa riduce la sua forza più grande, la carità, ad un fatto marginale nella società, relegato in un ambito privato e ristretto.

La prima conseguenza. Se non esiste una verità circa ciò che è bene / male per l’uomo, la ricerca e lo sforzo per edificare una vita associata non può non diventare e continuare ad essere uno scontro per imporre i propri interessi. Dice il S. Padre: "Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali" [5,2; cf. anche 4].

La seconda conseguenza. Possiamo comprendere meglio che cosa è la Dottrina sociale della Chiesa, e quale è la sua funzione. Essa è costituita dal Magistero della Chiesa che insegna quali sono le esigenze vere della persona umana e della vita associata; che cosa è chiesto alla carità per volere e promuovere il vero bene della persona umana.

La Dottrina sociale non intende offrire soluzioni tecniche ai problemi sociali, né ancor meno programmi politici concorrenziali con altri programmi politici nella vita democratica della società politica. Si pone su un altro piano. Indica la via per una società a misura della dignità dell’uomo. Potrei dire: la Dottrina sociale è "caritas quaerens intellectum"; è la carità che diventa pensiero.

Ecco ho spiegato – spero di esserci riuscito – quale è la "vera forza propulsiva per il vero sviluppo": la caritas in veritate.

3. Giunti a questo punto della nostra riflessione possiamo individuare con una certa facilità la domanda fondamentale a cui l’Enciclica cerca di rispondere.

Se è la carità che costruisce i rapporti sociali; se la carità chiede quale sia in verità una buona società [caritas in veritate], la domanda fondamentale allora è: quale è il vero sviluppo della persona, della società, dell’umanità intera? E quindi, come contro–domanda fondamentale: quali sono i principali errori, e quindi le insidie più gravi circa lo sviluppo della persona, della società, dell’umanità intera?

Se voi verificate semplicemente l’indice dell’Enciclica, potete rendervi conto che questa è la sua "filigrana teoretica". Una filigrana in cui s’intrecciano i due fili, le due risposte a domanda e contro–domanda, non limitandosi ad affermazioni generiche, ma analizzando i momenti costitutivi della vita umana associata. Ovviamente non ne faccio l’analisi completa; vi dicevo all’inizio, che non intendo sostituirmi alla lettura personale. Mi limito a due richiami di fondo. L’uno all’interno della risposta alla domanda, l’altro, della risposta alla contro–domanda.

Il primo. Partiamo da un’esperienza semplice, quotidiana, ma stupenda. Nella comunità famigliare la fraternità – l’essere in più figli degli stessi genitori – mostra e fa vivere il fatto che lo stesso amore – quello dei genitori, appunto – è condiviso senza essere spartito, è comunicato senza essere diminuito, è moltiplicato senza essere raffreddato. È la sublime esperienza della fraternità dove ciascuno è se stesso nella sua diversità, ma ugualmente riconosciuto nella sua dignità.

L’Enciclica insiste varie volte nell’affermare che il vero sviluppo della società si fonda sulla fraternità. Ma l’esperienza della fraternità può sorgere solo dall’esperienza della stessa paternità. Scrive l’Enciclica: "Dio è il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il costitutivo anelito ad "essere di più"" [29].

Il secondo. Uno dei rischi e delle insidie più gravi oggi al vero sviluppo dell’uomo è la tecnocrazia o, come lo chiama il S. Padre, "l’assolutismo della tecnicità".

Per "assolutismo della tecnicità" intendo la riduzione della intenzionalità umana, cioè del rapporto dell’uomo colla realtà, alla determinazione e costruzione della medesima secondo i nostri progetti. Si riduce la ragione umana alla sua capacità di misurare le cose cioè di progettarle e costruirle, fabbricarle e dominarle. Come dice la Caritas in veritate si afferma la coincidenza del vero col fattibile [70]. Di fronte ad un possibile corso di azione la ragione di attuarlo è "così agisco, perché è tecnicamente possibile", e non "così agisco perché è bene agire in questo modo".

Ma se elimino dalla coscienza dell’uomo la verità del bene moralmente inteso, non resta come forza motivante della volontà che il bene utile e/o piacevole. Forse ciò che ha reso l’uomo occidentale schiavo della tecnica è stata la concezione dell’uomo come soggetto utilitario. [Ho riflettuto a lungo sul rapporto fra tecnocrazia e soggetto utilitario nella Lectio magistralis del 12 settembre scorso tenuta alla Società di medicina–chirurgia di Bologna; cf. www.caffarra.it, oppure www.bologna.chiesacattolica.it]

Sempre l’Enc. Caritas in veritate parla del rischio dell’umanità "di trovarsi rinchiusa dentro un apriori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità" [ibid.]. L’affermazione è teoreticamente forte. Essa dice che si costituirebbe una "forma" che configura ogni approccio dell’uomo alla realtà. Colla conseguenza che "noi tutti conosceremmo, valuteremmo, e decideremmo le situazioni della nostra vita dall’interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai trovare un senso che non sia da noi prodotto".

E questa è la definizione congruente dell’ospite più inquietante che è venuto a dimorare nella nostra esistenza: il nichilismo. Il nichilismo è la negazione che si dia – si doni un senso, poiché non esiste senso che non sia da noi prodotto.

Che ne è dell’uomo dentro all’orizzonte culturale tecnocratico? Molto semplicemente: niente; dell’essere dell’uomo non ne è più niente, poiché l’essere dell’uomo è una produzione dell’uomo stesso.

Siamo così ritornati al punto di partenza. Se non esiste una verità circa il bene della persona: se la carità non è nella verità, l’uomo è esposto ad ogni pericolo.

4. Sono così giunto alla conclusione. Mi faccio ancora una domanda: questa Enciclica riguarda tutti, o solo chi ha responsabilità politiche, sociali, economiche, finanziarie?

Riguarda tutti noi, almeno per due ragioni connesse. Essa ci aiuta a capire il fatto sociale nelle sue espressioni fondamentali, alla luce congiunta della ragione e della fede. In una situazione come quella attuale di grave incertezza, fare luce è la prima necessità.

L’Enciclica poi, e di conseguenza, ci educa a quel discernimento o giudizio mediante il quale impariamo non solo a capire, ma anche a valutare ciò che accade nella società di oggi. Senza essere schiavi delle mode imperanti.

Ma soprattutto chi a vario titolo ha responsabilità sociali non può ignorare questo documento. Va letto tenendo sempre presente che esso si pone al di sopra della sviante distinzione fra "destra" e "sinistra" correggendo l’una con apporti dell’altra. L’Enciclica si pone oltre. Essa affronta ed offre soluzioni a questioni assai concrete ed ancora oggi irrisolte, relative alla vita personale e sociale: le domande che ogni uomo, di "destra" o "sinistra" che sia, ma veramente appassionato al suo destino, non può non avere.