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Seminario di studi su Giovanni Paolo II
Roma, 20 marzo 2014


Desidero premettere subito che la mia relazione avrà un carattere testimoniale. In un duplice senso. Dirò cose che si basano su numerosi colloqui personali col b. Giovanni Paolo II, ed anche cose che vi comunico non principalmente attraverso ragionamenti formalmente corretti, ma attraverso l’invito ad un reditus ad seipsum. Una comunicazione più agostiniana che scolastica.

1. La vicenda di questo Istituto ebbe inizio la sera del 20 gennaio 1981 quando, durante la cena, Giovanni Paolo II mi chiese di realizzare il suo progetto di fondare un Istituto di studi sul matrimonio e la famiglia.

Da quel momento iniziò un dialogo molto profondo, che da parte mia nasceva dall’esigenza che sentivo assai forte, di capire fino in fondo il progetto concepito dalla mente di quel grande pontefice, le sue ragioni ultime. Non era solo in questione la costituzione di un istituto accademico, ma la testimonianza che il Papa desiderava rendere alla Chiesa e al mondo circa il matrimonio e la famiglia. Una testimonianza di cui Egli avvertiva drammaticamente la necessità: una testimonianza alla verità circa il bene dell’amore coniugale. Egli un giorno mi disse: "l’amore coniugale non è amato". Intendeva dire, non è più riconosciuto nella sua preziosità propria. Non si sbagliava, se ora consideriamo a quali relazioni oggi esso è equiparato.

Vorrei fermarmi un momento su questo punto, perché è di fondamentale importanza. Egli non voleva – ne esistevano già tanti, anche nella Chiesa – un luogo dove si producessero nuove opinioni da contrapporre ad altre opinioni, a riguardo del matrimonio e della famiglia. Ma un luogo di ricerca di una verità, di un bene che Adamo aveva scoperto "fin dal principio", quando vide per la prima volta la donna. Verità e bene che anche oggi l’uomo e la donna riscoprono in se stessi, quando diventano "una sola carne". E’ questo un punto di vista molto difficile da fare proprio, tentati come siamo di pensare la ricerca comune della verità come una controversia fra rivali, anziché di compagni di viaggio incamminati verso la meta, e la questione, cui oggi assistiamo, una questione alla fine di leggi, non una quaestio de veritate amoris.

Giovanni Paolo II ci chiedeva di essere scopritori – testimoni della verità circa il bene inscritto nella relazione uomo-donna. Ritornerò più avanti su questo "punto sorgivo". Ho detto relazione. Il bene di cui stiamo parlando è un bene relazionale, della persona in quanto è-in-relazione. Non un bene individuale.

La prima, grande testimonianza che il Santo Pontefice diede sono state le 134 catechesi sull’amore umano, che saranno la "carta topografica", per così dire, della vita intellettuale dell’Istituto. Alla fine della prima catechesi [5 settembre 1979], Giovanni Paolo II dice:

"Il ciclo di riflessione che iniziamo oggi, coll’intenzione di continuarlo durante i successivi incontri del mercoledì, ha anche come scopo fra altri, accompagnare, per così dire, da lontano i lavori preparatori del Sinodo, non affrontando direttamente il suo tema, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde".

Il testo è di grande importanza.

La Chiesa stava affrontando per la prima volta a livello sinodale il tema del matrimonio e della famiglia. Quale aiuto dà il Papa ai futuri Padri Sinodali? Li conduce "al principio"; li guida verso l’inizio, là dove nasce l’uomo e la donna nel matrimonio.

E’ caratteristico del grande Pontefice il tipo di aiuto che Egli ha voluto dare ai Padri Sinodali. Non è entrato nelle questioni particolari: molte, già allora, gravi e difficili. Ha desiderato che i Padri ri-scoprissero le "radici". E questo è l’aiuto che l’Istituto ha sempre cercato di dare alla Chiesa, secondo la proposta del Santo Pontefice.

Devo fermarmi un momento su questo punto. La nostra ragione è talmente indebolita che sentendo parlare di verità, pensa subito ad opinioni circa il matrimonio, ad una qualche teoria della famiglia. Opinioni alla quali si contrappongono altre opinioni; teorie contestate con altre teorie. E così è accaduto nel mondo di oggi. Il risultato non poteva che essere la convinzione che non esiste alcuna verità circa il matrimonio.

Quando siamo invitati a guardare "all’inizio", "alle radici" il Santo Pontefice non sta costruendo una sua e nuova antropologia. Più semplicemente ci dice: "guarda te stesso guardando al "Principio"" e "guarda il "Principio" guardando te stesso". E’ l’agostiniano "in interiore homine habitat Veritas".

Posso esprimermi anche nel modo seguente. Se uno avesse chiesto a Giovanni Paolo II se stava facendo un’esegesi dei primi due capitoli della Genesi, sia pure coll’autorevolezza propria del Papa, alla quale comunque si potevano opporre altre esegesi, egli – penso – si sarebbe meravigliato della domanda. Egli si vedeva nel ruolo di chi conduce gli altri a scoprire se stessi alla luce del "Principio".

Se non si percorre questa via, è inevitabile che si imbocchi la via dei farisei che interrogano Cristo sul matrimonio, cioè la via della casistica.

Esiste certo una legge sull’indissolubilità, ma quando è lecito eccepirvi? Che gravità devono avere le ragioni per farlo? L’uomo visto alla luce della legge. E in questa visione è comunque eliminato l’uomo. Anche se si allargano le maglie delle eccezioni.

Se penso secondo la prospettiva della casistica, nel momento in cui mi prendo cura della persona e delle sue relazioni, il problema che diventa centrale è: la persona è in grado di osservare la norma oppure questa è un peso da cui in parte o in tutto può essere dispensata? Mi infilo dentro al dilemma: o la legge morale o il bene della persona.

Studi storici ormai a portata anche dei non "esperti" hanno dimostrato che questo modo di accostarsi alla persona umana è iniziato, col Nominalismo, quando si negò che l’essenza delle proposizioni normative della morale si trova nella verità del bene che in esse è oggettivato.

Accettando questa prospettiva, si può giungere perfino a svuotare il Vangelo della grazia in nome del Vangelo della grazia.

Uno dei momenti in cui ho visto più chiaramente tutto questo, fu durante un dialogo con Giovanni Paolo II. Si parlava di Humanae Vitae. Egli disse – e me lo ripeté più volte – che la grande Enciclica di Paolo VI arrivò in un momento in cui la Chiesa non possedeva una robusta, adeguata antropologia. L’Enciclica stessa argomentava sulla base di un concetto di legge naturale quanto meno assai fragile. E il Santo Pontefice aggiungeva che bisognava riscoprire e ripensare la verità antropologica implicata in quell’insegnamento della Chiesa, oggettivata nell’Enciclica.

Il Santo Pontefice considerava questo non un dettaglio secondario della grande quaestio de veritate circa il bene del matrimonio. Ma uno dei punti in cui questo bene poteva essere riconosciuto in tutto il suo splendore o negato gravemente. Non sto parlando del comportamento del singolo coniugato\a. Se non è chiaro questo si finisce per parlare fra sordi.

Giovanni Paolo II era così consapevole della gravità della questione che nella Cost. Ap. Magnum matrimoni sacramentum [10 ottobre 1981], che fondò canonicamente l’Istituto, è detto esplicitamente che uno dei suoi compiti è l’elaborazione di una antropologia adeguata alla base dell’Enc. Humanae Vitae.

Tutto questo appare chiaramente anche in un’altra pagina del Vangelo, dove uno scriba fa la domanda: chi è il mio prossimo? La domanda è in ordine all’estensione del secondo comandamento: "quali persone comprende?". Lo scriba era fuori dalla prospettiva giusta; guardava in una direzione sbagliata. Non guardava al soggetto-uomo, ma ai vari attributi che possiamo predicare del soggetto: il prossimo sono gli ebrei o anche i pagani? Sono gli amici o anche i nemici? E così via. Il samaritano della parabola esce dalla "prospettiva dei predicati"; si libera di conseguenza dalla tirannia delle opinioni anche consolidate riguardo all’uomo, ed accede alla verità dell’uomo. Quando e come? Quando si commuove per il ferito. E’ questa commozione che fa scoprire al samaritano la semplice verità dell’uomo, alla quale appartiene sia il samaritano sia il ferito. Un’appartenenza che respinge ogni forma di relativismo.

Il Santo Pontefice ha voluto questo Istituto perché fosse possibile creare un luogo dove, nella comunione di studenti e docenti, fosse aperto il sentiero verso il "Principio": un sentiero che non si interrompesse.

In questo contesto – l’ho già detto in vari modi – la vera, più profonda intenzionalità di Giovanni Paolo II nel volere l’Istituto, era l’offerta alla Chiesa di una antropologia adeguata. Fu interessante nei primi anni di vita dell’Istituto sentirmi dire: "ma voi che cosa fate? Siete un Istituto di filosofia, o di teologia, o di etica?". Questa domanda, vi dico sinceramente, mi meravigliava molto. La risposta la diede Giovanni Paolo II stesso nella catechesi del 2 aprile 1980 [n. XXIII], che conclude e riassume tutto il primo ciclo.

"Abbiamo cercato di chiarire nel modo più profondo possibile il significato di questo Principio, che è la prima presenza di ogni uomo nel mondo, maschio e femmina, la prima testimonianza dell’identità umana secondo la parola rivelata".

Nel momento in cui ha origine il matrimonio, ha origine la persona umana nella sua intera verità. Il matrimonio è il sentiero che conduce dentro l’uomo; la visione plenaria dell’uomo è il sentiero che conduce alla Verità del matrimonio.

Come è stato scritto "non possiamo rendere conto filosoficamente dell’essenza dell’uomo, finché non comprendiamo la vera essenza dell’amore. Poiché solo nell’amore l’uomo si desta alla sua piena esistenza personale, solo nell’amore egli attualizza la totale pienezza della sua essenza" [D. von Hildebrand, Man and Woman, Franciscan Herald Press, Chicago 1966, pag. 32].

E’ una correlazione sulla quale il Santo Pontefice mi richiamava spesso, perché essa fosse la chiave di volta dell’Istituto. L’errore antropologico coinvolge inevitabilmente il matrimonio [ed il lavoro, ma di questo non devo parlare]. Non è un caso dunque il fatto che l’uomo perdendo se stesso ha di conseguenza perduto il matrimonio.

E’ assai importante quanto Giovanni Paolo II dice nella stessa catechesi succitata:

"Penso che fra le risposte che Cristo darebbe agli uomini del nostro tempo e alle loro domande, nonostante siano tante urgenti, ci sarebbe tuttavia quella che diede ai farisei. Rispondendo a questi interrogativi, Cristo si rimetterebbe sopra tutto al "principio". Lo farebbe in un modo anche più deciso ed essenziale, in quanto la situazione spirituale e culturale dell’uomo di oggi sembra estraniarsi da quel "principio" e assumere forme e dimensioni che divergono dall’immagine biblica di quel "principio" in punti sempre più chiaramente più distanti".

E’ un richiamo molto forte ad una vera metodologia pastorale, sempre valida.

2. In che modo il Santo Pontefice ricostruisce la verità circa il bene dell’uomo alla luce del "Principio", e quindi risponde alle questioni odierne circa il matrimonio? Il dramma Raggi di paternità comincia da questo interrogativo, che denota la condizione dell’uomo.

"Da tanti anni ormai vivo come un uomo esiliato dal più profondo delle mia personalità e nello stesso tempo condannato ad indagarla a fondo. In tutti questi anni l’ho penetrata a prezzo di incessanti fatiche, spesso però pensando con sgomento che l’avrei perduta; che sì, verrà cancellata in mezzo ai processi della storia, in cui decide la quantità o la massa".

[K. Wojtyla, Tutte le opere letterarie, Bompani ed. Milano 2001, pag. 887]

E’ questa la condizione paradossale della persona umana: costretta a cercarsi sempre perché sempre nel rischio di perdersi. E Giovanni Paolo II ritiene che l’uscita da questa condizione, la via per trovare finalmente se stessi è la via dell’amore, di cui l’amore coniugale è la forma arche-tipica, della quale Dio stesso si è servito per rivelare Se stesso. Ci aiutano a capire tutto questo due testimonianze.

Il Santo Pontefice mi raccontò che alcuni suoi sacerdoti di Cracovia, dopo aver letto Amore e responsabilità, gli dissero che questa opera esigeva una riflessione sull’uomo che mostrasse che quella dottrina era veramente radicata nell’uomo. "Fu in quel momento" mi disse " che nacque Persona e atto".

Un’altra volta, eravamo a Castel Gandolfo, mi disse che la verità antropologica più profonda che il Concilio aveva detto stava espressa nel seguente testo: "l’uomo non trova pienamente se stesso se non nel dono sincero di se stesso" [ Cost. Past. Gaudium et spes 24].

La via della ricostruzione di un’antropologia adeguata è trovata: il dono di sé. Nel Canto del Dio nascosto, K. Wojtyla scriveva:

"L’amore mi ha spiegato ogni cosa,
l’amore ha risolto tutto in me –
perciò ammiro questo Amore
dovunque esso si trovi".

[Tutte le opere, cit., pag. 49]

Egli si ferma in particolare sull’amore coniugale; sulla relazione che si istituisce nel matrimonio; sul dono di sé quale propriamente accade nel matrimonio.

E’ necessario uscire da un uso eccessivamente analitico della ragione per cogliere il "centro" della visione di Giovanni Paolo II, e compiere un atto di intelligenza sintetico. E’ al contempo antropologia, etica, teologia.

Non è questo il momento di fare un’esposizione completa della costruzione dell’antropologia. Desidero richiamare la vostra attenzione su due punti.

Il primo. La via per ritrovare l’uomo, imboccata da Giovanni Paolo II, doveva incrociare la realtà del corpo e della diversità sessuale. Credo che sia stato uno dei più grandi apporti che il Santo Pontefice ha lasciato in eredità alla Chiesa, di aver costruito una profonda teologia del corpo e della diversità sessuale. Sono tentato di pensare infatti che la difficoltà che il pensiero cristiano trova non raramente nell’affrontare le tematiche odierne, sia dovuta alla dimenticanza pressoché totale della teologia del corpo.

La tematica viene affrontata per la prima volta nella Catechesi XIV [9 gennaio 1980], e penso che fin dall’inizio se ne dà l’intuizione centrale, là dove si dice:

"Sorge allora [=quando l’uomo è di fronte alla donna] la persona umana nella dimensione del dono reciproco, la cui espressione – che è l’espressione anche della sua esistenza come persona – è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità".

Il testo è semplicemente mirabile. La persona umana, in quanto costituita per il dono di sé, è espressa nella sua corporeità sessuata. Questa esprime il dono come caratteristica fondamentale della persona. La "persona-dono" e "il corpo sessuato" sono simultanei. Di conseguenza, se si separa il corpo-sesso dalla persona o la persona dal corpo-sesso, non è più possibile costruire un’antropologia adeguata. Se l’età classica, anche teologica è orientata a separare la persona dal corpo-sessuato, la modernità ha separato il corpo-sessuato dalla persona. La grande tesi di Tommaso dell’unità sostanziale della persona umana non è risultata vincente. La riprende il Conc. Vaticano II, quando dice dell’uomo: "corpore et anima unus".

Il secondo. Si comprende la grande importanza che Giovanni Paolo II dava all’insegnamento dell’Enc. Humanae Vitae ed il modo nuovo di fondarlo. Le due cose stanno in piedi o cadono assieme.

Se consideriamo l’Humanae Vitae principalmente e fondamentalmente una legge morale, entriamo necessariamente nella logica della casuistica, dell’applicazione cioè dell’universale al particolare. Il Santo Padre non l’ha mai vista in questa luce, ma piuttosto nella logica – nel logos – del dono di sé quale accade nel matrimonio. Secondo la verità propria dell’amore coniugale.

In tale modo si evade dalla logica casuistica: universale-particolare; e si evade da una considerazione biologistica. Si entra nella persona: nella verità del suo amore e dono coniugale di sé. Il dramma vero dell’uomo non è il passaggio dall’universale al particolare. E’ il rapporto fra verità e libertà.

Una volta, il Card. Gagnon, ora defunto, mostrò al Santo Pontefice – ero presente anch’io – l’articolo di una rivista statunitense – non ricordo più quale – che sosteneva la seguente tesi. Abbiamo speso milioni di dollari per diffondere una mentalità contraccettiva. I risultati sono stati scarsi. La colpa è solo di un uomo: Giovanni Paolo II. Il Santo Pontefice rispose [ricordo quasi alla lettera le sue parole]: "non è così; non sono io: è la verità dell’amore coniugale che si impone per se stessa, se detta".

Mi piace concludere questo secondo punto della mia riflessione con un testo di Fratello del nostro Dio:

"Lei ha mai cercato di penetrare in tutta la mole di quei beni ai quali l’uomo è chiamato?... Non si può pensare soltanto un frammento di verità, bisogna pensare con tutta la verità".

[Tutte le Opere, cit. pag. 713].

Non si comprende l’Humanae Vitae se non nel contesto di una antropologia adeguata. L’Es. Familiaris consortio ha offerto, in un documento del Magistero, l’esempio di questa contestualizzazione [cfr. 28-31]

Forse la cosa più profonda che il Santo Pontefice ha detto, e che esprime tutta la sua cura pastorale del matrimonio, è alla fine della Bottega dell’orefice. Teresa, una delle protagoniste, dice:

"…creare qualcosa che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista! Ma si campa senza rendersene conto".
[pag.869]

E’ rimasta solo la Chiesa Cattolica a farci sentire il respiro dell’eternità nell’Amore umano. E se anche essa rinunciasse a farlo sentire?