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«L’evangelizzazione sorgente dell’autentica innovazione»
Roma, 18 giugno 2012


Tutta la mia riflessione seguente non è altro che il tentativo di avere una comprensione la più profonda possibile del seguente testo paolino: "Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne … Quindi se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove" [2Cor 5, 16-17].

Nel testo immediatamente precedente, l’Apostolo aveva parlato della potenza rigeneratrice della morte di Cristo.

Da questo evento Paolo trae due conseguenze. La prima riguarda i rapporti interpersonali ["noi non conosciamo più nessuno secondo la carne"], che non sono più costituiti e ricostruiti secondo quel dinamismo operativo che l’Apostolo chiama "la carne", ma secondo il dinamismo che chiama lo Spirito. Il rinnovamento del sociale umano è sottolineato anche cronologicamente: d’ora in poi – ora non più.

La seconda conseguenza è ancora più intensa: nel mondo e nella storia si è insediata la nuova creazione, promessa dai profeti [cfr. Is 65, 17; 66, 22]. Essa trova il suo vertice nella "nuova creatura", la persona umana.

Dunque, la parola scritta di Dio ci rivela che la morte e la risurrezione di Gesù ha rinnovato tutto. Noi cercheremo di capire il più possibile questo dato rivelato. Prima di iniziare, tuttavia, devo fare una premessa assai importante.

01. Il realismo della proposta cristiana.

I presupposti per comprendere tutto il discorso che farò sono due strutture essenziali della proposta cristiana: il suo realismo e la sua dimensione sacramentale. La proposta cristiana è una proposta realista (a); è una proposta sacramentale (b).

(a) Quando parliamo di realismo intendiamo dire che nella persona che accetta la proposta cristiana accade qualcosa. Possiamo dire: la proposta cristiana è un avvenimento. Il S. Padre ha descritto il realismo cristiano nel modo seguente: "All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva [Lett. Enc. Deus Caritas est 1].

La proposta cristiana non è solo parola che informa o narra o istruisce o esorta. E’ proposta che realizza in chi l’accoglie ciò che dice.

Non è un racconto mitico, che attraverso narrazioni simboliche aiuta la persona a prendere coscienza di se stessa e della sua condizione esistenziale. E’ un racconto storico: i suoi contenuti sono semplicemente veri.

Essendo dunque un evento che accade nel nostro mondo, dentro alla nostra vicenda storica, esso la trasforma realmente.

Realismo dunque significa che la proposta cristiana ha realmente cambiato la condizione umana: in re e non solo in spe; ora e non solo alla fine dei tempi. Significa che la vita umana rinnovata è già ora donata e non solo promessa.

(b) La proposta cristiana ha una struttura sacramentale. Questo fatto che ora ho brevemente narrato – il fatto che la vita umana è rinnovata - accade attraverso dei segni e quindi sotto il velo, per così dire, di segni. La cosa non è difficile da capire, poiché è molto adeguata alla nostra condizione umana: non siamo degli angeli, non siamo puri spiriti. Lo spiego partendo da un testo di un grande Padre della Chiesa, S. Ireneo.

"Non avremmo potuto conoscere i misteri di Dio, se il nostro maestro, che è il Verbo, non si fosse fatto uomo… D’altra parte non potevamo conoscerlo altrimenti se non vedendo il nostro maestro e percependo la sua voce con il nostro orecchio" [ Adv. Haereses 5, 1.1].

Dio si dona a conoscere nella e mediante l’umanità del Figlio-Dio; ascoltando la voce e la parola di Gesù ascolto la voce e la parola del Verbo-Dio. Io uomo seguendo Lui uomo, entro in comunione di vita con Dio stesso; condivido l’incorruttibile eternità di Dio. Attraverso l’umanità del Verbo divento partecipe della stessa vita divina.

Questa è la struttura sacramentale basilare. "Attraverso le cose visibili siamo rapiti alle realtà invisibili", come dice la Liturgia. Non si tratta solo di un "espediente pedagogico", di un aiuto dato alla nostra intelligenza. E’ il modo attraverso cui Cristo trasforma la nostra vita quotidiana, agisce realmente in noi.

Non posso ora sviluppare ulteriormente questa tematica, come meriterebbe. La struttura sacramentale appartiene all’essenza del cristianesimo. Non c’è vita cristiana senza sacramenti.

La morte e la risurrezione di Gesù penetrano dunque colla predicazione del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti nella carne della nostra vicenda umana, nella persona umana, e la rinnovano veramente. La fede e i sacramenti sono la via attraverso la quale la forza rinnovatrice della Pasqua del Signore trasforma tutta la realtà.

1. Il rinnovamento cristiano.

Il rinnovamento cristiano riguarda l’essere stesso della persona umana, ed è di una tale profondità che la fede della Chiesa ne parla come di "una nuova creazione", di una "ri-nascita". Fra i numerosi testi della tradizione ne scelgo uno particolarmente efficace. "Era stato finalmente compiuto [dal Verbo incarnato] ciò che doveva essere fatto … ; ma occorreva assolutamente che noi divenissimo consorti e partecipi della natura divina; occorreva cioè che, abbandonata la nostra vita, fossimo trasformati in un’altra e fossimo riformati per una vita nuova di familiarità con Dio: ma ciò non poteva verificarsi diversamente che con la partecipazione dello Spirito Santo" [Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, X, II; CN ed., Roma 1994, vol. III, 265-266].

Dobbiamo fare molta attenzione a non pensare questa trasformazione unicamente o principalmente a livello di idee o di comportamento. Essa avviene a livello dell’essere della persona. Non è principalmente un nuovo modo di pensare o di agire: è un nuovo modo di essere. Ma in che cosa consiste precisamente? Consiste nell’assimilazione a Cristo mediante la partecipazione alla sua divina filiazione: nell’essere figli nel Figlio.

La filiazione è una relazione che lega la persona del figlio alla persona del padre. Il nuovo modo di essere consiste in una relazione che supera assolutamente la relazione con Dio in cui la persona umana è posta dall’atto creativo. Essa è, a causa della sua assimilazione a Cristo, in una relazione di filiazione. La novità della proposta cristiana è questa: l’ingresso dell’uomo nella vita della Trinità, nelle relazioni che costituiscono la vita trinitaria. Vi entra partecipando alla relazione al Padre che è il Verbo incarnato. S. Tommaso parla di una "dilectio specialis, secundum quam trahit creaturam rationalem supra conditionem naturae, ad partecipationem divini boni" [1, 2, q. 110, a. 1].

Il rinnovamento di cui ho parlato, investe tutta la persona umana nella sua integrità, la quale agisce attraverso la sua intelligenza e la sua volontà. Anche queste facoltà propriamente umane vengono pertanto proporzionate, adeguate al nuovo modo di essere della persona: figlio nel Figlio al Padre.

Sia l’intelligenza sia la volontà vengono rinnovate quanto al loro modo proprio di agire. Usando una terminologia un po’ tecnica: vengono rinnovate nella loro intenzionalità.

a) L’intelletto è la capacità di conoscere la realtà. O – il che è lo stesso – la verità. Che cosa accade nell’intelligenza della nuova creatura? Che essa conosce la realtà nella luce stessa di Dio; diventa capace di pensare come Cristo: di avere – direbbe S. Paolo – il pensiero di Cristo [cfr. 1 Cor 2, 16]; è resa capace di essere illuminata dalla stessa Verità di Dio in Cristo.

Questo rinnovamento della facoltà intellettiva è la fede. "Che cosa grande la fede! Per essa noi entriamo nella Realtà ultima, Dio non ci è più sconosciuto" [Divo Barsotti, Nel Figlio al Padre, L’Epos, Palermo 1990, 255].

Fate bene attenzione. Non confondiamo la conoscenza con l’erudizione. Posso avere tante nozioni, tante idee, ma senza pensare e conoscere, avendo solo appreso. Non penso perché ho idee, ma ho idee perché penso.

Posso leggere il Vangelo e sapere ciò che ha detto Gesù. Ma questo non significa ancora pensare come Gesù. Solamente la fede pone la persona in una luce pura e limpida che ci fa conoscere come Dio stesso conosce: "… mediante la fede l’uomo nell’esercizio della sua facoltà intellettiva partecipa alla stessa conoscenza divina", dice S. Tommaso. È la fede che abilita l’uomo ad esercitare la sua ragione in modo congruente alla sua condizione di figlio nel Figlio.

Dobbiamo ora accennare ad una conseguenza del rinnovamento operato dalla fede. L’uomo si colloca dentro alla realtà in primo luogo mediante l’esercizio della sua ragione, rispondendo alla domanda originaria: che cosa è ciò che è? Il modo di essere nella realtà è ciò che chiamiamo cultura.

La fede genera cultura: non può non generare cultura, cioè un modo proprio di essere nel mondo. Riprenderemo più avanti questo concetto.

b) La volontà è la capacità di amare. Che cosa accade nella volontà della nuova creatura? Diventa capace di amare come Cristo ha amato; partecipa alla capacità di amare che è propria di Cristo, il Figlio unigenito.

Non dobbiamo intendere questo secondo il paradigma dell’esempio e dell’imitazione. La novità che la proposta cristiana introduce nell’esercizio della libertà umana, non è di carattere morale prevalentemente. Riguarda il naturale dinamismo della volontà; si radica nell’intenzionalità propria della volontà. Mi spiego.

La luce della fede mostra all’uomo, rivela alla sua intelligenza che Dio vuole comunicare Se stesso alla persona umana, in Cristo e mediante Cristo. Cioè: vuole che essa entri nel dialogo, nella comunicazione di vita che avviene fra il Padre e il Figlio.

Dio si mostra così sommamente amabile, amabile in una misura infinita poiché intende donare Se stesso all’uomo, la sua stessa vita, la vita eterna.

La persona umana risponde a questo dono, acconsente a questo Amore: questa risposta è la carità. La carità rende capace la naturale tendenza dell’uomo verso Dio, Sommo bene, di tendere con amore filiale verso Dio, che lo ama come Padre, cioè come desideroso di comunicargli Se stesso, come il Padre comunica Se stesso al Verbo incarnato. Si costituisce così un rapporto della persona col Padre profondamente intimo: l’intimità della reciproca donazione.

Ma attraverso questo evento della carità nel mondo si costituisce un nuovo rapporto fra le persone umane. Il "sociale" umano viene rinnovato alla radice. Esso si costruisce non semplicemente nella partecipazione alla stessa natura umana, nella comunione degli stessi beni. Esso si costruisce "in Cristo", nel senso che siamo realmente partecipi [o chiamati ancora ad esserlo] della sua stessa divina filiazione. È una fraternità non voluta o obbligata, in primo luogo; è una fraternità donata. E nessuno può essere in Cristo se non è con ogni uomo.

I Padri della Chiesa erano molto attenti nell’insegnare questa sovrannaturale fraternità. "Se ami l’unità, ciò che ogni altro possiede in essa è anche il tuo proprio bene" [S. Agostino, Commento al Vangelo sec. Giovanni, 32, 8]. E S. Ilario: "Dal momento che noi tutti siamo inseparabilmente uniti nella carne stessa del Figlio di Dio, è necessario che proclamiamo il mistero di un’unità vera e naturale" [La Trinità 1, 8].

Un passaggio della Lett. Enc. Caritas in veritate [n. 34, 2] esprime tutto questo in modo particolarmente efficace. "Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna".

Termino questo punto con un esempio. Sul mio tavolo vedo oggetti molto diversi fra loro. Ma è la stessa luce che me li fa vedere. Analogamente Dio e l’uomo … sono infinitamente diversi. Ma è lo stesso amore che me li fa amare: l’amore di Dio che vuole comunicarmi Se stesso in Cristo e comunicarsi ad ogni uomo. Vedo me stesso e ogni uomo nella stessa luce: gratificati [o chiamati ad esserlo] dello stesso identico Amore. L’amore con cui rispondo all’Amore comprende nello stesso identico movimento e Dio ed ogni uomo. "Chi ama Colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato" [1 Gv 5, 1].

2. La dimensione oggettiva del rinnovamento.

Il rinnovamento che la proposta cristiana opera nella storia non si riduce alla dimensione soggettiva, interiore della persona. Esso accade anche inevitabilmente nella dimensione oggettiva, esteriore della persona, concretizzandosi come contenuto della cultura, e della civiltà. La fede e la carità diventano anche cultura. O meglio: generano cultura e civiltà.

È possibile individuare alcune caratteristiche proprie di una cultura generata dalla fede e dalla carità? Penso di sì. Ed è ciò che ora cercherò di fare, in maniera molto schematica.

2, 1. La rivelazione che Dio ha fatto di Se stesso in Cristo ha generato nell’uomo la consapevolezza di essere una persona, e di essere dotato di una preziosità in un certo senso infinita. È il primo segno di una cultura generata dalla fede: l’affermazione del primato della persona e del suo incondizionato valore. Né la grande filosofia greca nelle sue espressioni più elevate, né la grande costruzione giuridica di Roma avevano raggiunto questa consapevolezza. "Dio si è fatto uomo" scrive Agostino "che cosa diventerà l’uomo, se per lui Dio si è fatto uomo?" [Commento al Vangelo sec. Giovanni, tratt. 10, 1]. E Tommaso: "la persona è ciò che di più perfetto esiste nella realtà" [1, q. 29, a. 3].

Dalla consapevolezza della dignità della persona nasce una carità che privilegia chi è maggiormente esposto ad essere insidiato nella sua grandezza: il bambino e la donna; il concepito non ancora nato e lo straniero; lo schiavo e gli ammalati. Uno scrittore del secondo secolo giungerà a dire che i cristiani sono coloro che non fanno aborti e non uccidono i bambini. Potremmo dire: la cultura generata dalla fede che opera mediante la carità, è una cultura della persona.

La rivelazione che Dio ha fatto di Se stesso in Cristo, ha generato nell’uomo la consapevolezza che l’essere persona implica essere in relazione. La persona è un essere – con; la relazione con le altre persone è congenita alla persona. L’essere personale non è per natura irrelato, e relazionato solo per contratto: è la persona qua talis che è in relazione con le altre persone.

Dalla consapevolezza che l’essere personale è costitutivamente relazionato nasce un modo di costruire il sociale umano che è propriamente cristiano, e può essere generato solo dall’avvenimento cristiano.

Per brevità, dico che questa costruzione ha uno stile inconfondibile, la partecipazione; ha una categoria fondamentale, il bene comune; ha una legge, la solidarietà.

La partecipazione denota quel modo di porsi in relazione con l’altro con-vivendo e co-operando con esso, così che la persona realizza se stessa realizzando il bene comune. La persona è se stessa, ma lo è in un modo che agendo con gli altri, realizza il compimento di sé nella realizzazione del bene comune. Nella partecipazione la persona non si aliena, non estranea se stessa da se stessa con-vivendo e co-operando, ma afferma sé nella realizzazione dell’azione comune e dei risultati di questa. L’altro non è mai degradato ad oggetto di cui servirmi, ed il "sé" non è mai degradato dall’altro.

La principale espressione della partecipazione è il principio di sussidiarietà, vero principio architettonico del sociale cristianamente inteso.

La partecipazione è condizionata dall’orientamento di ogni persona verso il bene comune. È il bene comune che fonda ogni autentica comunità umana [è la sua causa formale, dicevano gli scolastici], la quale esiste se unificata dal bene comune, oggettivamente vero e soggettivamente vissuto come tale da ciascuna persona umana. La fede che opera attraverso la carità ha generato un concetto di bene comune molto elevato.

Per comprendere bene questo concetto, è necessario distinguere bene comune e bene pubblico.

Il bene pubblico è un bene di cui tutti gli associati hanno diritto di usare; è un bene "a disposizione" di tutti. Per esempio, l’acqua è un bene pubblico, così come la rete stradale, l’amministrazione della giustizia, ed altri ancora. Non è difficile capire che: a) i beni pubblici sono beni escludenti, vale a dire che l’uso di essi da parte di alcuni può escludere l’uso da parte di altri; b) i beni pubblici non sono beni finali, ma strumentali in vista dei beni finali.

Il bene comune è la bontà, il valore insito nella relazione interpersonale; è la preziosità etica che dimora in ogni buona relazione personale. È il bene relazionale. Da ciò deriva che ogni relazione, diciamo ogni società umana ha un suo proprio bene comune. Esiste un bene comune della società coniugale: è la bontà propria, è la preziosità etica della coniugalità. Esiste un bene comune della società famigliare: è la bontà propria, la preziosità etica della relazione coniugalità – genitorialità – figliazione. Esiste un bene comune dell’impresa, di cui il profitto è un elemento costitutivo, ma non l’unico. Esiste un bene comune dello Stato: è la bontà propria, la preziosità etica insita nell’appartenenza ad una stessa civitas.

Non è difficile capire che: a) il bene comune è inclusivo, vale a dire è realizzato dalla partecipazione di ogni associato; b) il bene comune è un bene finale, ha l’esigenza di essere riconosciuto in sé e per sé.

La fede ci rivela che esiste un bene comune eterno di tutta la comunità umana: l’eterna comunione beatifica in Cristo nel cielo.

La realizzazione del bene comune, di ogni bene umano, esige una attitudine spirituale: la solidarietà.

Essa connota e un principio sociale e una virtù morale. In quanto principio ordinatore della società esso spinge a superare l’estraneazione dell’uomo dall’uomo, essendo ciascuno responsabile del bene dell’altro. In quanto virtù "è la determinazione ferma e costante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Sollicitudo rei socialis 38].

La cultura generata dalla fede che opera mediante la carità, è stata la matrice di una dottrina della società umana, caratterizzata dal principio della partecipazione in vista del bene comune umano, secondo un’architettura sussidiaria e la legge della solidarietà.

Potremmo sintetizzare il tutto dicendo che la cultura generata dalla fede è una cultura della prossimità. La prossimità non denota solamente la partecipazione alla stessa natura umana: ogni uomo è prossimo [cioè vicinissimo ad ogni uomo] di ogni uomo, perché condivide la stessa natura.

La prossimità denota che si è costituita una Koinonia – una comunione –fra le persone umane in forza della condivisione da parte di ciascuno della stessa vita: ogni uomo è prossimo di ogni uomo, perché condivide la stessa Vita, quella di Cristo, o è chiamato a condividerla.

La regola aurea subisce quindi un approfondimento inaspettato: l’altro non è amato come se stesso [= la relazione con l’altro è come la relazione con sè stesso]; l’altro è amato come e perché è amato da Cristo.

2, 2. La resistenza alla proposta cristiana non avviene solo nella dimensione interiore e soggettiva come tensione, lotta, ribellione nel cuore umano. Essa avviene anche nella dimensione oggettiva, esteriore dell’uomo come cultura e civiltà, che prende corpo in programmi di azione e di formazione della condotta umana, e si esprime nella filosofia, nell’ideologia, nella dottrina della società e dello Stato, nella produzione dell’ordinamento giuridico.

Dopo un processo storico plurisecolare la scristianizzazione della coscienza europea può dirsi compiuta. La mia non è un’affermazione statistica, ma di carattere culturale. La scristianizzazione della coscienza europea è un’opera che può dirsi compiuta perché si è ormai introdotto in essa un nuovo paradigma antropologico. Che cosa intendo?

Tutti sappiamo che cosa sono i paradigmi verbali in grammatica. Sono il modello base secondo il quale il verbo deve essere declinato. I verbi sono molti, ma il paradigma è uno solo e identico.

I capitoli di ogni biografia umana, le esperienze vissute dall’uomo sono sempre le stesse: il matrimonio e la famiglia, il rapporto intergenerazionale, il lavoro, la cittadinanza, l’infermità, e così via. Queste esperienze sono però pensate, interpretate, e quindi vissute in modo diverso. Pensate per esempio come la fede cristiana interpreta il lavoro, e come lo interpreta il liberismo capitalista.

Questa diversità interpretativa dipende in ultima analisi dalla diversa visione dell’uomo.

Per paradigma antropologico intendo la visione di fondo dell’uomo, in quanto essa diventa la chiave interpretativa delle fondamentali esperienze umane. Come ho cercato di mostrarvi nel punto precedente, la fede che opera mediante la carità aveva generato un preciso paradigma antropologico.

Il processo che mirava a sostituire questo paradigma antropologico, ha ormai raggiunto il suo scopo. Chiamo questa sostituzione scristianizzazione della coscienza europea.

Quale è la visione dell’uomo di cui si nutre il paradigma anti-cristiano? Quale è la sua cifra?

È la definizione di uomo come individuo, secondo la quale l’uomo è un soggetto naturalmente irrelato, "il cui orizzonte antropologico è costituito dai suoi bisogni ed interessi […]. Il cui criterio di soddisfazione è paralizzato dalla psicologia centripeta dell’amor proprio" [F. Botturi, La generazione del bene, V e P, Milano 2009, 275].

Alla domanda: chi è l’uomo? Chi condivide questa visione risponde: è un soggetto costitutivamente asociale che diventa sociale per contrattazione [= visione individualistica]; che è mosso ad agire solo dal proprio bene individuale [= visione utilitaristica]. Individualismo ed utilitarismo sono il concavo e il convesso della stessa figura di uomo.

Possiamo ora, ma solo per brevissimi cenni, osservare questa visione dell’uomo nella sua opera interpretativa dell’esperienza umana. Questa visione genera un paradigma antropologico individualista – utilitarista. Faccio qualche esemplificazione che dimostra come questo paradigma ha pervaso la coscienza europea.

La comunità coniugale viene logicamente equiparata alla convivenza liberamente contrattata, sulla base del dare-avere, col presupposto che se il dare è superiore all’avere in termini di felicità individuale, ciascuno … ritorna a casa sua.

L’esperienza politica, lo Stato, non è pensato ed edificato in ordine al bene comune proprio della società politica, ma come organizzazione tesa ad assicurare a ciascun individuo l’esercizio dei propri diritti.

Devo fare a questo punto una riflessione assai importante. L’idea di "diritto soggettivo" inteso come capacità moralmente fondata di esigere x implica che esiste una verità circa il bene e circa il "dovuto" al soggetto ragionevole. La visione individualista – utilitarista dell’uomo non può pensare che esiste una tale verità. Il risultato è che il diritto soggettivo coincide col desiderio insindacabile del singolo.

L’esperienza della libertà è dominata dall’idea che essa non è un bene condiviso, ma un bene esclusivamente proprio. Questo modo di essere liberi ha cambiato la categoria dell’autodeterminazione.

L’esperienza dell’affettività è vissuta come dinamismo che non ha nulla in comune colla ragione e la volontà.

Potrei continuare a mostrarvi in azione il paradigma antropologico individualista – utilitarista. Mi fermo. Perché esso è anti-cristiano? Perché è anti- trinitario ed anti-cristologico. È la negazione, o meglio è l’espulsione dal vissuto umano della fede nei suoi due misteri centrali: un’espulsione ormai compiuta.

3. L’Anno della fede.

Se ciò che ho detto è vero; se la sostituzione di un paradigma anti-cristiano al paradigma cristiano è opera compiuta; se l’evento cristiano è stato delegittimato come evento che rende possibile una buona vita, si impongono le seguenti conseguenze, che ora devo limitarmi ad enunciare.

a) Non bastano più le "buone pratiche" [di solidarietà, di carità …], e quindi il compito principale non è la trasmissione di valori.

b) È necessaria una profonda opera di pensiero e di impegno educativo che riconduca la persona a comprendere se stessa ed il suo destino in verità.

c) Ma la ricostruzione di un paradigma antropologico nuovo può avvenire solo ad una condizione: uscire dalla crisi di fede in cui oggi versa la Chiesa, come ci ripete il S. Padre.

Conclusione

Desidero porre fine alla mia riflessione cercando, per così dire, di costruire un "ponte di passaggio" fra ciò che ho detto e i temi che affronterete.

Ed il … materiale di costruzione mi è offerto da un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine da P. Hartzband – J. Groopman, col titolo significativo: The new language of Medicine [ NEJM 2011; 365: 1372]. Di esso si dà un resoconto molto accurato in Medicina e Morale 2011/6, 967-968.

Di che cosa si tratta? Il vocabolario medico è andato progressivamente cambiando. I "pazienti" sono piuttosto "clienti" o "consumatori"; i medici e gli infermieri sono "provider" o "fornitori"; i posti letto vanno considerati " capacità produttiva" di un ospedale.

Se mi avete seguito, questo cambiamento di vocabolario non vi meraviglierà più di tanto. È semplicemente la "coniugazione", l’interpretazione di una fondamentale esperienza umana, l’infermità, secondo il paradigma antropologico – utilitarista.

Il problema su cui rifletterete in questi giorni in sostanza, come credenti, sarà quello di poter custodire o reintrodurre il paradigma antropologico personalista nella gestione dell’infermità umana.

Nella Lett. Enc. Caritas in veritate si dice: "La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio fra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono" [37, 2]. È la simultanea coniugazione della logica dello scambio contrattuale, della logica politica e della logica del dono, che vi è chiesto di introdurre nel mondo della sanità.