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Sintesi della conferenza "Famiglia umana e bene comune"
Centro Polivalente "Pandurera", Cento
16 febbraio 2007


Viviamo dentro una cultura ed una comunicazione sociale nella quale si tende a trasformare ogni desiderio in diritto. Una società nella quale vale il principio: "se tu non vuoi, perché devi impedire che io possa?". Una società cioè nella quale la soggettività individuale, la ricerca del proprio bene-essere diventa il criterio supremo dell’organizzazione sociale, negando che esistano beni umani insiti nella natura della persona umana che tutti devono riconoscere; che esiste un bene umano comune.

Potremmo dire che il principio utilitaristico ha così completamente pervaso i nostri rapporti sociali rendendoli "scambio di equivalenti" come nei rapporti economici e nel mercato.

Questa premessa mi serve ad esprimere meglio l’idea fondamentale di questa mia riflessione. Che è la seguente: la famiglia intesa come "società naturale fondata sul matrimonio" è la principale nemica di una società che riduca il bene comune all’utilità dell’individuo. Pertanto chi indebolisce l’istituto familiare, obiettivamente promuove un’organizzazione sociale dominata dalla "regola degli equivalenti". Insidia cioè gravemente il bene comune.

Ora cercherò di spiegarmi punto per punto, brevemente.

Primo punto. La comunità familiare è dominata dal principio di reciprocità perché è costruita sull’affermazione di ogni persona che la compone, in se stessa e per se stessa.

Il bambino neonato è amato e ben voluto non per l’utilità che esso offre. L’anziano è custodito e venerato anche se non è più produttivo. Quando un familiare si ammala non viene abbandonato a se stesso. La vita in famiglia costituisce la prima, originaria socializzazione della persona umana perché la inserisce in un tessuto connettivo costituito dall’affermazione di ogni persona in se stessa e per se stessa, e non per la funzione che esercita.

Cerchiamo di riflettere molto seriamente su questo punto fondamentale. Quando due si sposano promettono di essere reciprocamente fedeli per sempre "nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia", e di amarsi ed onorarsi per tutti i giorni della vita. È il contenuto di questa promessa che costituisce il bene comune della comunità che il vincolo coniugale crea fra l’uomo e la donna. Sono le parole con cui l’uomo e la donna fondano il loro matrimonio ad indicare il bene comune della società coniugale: l’amore, la fedeltà, l’onore e "per tutti i giorni della vita". La comunità coniugale è intimamente orientata alla generazione-educazione dei figli. Non si tratta solo di un fatto biologico: è un evento spirituale molto profondo. Il figlio "apre" la comunità coniugale all’ingresso di un altro che non è "estraneo", ma è a pieno diritto membro di una vera comunità umana, la famiglia. Essa è in senso vero e proprio la vera culla della società umana, poiché è in essa che l’umanità continua.

L’uomo può smettere di fare qualsiasi cosa, ma non di generare ed educare l’uomo. Senza l’educazione il nostro bene comune fondamentale che è la nostra umanità, è destinata a scomparire. È nella famiglia che si imparano gli stili di vita che promuovono nella società il principio della reciprocità, ed impedisce che diventi dominante il principio dell’equivalenza.

Punto secondo. Se ciò che ho detto è vero, la conseguenza è che chi indebolisce, chi non riconosce la famiglia, obiettivamente non promuove il bene comune.

Ci sono molti modi per rafforzare/indebolire, riconoscere/non riconoscere la famiglia. Non voglio addentrarmi in un campo che in una certa misura esula dalla mia competenza. Mi limito ad una sola riflessione. Non sto giudicando le intenzioni di nessuno. Quando si creano, attraverso le leggi, istituzioni nuove, esse, una volta entrate a far parte della vita associata possono avere conseguenze che non erano quelle desiderate: conseguenze inattese dell’azione intenzionale. Orbene, da quanto ho detto prima risulta che: il matrimonio e la famiglia sono di importanza fondamentale per il bene comune; la decisione di sposarsi è una decisione ardua; il matrimonio e la famiglia sono oggi particolarmente insidiati nella loro preziosità etica anche da un diffuso utilitarismo.

Presupposto tutto questo, facciamo la seguente ipotesi: lo Stato offre una via alternativa per avere quei beni che fino ad ora erano concessi a chi era sposato, un’alternativa che non richiede gli impegni propri del matrimonio. Quale sarà il risultato? Almeno due: un’ulteriore conferma della mentalità utilitarista e quindi un forte indebolimento dell’istituto matrimoniale rispetto alle ideologie ad esso ostili. In una parola: il bene comune è seriamente compromesso. In una società in cui la norma utilitarista sta pervadendo sempre più profondamente la coscienza, offrire un’alternativa alla famiglia, nel senso che i beni propri di essa si possono raggiungere senza gli impegni che essa comporta, obiettivamente significa persuadere le persone a scegliere secondo la norma utilitarista.

Se ci va bene una società così configurata, possiamo pure proseguire su questa strada. Il capolinea sarà una persona sempre più sradicata dalla verità e dal bene della sua umanità; una società di estranei gli uni agli altri. La situazione è grave, poiché si sta marciando verso questo capolinea dicendo che si sta percorrendo la direzione opposta.

Come cristiani abbiamo una grande responsabilità in questo contesto poiché abbiamo ricevuto mediante la fede un grande dono. Il dono è l’essere nella Chiesa, l’essere Chiesa. E la Chiesa è l’esperienza di un bene comune che non ha l’uguale. È la comunione ecclesiale dove ciascuno è responsabile di ciascuno. Certamente, la Chiesa ha una sua originaria specificità. Ma là dove ci sono vere comunità cristiane, piccoli frammenti cioè in cui vive ed opera tutto il grande Mistero che è la Chiesa, esse non possono non diventare creatrici anche di società buone e giuste.

Non è l’essere minoranza o maggioranza la preoccupazione fondamentale della Chiesa. Questa è una preoccupazione di chi pensa soprattutto al potere. La nostra preoccupazione è di prendersi cura della nostra umanità. La preoccupazione della Chiesa è di aiutare la persona a realizzare in misura alta la sua umanità.