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La sfida educativa e la formazione dei formatori
Castello d’Urio (Como), 2 marzo 2010


Parlare di educatori nel contesto di una riflessione sulla sfida educativa, è come parlare… di pompieri allo scoppio di un grande incendio. Parlare cioè di chi deve in primis affrontare la sfida educativa.

Io non parlerò di tutte le figure dell’educatore. Mi limito a parlare del sacerdote in quanto educatore. E lo farò distribuendo la mia riflessione in tre punti. Nel primo cercherò di mostrare la dimensione educativa del ministero sacerdotale; nel secondo cercherò di compiere una essenziale ricognizione delle radici antropologiche della crisi educativa attuale; nel terzo cercherò di mettere a fuoco le risorse che il sacerdote deve poter avere per far fronte alla sfida educativa.

1. Il sacerdote come educatore.

Nella riflessione teologica c’è almeno una categoria concettuale, un theologumenon, che ci assicura della correttezza di questo approccio al ministero sacerdotale. È il grande tema biblico dell’apostolo come padre che rigenera l’uomo [cfr. 1Ts 2,7.11; Gal 4,19; 1Cor 4,15; 2Cor 12,15; Fm 10]. Cerchiamo una qualche intelligenza di questa grande categoria biblica.

Essa presuppone la convinzione della potenza divina della Parola che l’apostolo predica: potenza che rigenera la persona. "Sono io" dice Paolo "che vi ho generato in Cristo mediante il vangelo" [1Cor 4,15]. Se, come vedremo in seguito, educare significa introdurre una persona nella realtà, la porta di ingresso nella realtà viene aperta dall’educatore mediante la Parola. Essa fa passare dal regno del sogno e delle ombre al regno della verità.

Il mito della caverna di Platone, una delle più potenti metafore della condizione umana, ci può aiutare. Come vi è noto, esso insegna che gli uomini si trovano all’interno di una caverna priva di aperture, guardano verso la parete, e non possono guardare altrove, perché sono incatenati. Sulla parete appare un gioco di ombre proiettato da una sorgente luminosa posta alle spalle, e quindi invisibile. L’uomo non vede che ombre, e rischia di ritenere che questa sia la realtà.

Nel prologo al suo Vangelo, Giovanni parla del Verbo come della luce che illumina ogni uomo [cfr. Gv 1,9]. Nel momento in cui all’uomo è dato di incontrare il Verbo-Luce, esce dalla caverna dove è continuamente tentato di ritenere realtà ciò che è ombra, di confondere l’ombra col corpo, direbbe Paolo [cfr. Col 2, 17]. È in questo preciso senso che il primo atto educativo – l’atto originante – che il sacerdote compie è la predicazione della Parola di Dio: è essa che fa uscire l’uomo dalla caverna e gli fa vedere la realtà interamente.

Ma questo non è tutto. Per capirlo possiamo aiutarci con una distinzione. Esistono due tipi di verità conosciute dalla ragione umana: verità [chiamiamole] puramente formali, e verità formali-esistenziali.

Le prime sono quelle verità conosciute mediante un giudizio della ragione, che non esigono una risposta della libertà: che non sono affatto una provocazione della libertà. Esempio: il fiume più lungo della terra è il Mississipi. L’assenso a questa verità non provoca la libertà, e nessun cambiamento di vita.

Le verità formali-esistenziali sono verità che provocano la libertà a compiere scelte di vita. Esempio: meglio subire l’ingiustizia che compierla.

La parola di Dio predicata dal ministro della nuova Alleanza è veicolo di verità del secondo tipo. C’è un testo paolino che mette bene in risalto questo fatto: "Rendiamo grazie a Dio, perché voi eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso e così liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia" [Rom 6,17-18].

L’apostolo contrappone due condizioni esistenziali, due modi opposti di esistere: schiavi del peccato; servi della giustizia. Il passaggio dall’uno all’altro è dovuto a due fattori: all’insegnamento che è stato trasmesso; ad un atto di obbedienza compiuto dal cuore. La natura intima di questo passaggio è indicato colla categoria della liberazione: un’esperienza che è stata vissuta dalla e nella libertà.

Ora siamo in grado di comprendere tutto lo "spessore" della dimensione educativa del ministero sacerdotale.

Come abbiamo notato l’apostolo pensa l’assenso all’insegnamento trasmesso in termini di "obbedienza di cuore". Il pensiero paolino è ricco di conseguenze pedagogiche da due punti di vista.

1,1. È quotidiana esperienza che non basta conoscere la verità circa il bene per operare il bene: l’assenso è distinto dal consenso. Paolo parla di "cuore che obbedisce".

L’insegnamento trasmesso non è stato solo assentito razionalmente perché ritenuto vero, ma consentito perché valutato affettivamente come proposta di vita buona e desiderabile.

Ne deriva che la predicazione della parola di Dio non deve essere solo fedele alla verità, ma significativa per la persona. Una proposta del cristianesimo che fosse insignificante per la persona che ascolta, sarebbe sicuramente incapace di ottenere l’obbedienza del cuore.

Che cosa significa "significante-insignificante"? capace-incapace di rispondere al desiderio di beatitudine che dimora nel cuore dell’uomo. "Parla al cuore di Gerusalemme e dille che la sua schiavitù è finita", dice il profeta. Perché il "cuore" obbedisca deve essere interpellato.

È questa la prima conseguenza pedagogica che deriva dalla natura propria della Parola predicata.

1,2. La seconda è uno sviluppo della prima. La Parola predicata non è la tangente che tocca solo in un punto la circonferenza che racchiude la vita, e poi si allontana all’infinito. Essa è il diametro che penetra ed attraversa tutta la sfera del vissuto. Che cosa significa e comporta questa "traversata"? In sintesi: che ogni vissuto umano deve essere posto in Cristo.

La vita quotidiana dell’uomo è una narrazione che comprende sempre alcuni grandi capitoli: gli affetti, il lavoro, la cittadinanza, la sofferenza, la morte. Esiste una educazione [non ho potuto usare un’altra parola] alla vita affettiva e quindi al matrimonio o alla verginità; esiste un’educazione al lavoro o professione come modus vivendi in Cristo; esiste un’educazione all’impegno politico, e così via. In una parola: esiste un’educazione a vivere secondo il Vangelo ricevuto; a vivere in Cristo.

È questa la seconda conseguenza pedagogica che deriva alla natura propria della Parola predicata.

Concludo questo primo punto. Il sacerdote colla predicazione della Parola di Dio libera l’uomo dalla "caverna": introduce l’uomo nella realtà. Ho esposto molto sinteticamente il contenuto di questa definizione: introdurre l’uomo nella realtà.

2. La sfida educativa

In quale contesto culturale il sacerdote oggi opera in quanto padre che genera ed educa l’uomo in Cristo? Parlo del contesto… del saeculum; non parlerò del contesto intraecclesiale attuale.

Da anni vado dicendo che nel contesto culturale attuale educare non è diventato difficile ma impossibile, perché è diventato impensabile. Da quest’affermazione non si deve concludere: quindi arrendiamoci; la sfida non è affrontabile. Ma procediamo per ordine.

2,1. Perché educare è diventato impensabile, se si resta dentro al contesto culturale attuale? Il tempo a disposizione e la natura di questo incontro mi costringono ad una risposta molto schematica.

Parto da un problema che a prima vista sembra estraneo alla nostra riflessione: il problema dell’itinerarium mentis in Deum, del percorso della ragione verso Dio. Al fondo di tutti i percorsi proposti dai grandi maestri del pensiero occidentale [pensiamo alle famose cinque vie di S. Tommaso], sta un presupposto che è dato comunque per scontato. Esso è il seguente: la realtà [il mondo, la persona umana], diciamo l’universo dell’ente è dotato di una sua intrinseca intelligibilità. Possiamo anche dire: è dotato di senso. E quindi l’insonne fatica e il desiderio inestinguibile della ragione umana di cercare una spiegazione ultima della realtà nel suo intero, non è semplicemente un cammino iniziato autonomamente, ma il riconoscimento di una intelligibilità che ci è data e non è semplicemente prodotta da noi. Così, dicono gli storici del pensiero, è stato fino a Nietzsche.

Il prof. R. Spaemann scrive: "È Nietzsche però ad aver portato il colpo decisivo, quando ha posto in questione, in linea di principio, un presupposto accettato in tutte le dimostrazioni tradizionali dell’esistenza di Dio, il presupposto della intelligibilità del mondo. Il filosofo francese Michel Foucault ha formulato nel modo più conciso quello che per la prima volta aveva pensato Nietzsche: "Non possiamo pensare che il mondo ci offra un volto leggibile"" [conferenza La ragionevolezza della fede in Dio letta al Convegno Dio oggi. Con Lui o senza Lui cambia tutto. Testo distribuito ai partecipanti, pag. 31].

Che cosa questo abbia significato e significhi è stato di una potenza devastante inenarrabile. Erodendo la base dell’itinerarium mentis in Deum, è inevitabile che si accetta il "dato" della vita della realtà, così come esso è. È semplicemente un fatto in-sensato e a nostra disposizione; è mero materiale plasmabile. Non è più un "segno", un "simbolo" [cfr. l’omelia del S. Padre nella Messa della notte di Natale]. La domanda di senso è una domanda insensata.

Il prof. C. Esposito dice che la situazione attuale è caratterizzata dalla divisione fatale tra l’affermazione dell’io senza verità e viceversa l’affermazione della verità senza l’io [cfr. A. Savorana (a cura di), La conoscenza è sempre un avvenimento, Mondadori Università, Milano 2009, pag. 169]. Esiste cioè una sola verità, quella della scienza, che prescinde dall’io; esiste un io lasciato ormai solo nel deserto del nichilismo banale della società del consumo.

Che cosa ha a che fare questa riflessione col problema su cui stiamo riflettendo? Ha molto a che fare: eliminando l’idea di verità, negando che il "mondo ci offra un volto intelligibile", parlare di educazione non ha più senso. Come dicevo: educare è diventato non difficile, ma impossibile perché è diventato impensabile.

Introduzione alla realtà può significare infatti due cose. O un contatto colla medesima, un incontro con essa che nella sua essenza non differisce da quello di ogni soggetto senziente. La realtà è materiale d’uso a disposizione di ciascuno, per il suo piacere e per la sua utilità. O un ingresso nella realtà costruito secondo il valore obiettivo della medesima. Un ingresso che avviene come risposta alle due domande fondamentali della ragione: che cosa è ciò che è [domanda di verità]: quale è il valore di ciò che è [domanda di bene]. È questo un modo di entrare nella realtà che è proprio del soggetto intellettuale.

Nel primo caso non posso neppure parlare di educazione se non nel senso di addestramento, di know how come si dice oggi; nel secondo caso l’educazione è possibile poiché si tratta di accompagnare la persona verso la verità di ciò che è, e quindi verso il suo senso. Ho parlato di soggetto senziente, e di soggetto intellettuale. La diversità essenziale consiste nel fatto che il primo non può percepire la realtà se non in relazione a se stesso, e quindi il senso di ciò che è se non in rapporto ai suoi desideri. Il secondo invece può percepire la realtà come è in se stessa, e quindi il senso di ciò che è come presenza eccedente ogni nostra approssimazione.

Non posso trattenermi dal fare un esempio: la tanto chiacchierata educazione sessuale. Se la sessualità non ha un senso obiettivamente intrinseco ad essa, l’educazione consisterà nel know how: come esercitarla traendone il massimo di piacere col minimo danno. La distribuzione di contraccettivi è da questo punto di vista… un atto altamente educativo. Se la sessualità è dotata di un suo senso proprio – linguaggio della persona che dona se stessa; e la vita ad una terza persona – l’educazione sessuale sarà un accompagnamento della persona ad un’integrazione della sua sessualità nel tutto della sua persona; sarà educazione all’amore, al dono, alla responsabilità.

Ora che cosa è accaduto? L’erosione della base su cui camminare verso Dio, l’affermazione cioè dell’intelligibilità della realtà e della corrispondenza fra questa e la ragione, ha distrutto anche la certezza che l’uomo possa conoscere la verità. Ma se così è, allora ha ragione Hume quando scrive che "We never do one step beyond ourselves". La conoscenza non ci illumina su ciò che esiste, ma consiste in adattamenti all’ambiente in ordine alla propria sopravvivenza. La realtà di Dio, la capacità dell’uomo di conoscere la verità, l’irriducibilità dell’uomo a pura materia stanno o cadono assieme. E quando sono cadute, l’educazione come era stata pensata e praticata fino ad ora viene colpita a morte.

Non è che si possa far fronte a questa situazione, dal punto di vita educativo, appellandosi ai valori e proponendo regole. Sarebbe come voler aiutare uno in preda ad una terribile indigestione insegnandogli la chimica della digestione, o ad uno che sta annegando come si fa a nuotare.

È inutile illuderci. L’impegno è immane perché non si tratta di aggiustare un edificio gravemente leso, ma di costruirlo dalle fondamenta. Questa è la sfida educativa in tutta la sua inedita portata.

È possibile una tale ricostruzione? Oppure dobbiamo limitarci a… salvare il salvabile? Oppure a chiuderci nelle catacombe di comunità cristiane di elite? Siamo al terzo punto.

3. Le risorse del sacerdote di fronte alla sfida.

Esistono vie di uscita da questa condizione perché il sacerdote dispone, se lo vuole, di risorse tali da renderlo capace di far fronte alla sfida educativa. Cercherò di indicarle.

3,1. La prima risorsa di cui il sacerdote dispone è semplicemente l’uomo che ha di fronte. È una verità dell’antropologia cattolica che l’immagine di Dio impressa nell’uomo dalla mano creatrice di Dio può essere deturpata, coperta da montagne di fango, ma non cancellata o distrutta.

Ciò significa che resta sempre nel cuore di ogni uomo la nostalgia di una beatitudine vera; il mormorio sia pure grandemente disturbato del cuore che chiede di andare oltre se stessi. La libertà dell’uomo non è originariamente neutrale. L’incarnazione del Verbo non è un fatto, accaduto il quale, l’uomo continua a rimanere tale e quale. Il Concilio Vaticano II insegna che incarnandosi il Verbo si è unito in un qualche modo ad ogni uomo. M. Scheeben ha scritto pagine molto profonde al riguardo.

In poche parole: è la condizione reale dell’uomo la prima risorsa del sacerdote per far fronte alla sfida educativa.

3,2. La seconda risorsa, è nel sacerdote stesso: è l’essere depositario della Parola di Dio, l’esserne affidatario perché la predichi. La Parola di Dio ha in sé stessa una potenza invincibile. Ma perché essa sia effettivamente risorsa in ordine alla sfida educativa, è necessario che il sacerdote sia consapevole della propria responsabilità verso la Parola di Dio, e che essa non altre parole sia da lui predicata.

Responsabilità verso la Parola di Dio significa che di essa noi non siamo padroni, ma servi. Non possiamo adeguarla ai gusti di chi ci ascolta: non possiamo amare più il consenso degli uomini che la verità della Parola. Ci è data, donata perché la predichiamo integralmente.

Ma la Parola di Dio è risorsa se essa viene annunciata, predicata; non se viene annunciata, predicata, un’altra parola.

Questa seconda risorsa esige una formazione, una educazione del sacerdote all’assimilazione della parola di Dio. La meditazione quotidiana della stessa è una esigenza imprescindibile per il sacerdote.

Ed inoltre è assai importante non dimenticare mai come giunge a noi la Parola di Dio. Il Concilio nella Cost. dogm. Dei Verbum insegna: "Questa sacra Tradizione e la sacra Scrittura dell’uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina sulla terra contempla Dio, dal quale riceve ogni cosa, finché sarà condotta a vederlo faccia a faccia così come egli è" [7,2; EV1/881].

Predicare la Parola di Dio non significa esporre i risultati ultimi della ricerca esegetica. È necessario che il sacerdote sia profondamente radicato e fondato nella Tradizione della Chiesa. "in essa le stesse sacre lettere si comprendono più profondamente, sono rese incessantemente efficaci" [ibid. 8,3; EV 1/884]. È necessario che sia in profonda sintonia col Magistero, interprete autentico della parola scritta e trasmessa. Penso che l’inefficacia della nostra predicazione sia non raramente dovuta ad una superficiale frequenza alla scuola della parola di Dio, o ad una frequenza caratterizzata da tante assenze.

3,3. La terza risorsa nel sacerdote è la condivisione della vita con i fedeli che la Chiesa ci affida. Come vi dicevo, se la proposta cristiana è insignificante non susciterà mai l’obbedienza del cuore.

Questa terza risorsa esige una formazione culturale molto seria nel sacerdote. Come ho cercato di dire nel secondo punto abbiamo a che fare con un uomo che ha accettato di vivere completamente fuori dal suo vero se stesso. Non era mai accaduto. La sfida educativa è una necessità prima che un dovere; un sacerdote culturalmente rozzo è inadeguato ad affrontare la sfida educativa.

Conclusione

Tutto quanto ho detto finora va nella direzione di un profilo formativo del sacerdote, e di una qualità della sua formazione inequivocabili. Quale, alla fine?

"Quando noi, vittime dello scientismo, non crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni, quando consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento collettivo, che non ha nulla a che fare con la verità … allora non possiamo attendere che qualcosa ci possa convincere dell’esistenza di Dio" [R. Spaemann, loc. cit. pag. 33], ed ancor meno possiamo attenderci l’obbedienza del cuore al Vangelo predicato.

Ed allora? Certamente le tre grandi risorse di cui ho parlato possono essere a nostra disposizione. Ma che cosa sveglierà l’uomo da quel sonno? Sono sempre più convinto che lo può fare solo l’amore. Solo se sentirà di essere amato nel senso vero del termine [caritas in veritate], prenderà coscienza di essere qualcuno e non un numero uscito casualmente dal gioco dei dadi della natura.

La grande chiave di volta dell’esistenza sacerdotale è la charitas pastoralis. Senza questa, tutto il resto sarebbe un vestito anche sontuoso che copre un cadavere.