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Relazione "FAME DI PANE-FAME DI DIO: un intreccio indissolubile"
in occasione della festa del CINQUANTESIMO di Villa Pallavicini
1 ottobre 2005


Il "nodo" in cui si stringono le corde delle due fami, la fame di pane e la fame di Dio, è mostrato nel Vangelo di Giovanni. Il Signore dice alle persone che aveva appena sfamato: "In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna" [6,26-27a].

È da notare subito che Gesù non condanna né disprezza il procurarsi il cibo che perisce. Egli infatti moltiplica il pane, mosso a compassione di moltitudini di poveri affamati. Ciò che rimprovera è il limitarsi al cibo che perisce; è il restringere la ricerca al pane che sazia. Esiste infatti un altro pane: altro in ordine alla vita che nutre e sostenta, la vita eterna. Quando l’uomo rinuncia alla ricerca di questo secondo pane, limita sostanzialmente l’orizzonte intenzionale del suo spirito. Non comprende più che tutto l’universo della fame e del pane rimanda – è un segno – ad un universo più profondo indicato dalle parole "pane disceso dal cielo" e "vita eterna".

Dunque esiste un intreccio, un "nodo" dicevo in cui si intrecciano ricerca del cibo che perisce e ricerca del cibo che dura per la vita eterna. Di che natura è questo intreccio? riflettere sopra di esso come ci aiuta ad affrontare i problemi di oggi? questa "città della carità" di cui celebriamo oggi il cinquantesimo non ha precisamente il carisma di rispondere alla fame di pane e alla fame di Dio? La mia riflessione seguente cercherà di rispondere a queste domande.

1 [Custodire il nodo]. Lungo la storia dell’Occidente non sono mai mancati tentativi di "sciogliere" questo nodo col sistema di cui parla un famoso mito: tagliando … una corda. Immaginando – poiché è un’astrazione – un "uomo monocorde", si fanno due proposte, si disegnano due progetti.

La prima è presentata in maniera insuperabile dalla famosa leggenda del Grande Inquisitore. Il contenuto è noto; basta richiamarlo brevemente. Cristo ricompare a Siviglia in piena controriforma. Il Grande Inquisitore lo va ad incontrare e gli rivolge un lungo discorso. In esso sostanzialmente rimprovera Cristo di aver dato all’uomo la libertà; di avergli dato la consapevolezza di essere una persona. Ma alla fine – pensa il grande Inquisitore – l’uomo fa volentieri senza della sua libertà: troppo rischiosa! Ed egli è disposto a cederla a chi gli assicura il pane. Cosa che il Grande Inquisitore ha fatto, e gli uomini hanno seguito lui e non Cristo. L’uomo, in fondo, preferisce essere servo ma sazio, piuttosto che libero ma affamato.

La pagina di Dostoevskij è un invito a profonde riflessioni.

Mai come oggi la "questione antropologica" è divenuta la questione fondamentale: c’è nell’uomo qualcosa di irriducibile alle sue componenti biologiche? L’uomo appartiene totalmente all’ordine della natura? È solo l’individuo di una specie animale? Se riduciamo la fame dell’uomo alla fame di pane, rispondiamo affermativamente alle suddette domande. Ed una tale risposta costruisce una cultura, dà origine ad un universo simbolico tagliato a misura di un "uomo ridotto"; un universo che è immagine di un’antropologia inadeguata.

Il primo "pezzo" di questo ethos, di questo edificio ad un solo piano è la riduzione del lavoro umano a mera attività produttiva, obliando la dimensione soggettiva del lavoro, il suo essere attività della persona in relazione ad altre persone.

La relazione sociale poi si configura inevitabilmente come contrattazione di opposti interessi. Ridurre la fame dell’uomo a fame di pane porta a concepire e vivere i rapporti fra le persone in termini di mercato e di denaro, col rischio di dare rilevanza solo ai diritti alla cui soddisfazione il mercato è in grado di rispondere in termini monetari.

Ma l’Occidente ha conosciuto anche un altro modo di sciogliere il nodo di cui stiamo parlando, riducendo la fame dell’uomo alla fame di Dio. È l’evasione spiritualistica che non ha mai finito di tentare l’uomo occidentale. Essa nasce dal disprezzo di questa vita terrena, nutrita dal pane. Nega che la dimensione carnale, corporea sia costitutiva dell’uomo. È indubbio che anche la vita del popolo cristiano non è sempre stata immune da questa insidia.

Uno dei più grandi pensatori cristiani di ogni tempo, V. Solov’ëv, ha riflettuto lungamente e profondamente su questo incrocio ed intreccio della fame di Dio colla fame del pane [mi riferisco per es. a Fondamenti spirituali della vita, ed. LIPA, Roma 1998, pag. 96 ss].

Non raramente – egli dice – la predicazione ecclesiastica circa la felicità eterna dell’uomo la presentava come un’esistenza che non aveva alcuna somiglianza colla vita presente. En passant – aggiungo io – la situazione non è molto migliorata oggi: oggi non se ne parla più!

"Come mai, si è domandato spesso il pensatore russo, queste considerazioni religiose non godono troppa simpatia fra gli uomini? La risposta è facile: la vita presente, anche se misera, è la mia. La legge della natura e la legge divina mi obbligano a svilupparla e a conservarla, come si può allora rigettare questo dono di Dio per un’altra vita futura, proposta con colori illusori? [T. Spidlik-M. Rupnik, Teologia pastorale, A partire dalla bellezza, ed. LIPA, Roma 2005, pag. 161]. È il nodo dell’intreccio fame di Dio-fame di pane, piantato dentro alla coscienza dell’uomo moderno. Come conservarlo?

La risposta ci viene dal mistero centrale della nostra fede: la risurrezione di Cristo nella sua vera carne. È nella risurrezione di Cristo che l’intreccio della fame di Dio colla fame di pane è stato indissolubilmente annodato.

La risurrezione di Gesù non è il premio della vita eterna dato a Gesù perchè morto innocente per la giustizia, e perché aveva vissuto facendo e agendo bene. Se così fosse, il fatto ed il messaggio evangelico non avrebbe nulla di incomparabile con tutte le religioni e le filosofie.

Ma Egli – questo è il punto centrale! – è risorto nel suo corpo, in questa terra, così che la sua vita terrena non è stata distrutta definitivamente dalla morte, ma è entrata nel possesso della Gloria incorruttibile di Dio, senza mutare la sua natura umana. È in questo fatto realmente accaduto che l’intreccio della fame di Dio e della fame di pane è annodato nel modo giusto: adeguato alla gloria di Dio e alla dignità dell’uomo.

In Cristo la vita nel tempo e l’eternità non si escludono ma sono inseparabilmente unite. Egli resta eternamente piagato nella sua Gloria, e glorioso nei segni della sua crocifissione e morte. Con Cristo ed in Cristo questa vita è entrata nell’eternità.

Questo fatto realmente accaduto continua a permanere dentro alla vicenda umana mediante la celebrazione dell’Eucarestia. Il sacramento eucaristico è il punto centrale in cui la fame del pane si intreccia colla fame di Dio. Ad un triplice livello corrispondenti ai tre strati del sacramento: il segno sensibile [sacramentum tantum]; il Corpo ed il Sangue di Cristo [res et sacramentum]; la carità [res tantum].

A livello di segno sensibile. Pensiamo per un momento alle due preghiere con cui presentiamo pane e vino all’altare: "benedetto sei tu, Dio dell’universo…". È un pezzo di pane che viene offerto: e tale deve essere in tutta verità, pena l’invalidità della celebrazione. Esso è "frutto della terra e del lavoro dell’uomo": nasce dalla fame di pane che l’uomo sente dentro di sé. Offerto a Dio, viene restituito all’uomo "cibo di vita eterna". È lo stesso pane che transubstanziato diventa cibo di vita eterna, che sazia la fame di Dio. Le due fami che costituiscono l’uomo si incrociano nel pane eucaristico.

A livello della realtà significata. È la memoria della Pasqua del Signore. Il ricordo liturgico non è un semplice ricordo psicologico: è sacramentale. Per mezzo di esso l’avvenimento ricordato conserva e nello stesso tempo supera il suo carattere di avvenimento passato: noi siamo presenti e soprattutto partecipiamo ad esso, all’avvenimento nel quale - come ho detto – la vita peritura dell’uomo viene introdotta nella vita eterna di Dio.

2. [Come custodire il nodo]. L’Eucarestia ha un terzo livello, quello finale: essa causa in chi vi partecipa la carità. "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" [Gal 2,20]. È in forza di questa unione con Cristo che anche nella vita dei fedeli la fame di pane si intreccia con la fame di Dio.

In che modo? Come custodire questo intreccio? È ciò che ora cercherò di mostrarvi, con due riflessioni parallele.

(A) La prima riguarda "il paradosso" insito nell’esercizio della nostra libertà. Questa si esercita normalmente nei confronti dei beni finiti; è la "fame di pane" che cerchiamo di saziare mediante le nostre scelte che costituiscono la trama della nostra vita quotidiana.

Ma le nostre scelte hanno tutte una dimensione morale: sono cioè scelte moralmente buone o cattive. È mediante le sue scelte che ciascuno di noi edifica se stesso nel bene o nel male. Ma quale è la sorte di questo "io" che abbiamo edificato nei nostri giorni terreni? È una sorte eterna sulla quale decide Cristo e solo Lui [cfr. 2Cor 4,1-4]. Vale a dire: l’io costruisce se stesso nel tempo in ordine all’eternità; è in cammino nel tempo verso la sua dimora eterna. Le pietre con cui edifica se stesso sono di questo tempo, l’edificio è eterno. Dentro Cristo Risorto la nostra persona trova la propria definitiva consistenza, poiché la fame di Dio abita dentro alla ricerca della sazietà della fame di pane, se e quando questa è cercata in ordine al regno di Dio. Questa è la suprema grandezza di ogni scelta libera. È una grandezza che quando sarà vista in tutto il suo splendore susciterà uno stupore immenso: "quando ti abbiamo visto affamato … e ti abbiamo dato da mangiare?". Dando il pane al povero, tu lo dai a Cristo: la fame del povero è la fame di cui soffre Cristo. Nel povero è Cristo che ha fame.

(B) La seconda riflessione prende avvio da questa ultima considerazione. Nella visione cristiana la fame di Dio non ha solo un significato oggettivo: la fame che ha per oggetto Dio stesso. Ha anche un significato soggettivo: la fame di cui soffre Dio stesso.

Il Figlio unigenito del Padre si è fatto uomo, ha condiviso la nostra natura e condizione umana per il desiderio che Egli ha di ritrovare l’uomo e riportarlo nella sua originaria dignità. La domanda di Gesù alla Samaritana: "dammi da bere", riguardava – come notano molti padri della Chiesa – profondamente il desiderio che quella donna fosse salvata e redenta dalla sua degradazione.

La fame del povero è l’invocazione che Cristo ci rivolge perché sia dato a lui ciò che come persona desidera maggiormente: essere riconosciuto nella sua dignità suprema. La fame di pane di cui soffre il povero è la fame che Cristo ha, è il desiderio da cui è occupato il suo [di Cristo] cuore, che quella persona sia trattata conformemente alla sua dignità. Saziando la fame di pane del povero tu sazi la fame che Dio ha in Cristo del riconoscimento della sua immagine, impressa nell’uomo.

La forza divino-umana che opera questo miracolo nel mondo è la carità cristiana: e solo la carità cristiana. Cercherò di balbettare ora qualcosa al riguardo.

Un grande filosofo del secolo scorso ha scritto: "Nell’amore cristiano al prossimo si dà sempre un elevarsi fino alla realtà ultima del mondo di Dio mentre il voler bene naturale resta totalmente nell’ambito di una sfera terrena impersonale, nell’amore cristiano al prossimo spira il soffio di una libertà vittoriosa. Non appena incontriamo un atto di vero amore cristiano, è come se il cielo si aprisse" [D. von Hildebrandt, Essenza dell’amore, Bompiani ed. Milano 2004, pag. 729]. È pura retorica? No, è la realtà.

Quando uno è amato con amore cristiano, è visto alla luce del fatto che egli è amato da Dio in Cristo con amore infinito; del fatto che per lui Cristo è morto. Ci troviamo di fronte ad uno per il quale Dio si fatto uomo perché lui divenisse dio: "oggetto" di una passione divina trasformante.

Vedendo l’uomo in questa luce, non posso più sopportare che egli, che questa persona sia degradata nella sua dignità, sia detronizzata dal suo regale splendore. E la persona è degradata quando è privata dei fondamentali beni umani, che vanno dal pane fino alla sua elevazione soprannaturale alla figliazione divina. Nella fame di pane la carità vede la fame di Dio che non vuole che quella persona sia degradata. Dice la Scrittura: "Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?" [1Gv 3,17]. Si noti bene: non dice "l’amore del prossimo", ma "l’amore di Dio". Cioè: chiudere il cuore al fratello quando lo può aiutare, significa espellere dal proprio cuore l’amore verso Dio e l’amore che Dio ha verso l’uomo.

Da questa considerazione derivano due conseguenze importanti. La prima è che la carità cristiana non esclude nessuno; non esiste più la categoria del rivale, del nemico, dell’estraneo. La seconda è che in chi ama colla carità coincide l’odio al male e l’amore al peccatore; la verità circa il bene con l’amore per chi ne è privo: la carità perseguita l’errore perché ama l’errante.

Ecco come la carità cristiana tiene annodata la fame di pane colla fame di Dio.

Conclusione

Amo vedere questo luogo come la "città della carità"; come il luogo dove la fame di pane viene saziata perché sia saziata la fame che Cristo ha della dignità dell’uomo.

Siamo ancora capaci di costruire una città in cui queste due fami si intrecciano? Dalla risposta a questa domanda dipende in larga misura il futuro della nostra città. Questo luogo lo insegna da cinquant’anni.