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MORTE E SPERANZA
Città del Vaticano, Pontificia Università Lateranense, 20 ottobre 2016


Che cosa ho il diritto di sperare? Nulla. Che cosa posso ragionevolmente sperare? Molto poco. Che cosa mi è dato di sperare? Tutto, perché mi è dato di sperare la visione del volto di Dio.

A me sembra che la trama del libro del Cardinale Camillo Ruini [C’è un dopo? La morte e la speranza, Mondadori, Milano 2016] sia intessuta da quelle tre domande e risposte. Esse esauriscono interamente il contenuto della domanda dell’uomo sull’uomo, quando si pone di fronte alla morte. Agostino diventa domanda a se stesso a causa della morte di un amico [“Factus eram ipse mihi magna quaestio” (Conf. IV, 4.9)] La morte e la speranza sono i due fattori che dirimono il destino eterno della persona umana.

Il libro che stiamo presentando è la risposta teologica alle tre domande suddette. L’autore lo dice espressamente: «scrivere mi ha aiutato a dare spazio, come desideravo, al pensiero della morte e a riflettere sulle motivazioni della speranza» [pag.174]. È la risposta teologica, dicevo. E trattasi di vera teologia, non di retorica teologica, dalla quale oggi è inflazionato il mercato religioso. La risposta infatti alle domande è costruita nel rigoroso rispetto del metodo teologico. È costruita cioè su quella sinergica cooperazione di fede e ragione, che struttura il pensare teologico. Il Dato Rivelato, la Sacra Doctrina, è proposta nella sua interna armonia sia attraverso l’intelligenza della fede sia attraverso il confronto serio e rigoroso con le ragioni di chi non crede e non spera.

Penso però che la presentazione di un libro in ambiente universitario non consista nel farne il riassunto. Ma che debba dire le provocazioni che il libro ha suscitato, le domande essenziali che la lettura ha generato. Il valore di un libro alla fine consiste in questo: suscitare domande essenziali, ed indicare sentieri per la risposta. Dunque ritorno ai tre interrogativi da cui sono partito.

 Possono ridursi ad uno solo? Mi sembra di sì. Possono ridursi alla domanda circa la consistenza della speranza qua talis; alla sua capacità di illuminare non solo a livello della ragione teoretica, ma soprattutto del cuore, l’immenso buio del dopo morte. Alla sua capacità di guarirci dalla vertigine di vuoto assoluto col quale il dopo morte si presenta. Domanda, quella sulla speranza, quanto mai attuale. Mai come ai nostri giorni si è cercato di mascherare l’esperienza ineffabile che siamo costretti a vivere di fronte alla morte; il divertissement di cui parla Pascal ha raggiunto quote parossistiche. Sto parlando dell’esperienza della radicale insufficienza di ogni realtà finita, che muove il cammino dell’uomo verso la Sorgente, verso il Principio, per salire dai molti all’Uno, dai diversi all’Identico.

La domanda dunque è: la speranza cristiana è capace di far fronte a queste sfide? San Paolo riteneva che la causa del cristianesimo era decisa dalla risposta a questa domanda. Egli infatti definisce il paganesimo la forma vitae priva di speranza [Cfr. Ef. 2,12]. Anzi giunge ad affermare che se la proposta cristiana funziona fino alla morte e non per il dopo, i cristiani sarebbero da compiangere più di ogni altro [Cfr. 1Cor. 115,19].

L’autore è ben consapevole che questa è la posta in gioco. Egli infatti scrive: «Vorrei soprattutto aiutare a prendere sul serio la speranza cristiana» [pag. 7]. Che cosa comporta “prendere sul serio la speranza cristiana”?

Parto da un testo mirabile di San Tommaso. Si trova nel contesto della risposta alla domanda se sia possibile raggiungere una perfetta beatitudine prima della morte, in questa vita. La risposta lungamente esposta ed argomentata è negativa. A questo punto si trova il testo sul quale richiamo la vostra attenzione. «In quo satis apparet quantam angustiam patiebantur hinc inde eorum praeclara ingenia [Tommaso si riferisce ai grandi pensatori pagani]. A quibus angustiis liberabimur [Si faccia attenzione al passaggio dalla terza persona “patiebantur” alla prima “liberabimur”. Si passa dalla constatazione al coinvolgimento], si ponamus secundum probationes praecedentes, hominem ad veram felicitatem post hanc vitam pervenire posse, anima hominis immortali existente» [Contra Gentes III,48].

La speranza implica la certezza dell’immortalità dell’anima, e questa – l’immortalità – implica la spiritualità dell’io. È alla soggettività spirituale che compete per sé l’essere, come la rotondità, dice spesso Tommaso, compete alla circonferenza [Cfr. per es. Contra Gentes II,30; 55; 1, q.50 a.5c]. Se l’anima non è spirituale, non è immortale; se non è immortale, la misura della nostra speranza non deve commisurarsi sulla misura del nostro desiderio di felicità. Spatio brevi spem longam reseces, consiglia Orazio [Odi I,11]. Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri, aggiunge Foscolo [I Sepolcri 16.17].

Ne deriva che l’anima sul piano metafisico è una parte – la forma sostanziale – dell’organismo biologico. Ma sul piano etico-esistenziale essa indica il tutto della libertà. «Di qui la profonda affermazione di Tommaso che la libertà “dicitur tota anima non pars animae” [In II Sent. d.XXIV, q.1, a.2, ad 1um]» [Cornelio Fabro, Scritti Edificanti,  Cfr, wwwcorneliofabro.org/doc]. È per questo che l’autore ritiene, e giustamente, che la sfida lanciata oggi dal cognitivismo è la sfida più grave e la più urgente da affrontare dal pensiero cristiano. È in questione l’intero humanum come tale [Cfr. pagg. 59-68].

Speranza-spiritualità immortalità dell’anima sono come il concavo ed il convesso del dramma della nostra libertà. 

Tuttavia, e l’autore lo mette bene in risalto nei primi capitoli, l’anima è immortale per sua natura metafisica. O per lo meno, pensa l’autore, gli argomenti a favore sono più forti dei contrari [Cfr. pag. 174]. Ma il problema esistenziale più serio non è questo. L’uomo si chiede se, data la natura metafisica dell’anima, può sperare di diventare immortale in una immortalità felice. Oppure l’uomo è destinato ad essere eternamente un desiderio senza speranza? La risposta nella proposta cristiana è l’eternità del paradiso e/o l’eternità dell’inferno. A questo tema l’autore ha avuto il coraggio di dedicare pagine molto profonde e belle. L’affermazione dell’eternità dell’inferno è la più alta esaltazione della libertà umana, e la rivelazione della suprema stima che Dio ha di essa. Anche in questo Eraclito è il pensatore che più si è avvicinato alla proposta cristiana, quando scrive: «Se l’uomo non spera l’insperabile, non lo troverà, perché è introvabile ed inaccessibile» [Diels 22 B 18].

Nelle ultime righe del libro, l’autore chiarisce il senso ultimo della sua opera. «Già l’apostolo Pietro chiedeva ai primi cristiani di saper rendere ragione della loro speranza: per lui, però, queste ragioni consistevano anzitutto nella testimonianza della vita ed in particolare nel martirio. L’augurio che vorrei fare ai lettori è di incontrare testimoni di questo genere ed anche di poter essere, a loro volta, attendibili testimoni» [pag.175].

Questo finale mi ha fatto molto riflettere, perché esso ci richiama al modo essenziale di porsi da parte del Cristianesimo di fronte all’uomo, che si interroga sul dopo morte.

Socrate ha vissuto la certezza dell’immortalità nella sua opposizione a Critone, che gli proponeva di fuggire dal carcere, dove era stato rinchiuso in attesa della morte [Cfr. Critone 46B.49E; Fedone 63B-64A]. Oltre, il paganesimo non ha saputo, non ha potuto andare. Ed è proprio all’interno del questionare sull’immortalità, che Socrate [Platone] ha avvertito tutto il rischio di fare l’attraversata del mare della vita sulla fragile zattera della ragione, ed ha invocato un theion logon, una divina rivelazione [Cfr Fedone 85C-D].

La testimonianza cristiana sul dopo morte ha una dimensione oggettiva ed una dimensione soggettiva. Attesta il fatto decisivo: la risurrezione di Gesù. Ed ha una dimensione soggettiva: “io l’ho visto; io l’ho incontrato; e quindi sono assolutamente certo che esiste il dopo morte”. La testimonianza ha un contenuto; la testimonianza è una convinzione [Commovente è il dialogo tra il Prefetto Rustico ed il martire San Giustino. «Comunque lo pensi, che salirai in cielo?» «Non lo penso; ne sono assolutamente sicuro» [Atti di Giustino 5,5; in Atti e Passioni di martiri, Fondazione Valla Mondadori, Milano 1987, pag.57]. La testimonianza senza convinzione è menzogna; la convinzione senza contenuto è fanatismo. La testimonianza è la sintesi sempre in tensione tra libertà e verità, perché il testimone è liberamente vero e veramente libero.

Ma c’è un aspetto della testimonianza di cui già Benedetto XVI aveva parlato in Spe salvi, e l’autore presenta nella narrazione di due incontri che egli ha fatto [cfr. pagg.170-171].

La verità testimoniata è una verità pensata. Ma non solo. È una verità sentita, gustata, una verità del cuore, nel senso di Pascal. Non puoi testimoniare il dopo morte se non ne hai gustato, se non ne hai sperimentato le primizie. Gratia inchoatio quaedam  vitae aeternae, ripete spesso S. Tommaso [Cfr per es. Qq de Veritate q. XIV, a.2c]. Esiste un luogo nel quale tu puoi gustare come l’antipasto del banchetto eterno? Sì. È la Liturgia: un pezzo di paradiso caduto in terra. La dissoluzione dell’azione liturgica, la sua dissacrazione, cui così spesso oggi assistiamo, è il danno maggiore che possiamo fare all’uomo. Lo lasciamo senza una risposta vera circa il dopo morte.