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Marginalia su «Il cambiamento demografico»
Istituto Veritatis Splendor, 1 febbraio 2012


Credo necessario dire da quale punto di osservazione nascono le seguenti note marginali del volume "Il cambiamento demografico", edito a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana [ed. Laterza, Roma-Bari 2011].

Il tema generale dell’opera è il cambiamento, veramente epocale, demografico in Italia. Di questo cambiamento viene data "una oggettiva lettura … attraverso l’analisi della dinamica dei fenomeni demografici e delle trasformazioni strutturali della popolazione e delle famiglie" [pag. XVIII]. Ma il libro non si ferma ad una lettura oggettiva del cambiamento demografico, ma cerca di individuarne le cause, e le conseguenze di ordine economico e socio-culturale. Non solo, ma all’ultimo capitolo si inoltra nella difficile via delle proposte, ponendosi anche il problema di una governance del fenomeno demografico.

Quale è il mio punto di vista, il punto di vista con cui ho letto il libro e formulato le seguenti riflessioni?

Ho cercato di verificare se il cambiamento demografico di cui stiamo parlando, trova una sua spiegazione anche in eventi spirituali. Per eventi spirituali intendo il modo con cui la persona si pone, nella sua soggettività spirituale, di fronte ad un fatto: [la capacità di] generare una nuova persona umana.

Potrei dire la stessa cosa nel modo seguente: le dinamiche del cambiamento demografico non sono solamente un fatto economico, sociale, politico; sono anche e soprattutto un fatto culturale. Vorrei dunque dire qualcosa al riguardo.

Il libro lo ammette esplicitamente, quando dice: "Sono le mentalità, intese come modi di pensare, come insieme di rappresentazioni e sentimenti a loro riguardo, che decidono in maniera più significativa sui comportamenti demografici dei popoli" [pag. 163].

1. Inizio da una tradizione ebraica, alla quale anche Gesù si è sottoposto: l’offerta a Dio del primogenito. Celebreremo questo mistero di Cristo domani. Perché inizio da una riflessione su questo? Perché mi è sembrata la chiave che ci introduce nel modo giusto dentro a quell’insieme di "modi di pensare … di rappresentazioni e sentimenti" a riguardo dei comportamenti demografici dei popoli.

La nascita del primogenito era un evento carico di senso. Essa, per dire il tutto in poche parole, assicurava la discendenza, e quindi allontanava il rischio di una definitiva esclusione della propria genealogia dai beni messianici.

L’offerta del primogenito a Dio comportava che la genealogia si interrompesse, il filo generativo si spezzasse, per sempre. Ma Dio restituiva il primogenito, e così la genealogia riprendeva, ma come dono permanente di Dio: ogni anello era al contempo spezzato e ricomposto. La fede di Israele vedeva in questo rito, il rinnovarsi di generazione in generazione dell’evento fondatore di Israele medesimo: la morte dell’Egitto e il dono della libertà.

In sintesi. La generazione umana, il dare origine ad una nuova persona umana è affermato come un "mistero". Cioè: è un fatto biologico, ma che racchiude in sé la presenza di Dio. La S. Scrittura ci ha tramandato il ricordo di ciò che ha provato la prima donna quando si rese conto per la prima volta di aver concepito: "ho acquistato un uomo dal Signore" [Gen 4, 1].

Questo fondamentale paradigma della maternità e della paternità, inseriva il neo-nato dentro un fascio di relazioni. Quella fondativa: "ho acquistato un uomo dal Signore"; l’ancoraggio materno e paterno; mentre l’unione generativa rimanda a sua volta all’unione dei patrimoni genetici e simbolici delle generazioni precedenti.

2. Lo studio accurato del cambiamento demografico condotto dal libro ci dice ormai chiaramente che quel paradigma relazionale è stato dissestato. Spiegherò in seguito che cosa intendo per "dissesto".

Quali, i fattori del dissesto? Mi sembrano i seguenti tre, che esporrò brevemente.

È mutata la concezione e l’esperienza, il senso del vissuto della sessualità. Questa è stata attraversata da due gravi separazioni: la separazione dall’amore; la separazione dalla procreazione.

Ambedue queste separazioni vanno nella stessa direzione. Nella direzione di una visione e di un uso della sessualità dominata dalla cifra individualista, che per sua stessa logica tende ad escludere dall’orizzonte della persona un ragionare in termini di relazioni e di effetti a medio-lungo termine. Le conseguenze sul piano demografico sono evidenti.

Un altro fattore, sul quale giustamente il libro richiama l’attenzione, è la progressiva perdita del senso, della ricchezza della diversità sessuale [cfr. per es. Box 1, pag. 8-9]. "Siamo in difficoltà culturale, noi post-moderni, nel vedere l’altro come differente (…) ma nello stesso tempo non estraneo. Siamo tentati di risolvere il problema in una omologazione che tutto appiattisce" [pag. 9]. È questo un fattore da non sottovalutare per il cambiamento demografico.

La difficoltà di riconoscere l’alterità nella sua differenza quale in modo archetipo si dà a vedere nel dismorfismo sessuale umano, è un fattore decisivo per il cambiamento demografico. Dal punto di vista oggettivo, ciò ha portato da una parte ad una progressiva omologazione del femminile e del maschile, e dall’altra a porre l’atto generativo dentro la sfera del puramente privato. Un atto, quindi, che viene socialmente sotto-stimato. Potrei portare molte testimonianze al riguardo, datemi da madri.

Un terzo fattore, che posso solo enunciare, è la decostruzione cui è andato soggetto l’istituto matrimoniale, colla conseguente sotto-stima del medesimo. Vari dati esposti nel libro mostrano chiaramente questo fatto. Non mi fermo ulteriormente. Ne ho lungamente parlato pochi giorni or sono [cfr. www. Caffarra.it: La familiaris consortio…, nella prima parte].

3. Concludo. Ho parlato di "dissesto". Si tratta di un fenomeno culturale di base, riguardante – potremmo dire – il "terreno" in cui si radicano quelle attitudini e quei fattori che determinano la dinamica della demografia. Il dissesto consiste nel progressivo passaggio ad un paradigma individualista: si è passati dal paradigma personalista-relazionale al paradigma individualista.

Ma c’è, mi sembra, una forza che assicura una possibilità di arricchire il terreno arido e sterile dell’individualismo. Il libro mette in risalto "il divario (…) tra la fecondità voluta – gli oltre due figli che mediamente le madri vorrebbero – e quella di fatto realizzata, i circa 1,3 – 1,4 figli per donna" [pag. 188]. Dunque esiste ancora una "fecondità voluta" che contrasta il cambiamento demografico. È un punto di partenza.

La pubblicazione di questo libro è un ragionato invito ad affrontare quindi il problema demografico e dal punto di vista educativo e dal punto di vita politico. L’augurio che non sia l’ennesimo richiamo inascoltato.